[Se credi di essere un albero
ti ripari dal dolore
Un classico di Searles, maestro di
psichiatria: il nostro rapporto con l’ambiente non umano, natura, animali
GLI oggetti,
le cose concrete con cui quotidianamente abbiamo a che fare, non sono
semplici mezzi, utensili con i quali ci interfacciamo con il mondo. Al tempo
stesso, l'ambiente non umano che ci circonda (animali, vegetali, minerali,
paesaggio…) non costituisce solo il fondale d'uno spettacolo in cui l'uomo,
titanicamente unico, recita la sua supremazia. I libri, gli animali, la strada
o l'albero che vediamo tutti i giorni dalla finestra di casa, i nostri vecchi
giocattoli, gli abiti, eleganti o trasandati, con cui ci mostriamo al mondo, la
nostra automobile, lucida o inzaccherata, l'infinito che ci circonda, sono
nostri specchi, nostri interlocutori, quando non vengano addirittura
introiettati sino ad essere vissuti come parti del nostro sé. Smarrire un
oggetto che fino a ieri c'era parso indifferente, come un accendino o una
penna, può procurarci talvolta un dolore intenso, insieme ad un senso di perdita,
di diminuzione. Ci sentiamo d'improvviso più poveri e nudi, e proviamo la
sensazione, apparentemente un po' folle, che quell'oggetto, in quel dove in cui
è stato smarrito, possa a sua volta soffrire del nostro medesimo senso
d'abbandono. Scopriamo di giorno in giorno che tutto ciò che non è umano ci
accompagna nel nostro cammino, come un doppio, un'ombra. Ecco. Di questo
sottile mistero ci parla Harold F. Searles, nel suo L'ambiente non
umano. Searles ha scritto alcuni libri capitali per la psichiatria e la
psicoanalisi, come Il controtransfert e Il paziente borderline,
caratterizzati da una libertà spirituale e da una capacità empatica che lo
hanno reso uno dei pensatori più originali in campo psicologico. Sulla scia di
Stack Sullivan, Searles ha fatto del controtransfert lo strumento principale
del suo lavoro, utilizzando se stesso senza risparmio, ed ha lavorato in modo
sovente geniale con pazienti molto gravi, borderline o psicotici, attraverso
una capacità d'identificazione, umile e coraggiosa, con il disagio e con la
follia che lo ha condotto ad avvertire direttamente l'angoscia dello
smembramento e dello smarrimento psicotici. L'ambiente non umano è
un libro piuttosto precoce nello sviluppo del pensiero di Searles che,
d'altronde, non ha mai sistematizzato troppo le sue intuizioni, mantenendosi
così su un piano di grande autonomia intellettuale. Uno dei suoi maggiori
contributi è certamente stato il considerare il paziente ed il terapeuta in una
situazione di sistema interattivo. Nel 1975, come ricorda Paolo Magone,
Searles, in un articolo dal titolo provocatorio e profetico, Il paziente
come terapeuta del proprio analista, «aveva descritto le capacità inconsce del
paziente di individuare i difetti del terapeuta e di offrire indicazioni per
come correggerli». Questa capacità, come ogni terapeuta è costretto con timore
e tremore a scoprire personalmente, è presente in modo particolarmente
accentuato in una categoria di pazienti, i cosiddetti borderline, a
cavallo tra nevrosi e psicosi, i "marginali". Nell'interazione con
essi il terapeuta è costretto ad affrontare i propri punti deboli e i propri
errori, che vengono, con capacità rabdomantica, colti dal paziente e rimandati,
provocando nel terapeuta stesso rabbia, dolore, smarrimento. In modo diverso
questo vale per gli psicotici. Lo stesso Searles, nelle pagine finali de Il
controtransfert, ammette di temere per la sua sanità mentale, insidiata da
quello che può essere descritto come un controtransfert psicotico, inevitabile
nel contatto profondo con la follia.
Ma ne L'ambiente non umano Searles è ancora lontano da questo timore.
Egli esplora quella che definisce la colleganza tra uomo e ambiente non umano.
L'uomo è parte dell'universo, e anche l'etica, non solo la psicologia, dovrebbe
considerare l'importanza delle relazioni con gli animali, il mondo vegetale e
l'ambiente inanimato. Ricordiamo che Searles scrive alla fine degli anni '50,
in una fase storica insospettabile dal punto di vista della coscienza
ecologica. L'ambiente non umano, secondo Searles, riveste una rilevanza
fondamentale sia nello sviluppo patologico, sia in quello normale. A proposito
di quest'ultimo egli afferma l'importanza, per il bambino piccolo, della
differenziazione non solo nei riguardi della simbiosi materna, ma anche rispetto
all'identificazione con l'inanimato. Nella prima parte della vita postnatale vi
sarebbe cioè una fusione sia con l'ambiente umano (la madre), sia con quello
inanimato che circonda il bambino. Nello sviluppo della schizofrenia si
determinerebbe pertanto una regressione all'identificazione col non umano, che
permetterebbe al paziente di difendersi da situazioni troppo dolorose o
disturbanti. Essere un albero o un'automobile non lascia spazio al dolore. Ma
un'automobile, peraltro, può essere vissuta come un compagno di vita, un amico
dotato di una personalità e di un'anima. D'altronde, chi di noi non conosce
persone del tutto sane che hanno dato alla loro utilitaria un nome di donna, o
che chiamano il loro cane Pietro o la loro gatta Clarissa? E chi non possiede
un oggetto talmente carico di proiezioni da essere diventato "vivo"?
Ma il problema patologico nasce non quando è l'oggetto a farsi vivo, ma quando
siamo noi a divenire inanimati, cose abbandonate dalla vita come relitti sul
greto del fiume. Come sempre il libro di Searles colpisce e commuove quando,
dall'assunto teorico, passa alla descrizione di casi clinici in cui il dolore e
lo stupore della follia fanno sentire la loro voce. In tutto ciò gli oggetti,
gli animali, le cose, divengono il sostegno della psiche ferita. Come scrisse
T.S. Eliot: "con questi frammenti ho puntellato le mie rovine".
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