![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 2 LUGLIO 2004 |
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Il diritto ha perduto ogni garanzia di unità
ed è dominato da esigenze economiche: la denuncia di Natalino Irti in un
convegno a Roma
Se il sapere giuridico diventa una «derrata
commestibile»
Anticipiamo alcuni stralci della relazione del
professor Natalino Irti al convegno «La formazione del giurista», che si tiene
oggi a Roma.
Le facoltà giuridiche entrano in un’altra fase storica già nella seconda metà
del secolo XIX, quando il trionfante positivismo, la nascita delle scienze
sociali, la rivoluzione industriale, l'espansione egemonica della borghesia,
chiedono un nuovo rapporto tra il sapere e il fare . Il lavoro ,
cioè l’uso del sapere, assume importanza decisiva: tutto è valutato in vista
del lavoro, scienza, insegnamento, istituzioni. E poiché il lavoro è governato
dal principio di divisione - ciascuno fa il suo, e lo svolge bene se «sa
il fatto suo» -, ecco che l’uomo viene considerato in questa specifica e
concreta destinazione.
Anche nei piani più alti e nobili delle facoltà giuridiche, si scopre il nuovo
rapporto fra sapere e fare. Soltanto due esempi, ma di estremo rilievo. Nel
1909, un giurista tedesco di larga fama, Ernst Zitelmann, svolge una conferenza
su «L’educazione del giurista». Vi leggiamo: «Io sostengo il principio
fondamentale, che il sistema di educazione del giurista deve venir riformato in
modo da ottenere che studio universitario e tirocinio pratico si alternino a
vicenda in una doppia successione». E Zitelmann propone corsi istituzionali dei
primi tre semestri, che «offrirebbero appunto ciò di cui può aver bisogno chi
aspira a divenir funzionario superiore nelle poste, nei telegrafi, nelle
miniere» (un preannuncio di quella che oggi si denomina «laurea breve»). Forse
può destar meraviglia che le proposte di Zitelmann ricevano nel 1923 il
sostanziale consenso di Piero Calamandrei, giurista-umanista se altri fu mai.
La proposta dell’alternarsi di studio universitario e tirocinio pratico
dimostra, pur nell’ingegnosa singolarità, che la prassi non è più una funzione
esterna all’Università, ma vi è ormai penetrata dentro, e ne condiziona e
orienta i contenuti. Siamo ad una svolta di straordinaria importanza: entro le
Facoltà giuridiche si determina un’antinomia fra sapere e saper fare ,
fra studio teorico e impiego applicativo. Questi termini sono in tensione: e il
secondo, ricollegandosi a bisogni e attese del mondo «esterno», ha un
irresistibile vigore.
La fase tecnico-funzionale raggiunge l’estremo compimento nei nostri anni. Sono
caduti pudori e cautele: le cose hanno ormai raggiunto un’essenziale e risoluta
sincerità. Non siamo più dinanzi al vecchio e banale rapporto fra teoria e
pratica, fra studio e tirocinio, ma a una diversa concezione del sapere e
dell’uomo . Questa è la condizione necessaria per capire ciò che accade e
per intravedere un nuovo inizio.
Il diritto ha perduto ogni garanzia di unità . Non soltanto le antiche
garanzie teologiche e metafisiche, ma anche le garanzie terrene e storiche. Il
diritto, distaccandosi dalla sovranità territoriale degli Stati, non ha più
un centro : si affollano e sovrappongono norme nazionali, leggi regionali,
direttive europee, dichiarazioni universali. La perdita di centro è perdita di
un senso complessivo. Tirato in alto verso la latitudine globale; tirato in
basso verso la particolarità dei luoghi; conteso fra sconfinatezza e confini,
tra uniformità e differenze; il diritto ci appare tutto casuale, contingente,
consegnato per intero alle forze della volontà. L'acutezza di Nietzsche aveva
già fermato, nell'aforisma 459 di Umano, troppo umano , questo pensiero:
«... noi tutti non abbiamo più un senso tradizionale del diritto, perciò
dobbiamo accontentarci di diritti arbitrari, che sono espressione della
necessità che esista un diritto».
La scienza non può recare ordine e unità dove domina l’arbitraria casualità. Il
sapere giuridico si frange così nella molteplice specialità dei saperi. E
questi, divelti da una forma universale e strappati da un centro comune, si
offrono in una sorta di chiusa e serrata auto-sufficienza. Ciascuno sta a sé;
ciascuno conosce il fatto suo. Il giurista completo, il Volljurist , è
figura del passato.
L’alleanza fra tecnica ed economia, la tecno-economia, domina il nostro tempo.
Essa non reclama unità e pienezza dell’individuo, rifiuta gli attriti del
soggetto, esige l’impersonale oggettività della prestazione tecnica . Il
principio di divisione del lavoro determina la pluralità delle funzioni :
ciascuna funzione esige un’abilità tecnica. Il sapere, sperimentato sui casi,
assume il valore di prestazione, vendibile ad altri e acquistabile da altri.
L’Università non è più in grado di opporre resistenza. E come potrebbe se,
proprio al suo interno, nelle forme del sapere, sono cadute tutte le garanzie
di unità? La tecno-economia la avvolge, di giorno in giorno, con il proprio
linguaggio. Anche l’essere dell’Università è nel suo linguaggio. Parole nuove,
e per secoli inaudite, risuonano negli antichi palazzi: credito formativo ,
competizione , efficienza , abilità , test , competenza
, servizi . Il linguaggio della filosofia idealistica ha ceduto il
posto al linguaggio della tecno-economia.
Il rapporto fra Università e mondo del lavoro (rapporto, che ai più sembra
ovvio, ma che nella sua essenza è eversivo e rivoluzionario ) è prossimo
al compimento. I saperi giuridici - saperi parziali, frammentari, slegati da
qualsiasi centro - consentono di produrre prestazioni tecniche , negoziabili
nell’economia di mercato . Un grande scrittore francese, Paul Valéry, con
la forza presaga che gli dei concedono soltanto ai poeti, ha notato nel lontano
1919: «Il sapere, che era fino ad allora un valore di consumo, diventa un
valore di scambio. L’utilità del sapere rende il sapere stesso una derrata,
ambita non più da qualche intenditore particolarmente distinto, ma dal mondo
intero. Questa derrata assumerà quindi delle forme sempre più maneggevoli e
commestibili; verrà distribuita ad una clientela sempre più numerosa; diventerà
cosa commerciale, qualcosa quindi che si imita e si produce un po’ ovunque».