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Se il
pensiero è l’irreparabile luogo del finito
Alfonso Cariolato a Milano
Alla ricerca del pensiero finito, perché l’esperienza è mettersi alla prova
senza origine né fine, alla ricerca di quei luoghi in cui l’autenticità è
pratica del pensiero stesso.
Prendete più di trecento appassionati di filosofia, tutti paganti (8 euro il
prezzo del biglietto), alla ricerca della propria attività educativa. Sono
spinti da una sorta di "paideia", cioè la formazione morale e
intellettuale che dovrebbe presiedere all’interesse dei più giovani, ma in
realtà molti, decisamente vissuti, si sono ritrovati interroganti sulla
complessità del pensiero del fondamento.
Per farlo, in un pomeriggio milanese tiepido d’inizio primavera, scelgono
l’auditorium Leone XIII, in zona Fiera, sede mobile del Teatro Parenti, dove
il filosofo vicentino Alfonso Cariolato è una delle voci che arricchisce di
spunti interessanti e non sempre agevoli («ma la filosofia è un percorso
accidentato ed ostico che rifugge dalla semplicità») i "lunedì
filosofici".
Le conferenze sono state tenute a battesimo il 26 gennaio da Emanuele
Severino ("La terra e la gloria"), sono proseguite con Salvatore
Natoli ("Ars Vivendi: per una filosofia della felicità") e Giovanni
Reale ("L’anima"). Poi, dopo Cariolato, sarà il turno di Pier Aldo
Rovatti ("Il gioco e la filosofia"), Carlo Sini ("Dire la
verità"), prima della conclusione affidata il 17 maggio a Massimo
Cacciari ("Aporie della libertà").
In questo contesto, ai massimi livelli del pensiero filosofico italiano
contemporaneo, la voce di Variolato
non vuole restituire alla filosofia contenuti remoti con il linguaggio
iperspecialistico, ma invitare a orientarsi nel pensiero, perché consapevole
che, per dirla con Parmenide, «pensiero ed essere sono la stessa cosa».
Così partendo da due domande classiche del pensiero occidentale - Che cosa
è l’esperienza? Che cosa è il pensiero? - Cariolato sottolinea che c’è un
nesso essenziale tra pensiero ed esperienza, perché non vi è esperienza senza
pensiero e neppure pensiero senza esperienza, senza che per questo siano la
stessa cosa. «In fondo, il pensiero è sempre pensiero di un corpo (ma, per
certi versi, ogni corpo è già una moltitudine) e la sua "natura" è
probabilmente la stessa res extensa (sostanza estesa), solo che il
pensiero per pensare deve, in un certo senso, dimenticarlo per potere essere,
appunto, res cogitans (cosa pensante)».
Prendendo spunto dal saggio di Heidegger "Dell’essenza del
fondamento" (scritto nel 1928) Cariolato osserva che con la trascendenza
finita si apre un mondo già da sempre aperto perché è la costituzione
fondamentale dell’esserci umano.
Ma la trascendenza (oltrepassamento, dal latino trans scandere ,
salire oltre, andare oltre) è un libero lasciare che un mondo si imponga
perché «noi sentiamo e sperimentiamo di essere eterni». Ma l’eternità che
«noi sentiamo e sperimentiamo è il nostro essere qui, in questo mondo e così
come siamo, irreparabilmente». Appunto è il luogo del finito.
Cariolato nella ricerca del rapporto tra "pensiero ed esperienza",
è consapevole che l’uomo per aprirsi uno spazio nel mondo vuole accrescere il
proprio potere sulle cose e sugli dei, servendosi della tecnica che gli
consente di travalicare qualsiasi ostacolo.
«La libertà, allora, - osserva il filosofo di Arzignano - è libertà di
fondamento, e per questo è "il fondamento del fondamento", perché
il fondare è la relazione originaria della libertà col fondamento. Ma a
differenza delle immagini tradizionali, da Aristotele a Hegel, qui il
fondamento è sui limiti, uno stare sui limiti che può essere inteso come
l’intensità (e la fecondità, ma senza alcuna finalità) del poter-essere, perché
esistere è aprirsi a ciò che si è senza alcun fondamento».
Quella di Cariolato è un’analisi aspra, complessa, che arriva a porsi
l’interrogativo in che rapporto sta l’esperienza con il pensiero. O meglio,
dove finisce il pensiero finito? «Il problema è che non c’è un senso fuori
dal nudo esistere - sottolinea -, ma è anche vero che il pensiero non è ad
appannaggio solo dell’uomo, ma è anche un farsi da sé, perché il pensiero è
anche inconscio. Perciò, se non è la coscienza che determina la vita, bensì
il contrario, il pensiero è sempre pensiero di un corpo. Ma fino a che punto
si può essere sicuri della propria coscienza ed essa può essere autentica?»
L’esperienza del pensiero «si dà soltanto quando il pensiero non detta le
condizioni a ciò che pensa», perché pensare significa saggiare con
l’esperienza, "provare", "misurare"; perché, come scrive
Deleuze, «io rifaccio e disfo i miei concetti a partire da un orizzonte che
si muove, da un centro sempre decentrato, da una periferia sempre spostata
che li ripete e li differenzia».
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