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ANCHE se il titolo sembra limitare l’analisi a complesse questioni di natura
filosofica, Fatto/Valore. Fine di una dicotomia è, in realtà, un libro
politico. Hilary Putnam dedica infatti la parte centrale del suo ultimo
saggio (Fazi, 218 pagine, 17,50 euro), accompagnato da una nota introduttiva
di Mario De Caro, a riflettere sulle teorie di Amartya Sen, Nobel per
l’economia nel 1998, e a sottolineare con forza l’importanza dell’etica nella
pianificazione dello sviluppo. «Nei dieci anni in cui Sen è stato mio collega
ad Harvard - spiega - ho potuto apprezzare non solo la sua brillante
intelligenza, ma anche la validità delle strategie che propone per risolvere
il problema più grande della nostra epoca: quello delle immense disparità fra
le parti più ricche e le parti più povere del globo». C’è, comunque, anche
una motivazione di origine filosofica nell’interesse di Putnam per le idee di
Sen. Obiettivo del volume è, infatti, aggiunge Putnam, «confutare nel
dettaglio l’ipotesi che i fatti e i valori non si incontreranno mai». Mentre,
al contrario, l’opera di Sen, e i riflessi pratici che ha avuto, dimostrano
che i principi dell'etica e quelli dell’economia possono dialogare tra loro,
che il giusto e l'utile non sono affatto alternativi.
La salvaguardia del welfare, dunque, rappresenta anche un problema
filosofico oltre che politico?
«Non c’è dubbio. Perché chi dice che occorre alleggerire la presenza
dello Stato nella vita pubblica e difende l’importanza dell’intervento dei
privati nei settori della sanità o dell’istruzione non può certo affermare
che si tratta di scelte che vanno compiute sulla base di una necessità
oggettiva. Allo stesso modo penso di aver ampiamente chiarito nel mio libro
che è sbagliato ritenere razionali solo i valori grazie ai quali crescono gli
utili personali. Al contrario, sono convinto che la somma degli interessi
personali non si traduca in maniera automatica nell’interesse collettivo, e
che questo vada collocato al primo posto. I giornali americani spesso
chiamano in causa presunte “riforme indispensabili” quando riferiscono dei
tagli al welfare. Ma questi tagli non sono affatto “riforme”, secondo me. Si
tratta invece di scelte compiute da un’amministrazione con un progetto
politico che io non condivido».
Qual è il suo giudizio sul presidente Bush?
«Penso che abbia preso decisioni rivelatesi disastrose, soprattutto sul piano
internazionale. In particolare non condivido affatto l’intervento militare in
Iraq. Io non sono un pacifista, credo che in qualche caso la guerra sia
giusta e indispensabile. Non si poteva certo evitare, ad esempio, di
combattere contro Hitler. Sono tuttavia persuaso che quando si parla di
intervento “preventivo”, come è accaduto nel Golfo, l’onere della prova
ricada per intero sulle spalle di chi formula le accuse. Bush non si è mai
voluto assumere questo onere e neppure è mai riuscito a convincermi che
l’attacco all’Iraq e la caduta di Saddam avrebbero indebolito il terrorismo
fondamentalista islamico. Quanto accaduto nel corso degli ultimi mesi
dimostra che, purtroppo, i miei dubbi erano fondati. L’unilateralismo di
Bush, poi, ha fatto crescere nel mondo un vasto sentimento antiamericano e
reso più difficili i rapporti tra gli Usa e l'Europa».
Molti studiosi sostengono che la globalizzazione ha indebolito per sempre
il ruolo degli Stati nazionali. Lei, invece, si è detto contrario a questa
ipotesi. Perché?
«Perché sono convinto che il problema più importante al quale siamo chiamati
a trovare una soluzione è, invece, come rafforzare il ruolo dei singoli Stati
attraverso scelte politiche concordate dai governi attraverso il ricorso a
istituzioni internazionali. In altre parole, la globalizzazione dell’economia
è una realtà con la quale siamo chiamati a fare i conti, che non va
combattuta in linea di principio. Servono valori da porre alla base delle
scelte. Quelli proposti da Amartya Sen mi sembrano un ottimo punto di
partenza. In America si è purtroppo affermata negli ultimi anni una visione
unilaterale della globalizzazione. Anche in questo caso va difeso il multilateralismo.
Guardando soprattutto alle scelte compiute in Europa, dove mi sembra stia
prevalendo un modello di sviluppo migliore di quello che si è imposto negli
Stati Uniti».
Cosa devono imparare gli Usa dal modello europeo?
«In particolare l’attenzione per le politiche sociali. Concordo con Sen
quando sostiene che gli investimenti di un paese nell’ambito del welfare
dovrebbero servire per misurare la sua capacità di crescere, insieme agli
altri indicatori che vengono abitualmente utilizzati. Sotto questo profilo
l’Europa ha molto da insegnare all’America. Spero che il prossimo presidente
si mostri disponibile a ridurre la differenza tra le due sponde
dell’Atlantico».
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