[Kant e la filosofia del Novecento
I n occasione del
bicentenario della morte di Immanuel Kant, si è tenuto nell'Aula Magna
dell'Università di Messina il Convegno di Studi La presenza di Kant nella
filosofia del Novecento, organizzato dal Corso di Laurea in Psicologia delle
relazioni educative della Facoltà di Scienze della formazione, dal Dipartimento
di Filosofia, dal Centro Studi di Filosofia della Complessità «Edgar Morin». Il
convegno, al quale hanno partecipato studiosi di varie università italiane, si
proponeva di ripercorrere le tappe salienti del dialogo che la filosofia del
ventesimo secolo ha intrattenuto con il pensatore di Königsberg. Si è partiti
dall'analisi dedicata da Giuseppe Cacciatore al peculiare neokantismo di Ernst
Cassirer, teso alla teorizzazione di un «allargamento» della problematica
trascendentale kantiana fino a comprendere la totalità delle «forme
simboliche», attraverso le quali il soggetto costituisce il mondo della sua
esperienza e la riveste di significati etici e spirituali. Una visione
trascendentalista che, sullo sfondo della «crisi» europea della fine degli anni
Venti, si scontrava con quella dichiaratamente ontologica e metafisica di
Heidegger, analizzata nel corso del convegno da Giuliana Gregorio. Heidegger
interpretava la Critica della ragion pura come una fondazione metafisica
dell'originaria apertura dell'esserci nei confronti del mondo dell'esperienza,
che trovava nella «temporalità» la vera essenza nascosta e il carattere
unitario della categoria, ma anche la struttura ultima, come «temporalità
originaria», dell'Io trascendentale. Al Kant interprete filosofico della
scienza classica si rivolgevano invece, negli stessi anni, i filosofi della
scienza, posti di fronte alle radicali rivoluzioni del metodo e delle teorie
scientifiche che avevano caratterizzato i primi decenni del Novecento. Secondo
Hans Reichenbach, esponente della nuova «filosofia scientifica», del quale si è
occupato Gaspare Polizzi, la teoria della relatività, mettendo in discussione i
concetti cardine della fisica classica – spazio, tempo e causalità – avrebbe
confutato la concezione kantiana dell' a priori , quale apparato concettuale
universale e necessario, e struttura immutabile della ragione, sebbene
l'epistemologo ritenesse ancora valida la definizione dell' a priori in chiave
trascendentale, come costituente il concetto dell'oggetto. Solo nella fase più
matura del suo percorso speculativo Reichenbach sarebbe approdato a quel deciso
empirismo che invece non fu mai accettato da Popper, figura centrale della
filosofia della scienza del Novecento, che riconobbe in Kant uno dei suoi
autori di riferimento. Come ha mostrato Girolamo Cotroneo, il punto di partenza
della riflessione di Popper erano state le kantiane antinomie della ragione, a
partire dalle quali il filosofo viennese aveva impostato il problema della
«demarcazione» tra il discorso della scienza e quello metafisico, risolto
attraverso l'introduzione dell'diea di «confutabilità» dell'asserto
scientifico. Anche in merito alla definizione di verificabilità come controllo
intersoggettivo, alla critica dell'induzione, alla definizione dell' a priori,
alla precedenza della teoria sulla verifica sperimentale, Popper faceva valere
l'esigenza di una ripresa della posizione kantiana, che sottoponeva però a una
riforma in senso limitativo, rinunciando all'apodittica certezza del criticismo
circa la definitività e veridicità del discorso scientifico. Radicalmente
innovative sul fronte epistemologico sono invece le più recenti tesi di Ilya
Prigogine e Edgar Morin, teorici del nuovo paradigma scientifico della
«complessità». Giuseppe Giordano ha ripercorso con efficacia la critica di
Prigogine al modello scientifico classico, incarnato dal soggetto
trascendentale kantiano, che si pone di fronte a una natura che gli rimane
estranea, alla quale impone la sua teoria, che manipola attraverso
l'esperimento, e nei confronti della quale perde ogni sentimento di stupore.
Una costituzione della natura fissata preliminarmente e definitivamente, che
toglie alla fatica costruttiva della scienza ogni rilevanza filosofica,
definita una volta per tutte dallo schema trascendentale. L'esigenza kantiana
di riservare comunque uno spazio della soggettività al mondo dei fini e della
libertà è per Prigogine il sintomo dello «scarto» inaccettabile tra la
soggettività conoscitiva e quella spirituale, che la «nuova alleanza» tra
l'uomo e la natura tende a ricomporre. Nel pensiero di Morin, secondo Giuseppe
Gembillo, l'assenza di Kant è programmatica, perché si compie con piena
consapevolezza il passaggio dal paradigma epistemologico deterministico a
quello della «complessità». I concetti dell'Io trascendentale, del tempo, dello
spazio, la stessa definizione della logica e l'imperativo etico, trovano una
nuova configurazione a partire dal presupposto moriniano del radicamento
dell'uomo nella realtà che lo costituisce e circonda, in vista di una
ridefinizione in termini «transnazionali» del rapporto conoscitivo e pratico
del soggetto con se stesso e il mondo circostante. Da qui l'approdo a un
modello di razionalità che rifiuta il principio unico e la riduzione alla
causalità lineare, che riconosce il ruolo dell'irrazionale con il quale entra
in dialogo, e che si definisce, antikantianamente, in senso autocritico ed
evolutivo.
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