RASSEGNA STAMPA

12 MARZO 2004
ROSELLA FARAONE
[Kant e la filosofia del Novecento

 
I n occasione del bicentenario della morte di Immanuel Kant, si è tenuto nell'Aula Magna dell'Università di Messina il Convegno di Studi La presenza di Kant nella filosofia del Novecento, organizzato dal Corso di Laurea in Psicologia delle relazioni educative della Facoltà di Scienze della formazione, dal Dipartimento di Filosofia, dal Centro Studi di Filosofia della Complessità «Edgar Morin». Il convegno, al quale hanno partecipato studiosi di varie università italiane, si proponeva di ripercorrere le tappe salienti del dialogo che la filosofia del ventesimo secolo ha intrattenuto con il pensatore di Königsberg. Si è partiti dall'analisi dedicata da Giuseppe Cacciatore al peculiare neokantismo di Ernst Cassirer, teso alla teorizzazione di un «allargamento» della problematica trascendentale kantiana fino a comprendere la totalità delle «forme simboliche», attraverso le quali il soggetto costituisce il mondo della sua esperienza e la riveste di significati etici e spirituali. Una visione trascendentalista che, sullo sfondo della «crisi» europea della fine degli anni Venti, si scontrava con quella dichiaratamente ontologica e metafisica di Heidegger, analizzata nel corso del convegno da Giuliana Gregorio. Heidegger interpretava la Critica della ragion pura come una fondazione metafisica dell'originaria apertura dell'esserci nei confronti del mondo dell'esperienza, che trovava nella «temporalità» la vera essenza nascosta e il carattere unitario della categoria, ma anche la struttura ultima, come «temporalità originaria», dell'Io trascendentale. Al Kant interprete filosofico della scienza classica si rivolgevano invece, negli stessi anni, i filosofi della scienza, posti di fronte alle radicali rivoluzioni del metodo e delle teorie scientifiche che avevano caratterizzato i primi decenni del Novecento. Secondo Hans Reichenbach, esponente della nuova «filosofia scientifica», del quale si è occupato Gaspare Polizzi, la teoria della relatività, mettendo in discussione i concetti cardine della fisica classica – spazio, tempo e causalità – avrebbe confutato la concezione kantiana dell' a priori , quale apparato concettuale universale e necessario, e struttura immutabile della ragione, sebbene l'epistemologo ritenesse ancora valida la definizione dell' a priori in chiave trascendentale, come costituente il concetto dell'oggetto. Solo nella fase più matura del suo percorso speculativo Reichenbach sarebbe approdato a quel deciso empirismo che invece non fu mai accettato da Popper, figura centrale della filosofia della scienza del Novecento, che riconobbe in Kant uno dei suoi autori di riferimento. Come ha mostrato Girolamo Cotroneo, il punto di partenza della riflessione di Popper erano state le kantiane antinomie della ragione, a partire dalle quali il filosofo viennese aveva impostato il problema della «demarcazione» tra il discorso della scienza e quello metafisico, risolto attraverso l'introduzione dell'diea di «confutabilità» dell'asserto scientifico. Anche in merito alla definizione di verificabilità come controllo intersoggettivo, alla critica dell'induzione, alla definizione dell' a priori, alla precedenza della teoria sulla verifica sperimentale, Popper faceva valere l'esigenza di una ripresa della posizione kantiana, che sottoponeva però a una riforma in senso limitativo, rinunciando all'apodittica certezza del criticismo circa la definitività e veridicità del discorso scientifico. Radicalmente innovative sul fronte epistemologico sono invece le più recenti tesi di Ilya Prigogine e Edgar Morin, teorici del nuovo paradigma scientifico della «complessità». Giuseppe Giordano ha ripercorso con efficacia la critica di Prigogine al modello scientifico classico, incarnato dal soggetto trascendentale kantiano, che si pone di fronte a una natura che gli rimane estranea, alla quale impone la sua teoria, che manipola attraverso l'esperimento, e nei confronti della quale perde ogni sentimento di stupore. Una costituzione della natura fissata preliminarmente e definitivamente, che toglie alla fatica costruttiva della scienza ogni rilevanza filosofica, definita una volta per tutte dallo schema trascendentale. L'esigenza kantiana di riservare comunque uno spazio della soggettività al mondo dei fini e della libertà è per Prigogine il sintomo dello «scarto» inaccettabile tra la soggettività conoscitiva e quella spirituale, che la «nuova alleanza» tra l'uomo e la natura tende a ricomporre. Nel pensiero di Morin, secondo Giuseppe Gembillo, l'assenza di Kant è programmatica, perché si compie con piena consapevolezza il passaggio dal paradigma epistemologico deterministico a quello della «complessità». I concetti dell'Io trascendentale, del tempo, dello spazio, la stessa definizione della logica e l'imperativo etico, trovano una nuova configurazione a partire dal presupposto moriniano del radicamento dell'uomo nella realtà che lo costituisce e circonda, in vista di una ridefinizione in termini «transnazionali» del rapporto conoscitivo e pratico del soggetto con se stesso e il mondo circostante. Da qui l'approdo a un modello di razionalità che rifiuta il principio unico e la riduzione alla causalità lineare, che riconosce il ruolo dell'irrazionale con il quale entra in dialogo, e che si definisce, antikantianamente, in senso autocritico ed evolutivo.

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