RASSEGNA STAMPA

25 FEBBRAIO 2004
FELICE CIMATTI
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Domande per orientarci su chi siamo
Due risposte alla domanda: chi siamo? Le riassume un libro di Kim Sterelny per Cortina, «La sopravvivenza del più adatto», che mette le posizioni riduzioniste di Dawkins contro quelle più articolate di Gould
 
C'è una domanda molto importante per capire chi siamo, una domanda che - in forme solo superficialmente diverse - è al centro della riflessione scientifica come di quella filosofica, di quella economica come di quella psicologica: quando osserviamo il volto di un animale umano, quel che vediamo è qualcosa di reale, che esiste effettivamente, oppure quel volto non è che una apparenza ? Detto altrimenti: per rispondere alla domanda «chi siamo?» occorre (anche) guardare quel volto, e magari ascoltare quel che ha da dirci, oppure occorre cercare dietro di esso, proprio perché il volto non è qualcosa che esiste realmente, ma, appunto, è soltanto una semplice apparenza? Il libro di Kim Sterelny titolato La sopravvivenza del più adatto. Dawkins contro Gould , da poco uscito per Raffaello Cortina, si pone questa domanda confrontando le posizioni di due fra i più importanti biologi contemporanei, Richard Dawkins (l'autore del celebre e controverso Il gene egoista) e Stephen J. Gould, il paleontologo da poco scomparso che, insieme a Niles Eldredge, ha rivoluzionato la teoria dell'evoluzione con il suo modello dei cosiddetti «equilibri punteggiati» (secondo la quale molte caratteristiche biologiche non si possono spiegare mediante la selezione naturale).

Chiariamo la posta in gioco: se ha ragione Dawkins (e Sterelny, alla fine del libro, dichiara di stare dalla sua parte) quel volto è niente più di una specie di scatola, è un «veicolo» la cui funzione biologica è trasportare i «geni» (contenuti nei cromosomi) da una generazione alla successiva. Per usare una formula scherzosa, ma che coglie il succo dell'ipotesi di Dawkins, «la gallina è un trucco ideato dall'uovo per avere un altro uovo». Torniamo alla domanda iniziale: «chi siamo?», siamo, risponde Dawkins, delle macchine biologiche la cui funzione è permettere ai geni (non ai nostri geni, perché semmai siamo noi ad essere proprietà dei geni) di continuare ad esistere anche nella prossima generazione. Questo modo di spiegare la nostra natura è riduzionista, perché si propone di dare conto di tutto il mondo vivente, noi compresi ovviamente, mediante un «unico meccanismo», quello, appunto, della «selezione naturale», che agisce in base ad un unico scopo: favorire la sopravvivenza e la diffusione dei geni.

In particolare, Dawkins pensa che gli animali della nostra specie, Homo sapiens, siano scatole che portano per il mondo due tipi di entità, i geni, appunto, e quelli che ha definito «memi». Un «meme» è una idea, un certo modo di usare uno strumento, un certo modo dire; un «meme», ad esempio, è quello dell'«amore romantico», che porta i nostri corpi a comportarsi in un certo particolare modo.

Secondo questa teoria non siamo noi, che pensiamo i «memi», al contrario, sono i «memi» che, attraverso di noi, si diffondono (come una specie di virus) da un tempo ad un altro. Sono i «memi», in sostanza, che ci pensano. In entrambi i casi noi, animali con volto, animali che pensano e sperano, che lottano e sognano, non siamo propriamente nulla di effettivo, di reale. Vale a dire: tutti i livelli di realtà diversi da quello dei geni, e dei «memi», di fatto non sono livelli che abbiano un reale valore esplicativo. Per non fare che un esempio, da un punto di vista biologico, secondo l'opinione di Dawkins, non si può che arrivare alla conclusione che «l'altruismo sia una illusione».

Completamente diversa la posizione di Gould, il quale sostiene una visione molto più ricca e articolata del mondo biologico. In particolare, per Gould, molte caratteristiche biologiche dei viventi non hanno un'unica spiegazione evolutiva, ossia non si sono fissate e conservate perché servivano per un certo scopo (e tantomeno per diffondere i geni di cui sarebbero l'espressione). E ancora, molti fenomeni viventi non possono essere spiegati in base alla loro presunta funzione. Facciamo un primo esempio, le ali degli uccelli. Alla domanda: «perché gli uccelli hanno le ali?», una risposta evoluzionistica potrebbe essere all'incirca questa: «per volare». Ma è una risposta sbagliata. In realtà le ali si sono originariamente sviluppate per disperdere il calore (erano una specie di radiatore piumato), e solo successivamente sono diventate strumenti per volare. La funzione attuale di un organo non è detto che sia anche quella originaria.

Ma se le cose stanno così, allora esisteranno fenomeni biologici che si possono spiegare anche senza ricorrere alla selezione naturale: qualcosa, di biologico, c'è, anche se non ha (avuto) alcuna funzione. Un altro caso è il linguaggio umano. Secondo il biologo Lewontin, ad esempio, la funzione originaria del linguaggio non è stata la comunicazione, funzione che si sarebbe aggiunta (e neanche in modo del tutto adeguato) in un secondo momento. Secondo questa linea di pensiero il linguaggio non è uno strumento comunicativo, ma il nostro modo naturale di pensare. Ma siccome la nostra vita di animali umani è inseparabile dal linguaggio - dalla vita sociale a quella affettiva, dalla scienza alla politica, dall'esperienza religiosa a quella estetica - allora neanche questi fenomeni si potranno spiegare mediante i concetti della teoria dell'evoluzione, semplicemente perché il fenomeno che ne è alla base, il linguaggio appunto, non ha una spiegazione evolutiva (in effetti, il fatto che, dopo secoli di tentativi, non abbiamo nemmeno una teoria anche soltanto lontanamente plausibile relativamente alla sua supposta storia evolutiva dovrebbe allarmare i sostenitori dell'ipotesi di Dawkins).

In generale l'impostazione di Gould è contro il riduzionismo, perché ammette che i diversi livelli in cui si articolano i fenomeni viventi, quello genetico e quello del volto, quello sociale e quello individuale, si spieghino con metodi e concetti diversi. Mentre per Dawkins «le scienze naturali sono il grande strumento per produrre conoscenze oggettive sul mondo», per Gould - come sottolinea con preoccupazione Sterelny - esistono «importanti domini della conoscenza umana in cui la scienza non svolge alcun ruolo». In realtà, Gould non sostiene affatto che non si possa fare scienza, ad esempio, dell'esperienza religiosa; sostiene, però, che non c'è un unico modo di fare scienza, in particolare non c'è soltanto quello riduzionistico.

Per spiegare il modo in cui gli animali umani vivono questo tipo di esperienza, oppure quella amorosa, è sbagliato cercare nei loro geni (o nei loro «memi»), perché questa spiegazione si colloca a un livello troppo lontano da quello del fenomeno che vorrebbe spiegare: al livello dei geni non ritroviamo nulla che abbia a che vedere con l'amore umano; non perché l'amore non esista, semplicemente perché lo cerchiamo nel posto sbagliato.

La posta in gioco, allora, è sul concetto di natura: natura vuol dire, come credeva Cartesio (e il cartesiano inconsapevole Dawkins) materia, oppure significa anche (almeno nel caso dell'animale umano) cultura ? L'esperienza del volto è, come sostiene Dawkins, una «illusione» oppure è - come sosteneva Gould - una esperienza affatto reale?


 

 

 

 

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