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Domande
per orientarci su chi siamo
Due risposte alla
domanda: chi siamo? Le riassume un libro di Kim Sterelny per Cortina, «La
sopravvivenza del più adatto», che mette le posizioni riduzioniste di Dawkins
contro quelle più articolate di Gould
C'è una domanda molto
importante per capire chi siamo, una domanda che - in forme solo
superficialmente diverse - è al centro della riflessione scientifica come di quella
filosofica, di quella economica come di quella psicologica: quando osserviamo
il volto di un animale umano, quel che
vediamo è qualcosa di reale, che esiste effettivamente, oppure quel volto non
è che una apparenza
?
Detto altrimenti: per rispondere alla domanda «chi siamo?» occorre (anche)
guardare quel volto, e magari ascoltare quel che ha da dirci, oppure occorre
cercare dietro di esso, proprio perché il
volto non è qualcosa che esiste realmente, ma, appunto, è soltanto una
semplice apparenza? Il libro di Kim Sterelny titolato La sopravvivenza del più
adatto. Dawkins contro Gould , da poco uscito per Raffaello Cortina, si pone
questa domanda confrontando le posizioni di due fra i più importanti biologi
contemporanei, Richard Dawkins (l'autore del celebre e controverso Il gene egoista) e Stephen J. Gould, il
paleontologo da poco scomparso che, insieme a Niles Eldredge, ha
rivoluzionato la teoria dell'evoluzione con il suo modello dei cosiddetti
«equilibri punteggiati» (secondo la quale molte caratteristiche biologiche
non si possono spiegare mediante la selezione naturale).
Chiariamo la posta in gioco: se ha ragione Dawkins (e
Sterelny, alla fine del libro, dichiara di stare dalla sua parte) quel volto
è niente più di una specie di scatola, è un
«veicolo» la cui funzione biologica è trasportare i «geni» (contenuti nei
cromosomi) da una generazione alla successiva. Per usare una formula
scherzosa, ma che coglie il succo dell'ipotesi di Dawkins, «la gallina è un
trucco ideato dall'uovo per avere un altro uovo». Torniamo alla domanda
iniziale: «chi siamo?», siamo, risponde Dawkins, delle macchine biologiche la
cui funzione è permettere ai geni (non ai nostri geni, perché semmai siamo
noi ad essere proprietà dei geni) di continuare ad esistere anche nella prossima
generazione. Questo modo di spiegare la nostra natura è riduzionista, perché si propone di dare conto di tutto il mondo vivente, noi compresi ovviamente, mediante
un «unico meccanismo», quello, appunto, della «selezione naturale», che
agisce in base ad un unico scopo: favorire la sopravvivenza e la diffusione
dei geni.
In particolare, Dawkins pensa che gli animali della nostra
specie, Homo sapiens, siano scatole che
portano per il mondo due tipi di entità, i geni, appunto, e quelli che ha
definito «memi». Un «meme» è una idea, un certo modo di usare uno strumento,
un certo modo dire; un «meme», ad esempio, è quello dell'«amore romantico»,
che porta i nostri corpi a comportarsi in un certo particolare modo.
Secondo questa teoria non siamo noi, che pensiamo i
«memi», al contrario, sono i «memi» che, attraverso di noi, si diffondono
(come una specie di virus) da un tempo ad un altro. Sono i «memi», in
sostanza, che ci pensano. In entrambi i casi
noi, animali con volto, animali che pensano e sperano, che lottano e sognano,
non siamo propriamente nulla di effettivo, di reale. Vale a dire: tutti i
livelli di realtà diversi da quello dei geni, e dei «memi», di fatto non sono
livelli che abbiano un reale valore esplicativo. Per non fare che un esempio,
da un punto di vista biologico, secondo l'opinione di Dawkins, non si può che
arrivare alla conclusione che «l'altruismo sia una illusione».
Completamente diversa la posizione di Gould, il quale
sostiene una visione molto più ricca e articolata del mondo biologico. In
particolare, per Gould, molte caratteristiche biologiche dei viventi non
hanno un'unica spiegazione evolutiva, ossia non si sono fissate e conservate
perché servivano per un certo scopo (e tantomeno per diffondere i geni di cui
sarebbero l'espressione). E ancora, molti fenomeni viventi non possono essere
spiegati in base alla loro presunta funzione. Facciamo un primo esempio, le
ali degli uccelli. Alla domanda: «perché gli uccelli hanno le ali?», una
risposta evoluzionistica potrebbe essere all'incirca questa: «per volare». Ma
è una risposta sbagliata. In realtà le ali si sono originariamente sviluppate
per disperdere il calore (erano una specie di radiatore piumato), e solo
successivamente sono diventate strumenti per volare. La funzione attuale di
un organo non è detto che sia anche quella originaria.
Ma se le cose stanno così, allora esisteranno fenomeni
biologici che si possono spiegare anche senza ricorrere alla selezione
naturale: qualcosa, di biologico, c'è, anche se non ha (avuto) alcuna funzione.
Un altro caso è il linguaggio umano. Secondo il biologo Lewontin, ad esempio,
la funzione originaria del linguaggio non è stata la comunicazione, funzione
che si sarebbe aggiunta (e neanche in modo del tutto adeguato) in un secondo
momento. Secondo questa linea di pensiero il linguaggio non è uno strumento comunicativo, ma il nostro modo
naturale di pensare. Ma siccome la nostra vita di animali umani è
inseparabile dal linguaggio - dalla vita sociale a quella affettiva, dalla
scienza alla politica, dall'esperienza religiosa a quella estetica - allora
neanche questi fenomeni si potranno spiegare mediante i concetti della teoria
dell'evoluzione, semplicemente perché il fenomeno che ne è alla base, il
linguaggio appunto, non ha una spiegazione
evolutiva (in effetti, il fatto che, dopo secoli di tentativi, non abbiamo
nemmeno una teoria anche soltanto lontanamente plausibile relativamente alla
sua supposta storia evolutiva dovrebbe allarmare i sostenitori dell'ipotesi
di Dawkins).
In generale l'impostazione di Gould è contro il
riduzionismo, perché ammette che i diversi livelli in cui si articolano i
fenomeni viventi, quello genetico e quello del volto, quello sociale e quello
individuale, si spieghino con metodi e concetti diversi.
Mentre per Dawkins «le scienze naturali sono il grande strumento per produrre
conoscenze oggettive sul mondo», per Gould - come sottolinea con
preoccupazione Sterelny - esistono «importanti domini della conoscenza umana
in cui la scienza non svolge alcun ruolo». In realtà, Gould non sostiene
affatto che non si possa fare scienza, ad esempio, dell'esperienza religiosa;
sostiene, però, che non c'è un unico modo di fare scienza, in particolare non
c'è soltanto quello riduzionistico.
Per spiegare il modo in cui gli animali umani vivono
questo tipo di esperienza, oppure quella amorosa, è sbagliato cercare nei
loro geni (o nei loro «memi»), perché questa spiegazione si colloca a un
livello troppo lontano da quello del fenomeno che vorrebbe spiegare: al
livello dei geni non ritroviamo nulla che abbia a che vedere con l'amore
umano; non perché l'amore non esista, semplicemente perché lo cerchiamo nel
posto sbagliato.
La posta in gioco, allora, è sul concetto di natura:
natura vuol dire, come credeva Cartesio (e il cartesiano inconsapevole
Dawkins) materia, oppure significa anche
(almeno nel caso dell'animale umano) cultura ?
L'esperienza del volto è, come sostiene Dawkins, una «illusione» oppure è -
come sosteneva Gould - una esperienza affatto reale?
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