[Vietata in Europa e negli Usa, la
clonazione umana si sperimenta sul Pacifico
Trenta piccoli cloni da Seul
Ricercatori
coreani e Usa annunciano a Seattle di aver clonato cellule staminali umane in
laboratorio per scopi terapeutici. «Science» anticipa la notizia. Il Vaticano
insorge. «Un esperimento importante ma da vagliare con prudenza», il giudizio
di Giulio Cossu, biologo del San Raffaele
MATTEO
BARTOCCI
L'annuncio
potrebbe segnare un'epoca, anche se, com'è logico, bisognerà attendere tutte le
verifiche della comunità scientifica. Alcuni ricercatori dell'università
nazionale della Corea del Sud e della Michigan State University, negli Stati
Uniti, sono riusciti per la prima volta a estrarre con successo cellule
staminali pluripotenti da un embrione umano clonato. Lo studio è la prima
conferma delle aspettative teoriche degli scienziati e apre la strada alla
produzione «personalizzata» di cellule in grado, in un lontano futuro, di
riparare tessuti e organi danneggiati da alcune patologie come il morbo di Parkinson.
L'esperimento è stato annunciato ieri a Seattle al congresso dell'Accademia
delle scienze americana ed è stato pubblicato in tutta fretta dall'autorevole
rivista Science. L'articolo è stato anticipato
perché - come era accaduto per la pecora Dolly - la notizia è stata «bruciata»
da un quotidiano coreano.
L'esperimento del veterinario Woo Suk Hwang e dei suoi
colleghi è stato condotto in tre fasi diverse: creazione degli embrioni tramite
la clonazione delle donatrici, estrazione delle cellule staminali, verifica
della loro funzionalità in topi di laboratorio. Tutti questi passaggi sono
stati coronati da successo e in un modo che non violerebbe i vincoli etici
imposti su ricerche di questo tipo in Europa e negli Usa.
In primo luogo l'équipe guidata da Hwang ha creato 30
embrioni, cloni geneticamente identici a 16 donne. Le volontarie si sarebbero
offerte gratis e consapevolmente, donando «alla causa» ben 242 ovociti e alcune
cellule somatiche prelevate dal proprio «cumulo ooforo», la massa vischiosa che
protegge l'ovocita nelle tube. Usando le tecniche sviluppate a partire dalla
clonazione di Dolly (era il 1997), gli scienziati hanno introdotto il nucleo
della cellula somatica nell'ovocita, portando poi 30 di questi embrioni (una
percentuale di successo molto alta per esperimenti di questo tipo) a
svilupparsi in vitro fino allo stadio di
blastocisti. In condizioni normali, questa è una fase dello sviluppo
relativamente avanzata (5 giorni dopo la fecondazione), quando l'embrione si
annida nell'utero e dà il via alla gravidanza vera e propria.
Un passaggio che per fortuna gli scienziati non hanno
eseguito, altrimenti avrebbero creato, in caso di successo, il primo clone
umano della storia. Un atto moralmente discutibile che in Occidente costituisce
per di più un reato penale. Nella loro sommaria conferenza stampa, infatti, gli
scienziati hanno condannato la clonazione umana a fini riproduttivi come
«folle».
Come secondo passaggio, i ricercatori hanno poi estratto da
una sola blastocisti (una massa che assomiglia a un lampone infinitesimo)
alcune cellule speciali, quelle staminali, che in seguito danno vita a tutti i
tipi di tessuti che compongono il nostro corpo.
Infine, a scopo di verifica, hanno inserito le cellule così
ottenute in alcuni topi di laboratorio, dove si sarebbero trasformate in
tessuti umani dimostrando il successo dell'esperimento. Nei topi, privati delle
difese immunitarie, queste cellule hanno però assunto una forma cancerogena. Un
dato comune a molti esperimenti (e finora inevitabile) che dimostra come la
strada per l'uso clinico di queste ricerche, con lo sviluppo ordinato e
specifico per la patologia prescelta delle cellule «artificiali», sia ancora
molto lungo.
Il team di Hwang non è nuovo all'onore delle cronache. Nel
dicembre del 2003 aveva clonato quattro vitelli capaci di resistere
all'encefalopatia spongiforme bovina (Bse), il morbo della mucca pazza. Anche
un altro dei responsabili dell'esperimento, Jose B. Cibelli, non è un neofita
per la stampa. E' uno dei fondatori dell'azienda americana Advanced Cell Technology: la società che nel 2001 provocò
uno scandalo mondiale annunciando con clamore eccessivo un fallito esperimento
che riguardava una presunta clonazione umana. Un pessimo esempio di «soft
science» e di scienza strillata sui giornali più che in laboratorio.
Non sembra essere questo il caso del lavoro pubblicato ieri,
anche se la cautela nel mondo scientifico è d'obbligo. Giulio Cossu,
condirettore dell'Istituto per le cellule staminali del San Raffaele di Milano,
giudica il lavoro presentato a Seattle «un passaggio importante e attendibile
che per la prima volta dimostra che questo processo è tecnicamente possibile
sull'uomo».
In Italia, paese scientificamente sprofondato nel medio evo,
a poche ore dall'annuncio americano il Vaticano già tuona contro l'ennesimo
«delitto contro la vita». Se si chiede a Cossu se c'è qualcuno nel nostro paese
che fa ricerche simili a questa il commento è amaro: «Ma se a malapena
riusciamo a lavorare su cellule dei topi...». Cesare Galli, il ricercatore che
sull'onda del caso Dolly aveva clonato nel 1999 il toro Galileo ha passato
problemi di ogni tipo, dimostrando che ricerche anche lontanamente simili a
quella di ieri sono impossibili nel nostro paese.
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