RASSEGNA STAMPA

13 FEBBRAIO 2004
MATTEO BARTOCCI
[Vietata in Europa e negli Usa, la clonazione umana si sperimenta sul Pacifico
Trenta piccoli cloni da Seul
Ricercatori coreani e Usa annunciano a Seattle di aver clonato cellule staminali umane in laboratorio per scopi terapeutici. «Science» anticipa la notizia. Il Vaticano insorge. «Un esperimento importante ma da vagliare con prudenza», il giudizio di Giulio Cossu, biologo del San Raffaele
MATTEO BARTOCCI
L'annuncio potrebbe segnare un'epoca, anche se, com'è logico, bisognerà attendere tutte le verifiche della comunità scientifica. Alcuni ricercatori dell'università nazionale della Corea del Sud e della Michigan State University, negli Stati Uniti, sono riusciti per la prima volta a estrarre con successo cellule staminali pluripotenti da un embrione umano clonato. Lo studio è la prima conferma delle aspettative teoriche degli scienziati e apre la strada alla produzione «personalizzata» di cellule in grado, in un lontano futuro, di riparare tessuti e organi danneggiati da alcune patologie come il morbo di Parkinson. L'esperimento è stato annunciato ieri a Seattle al congresso dell'Accademia delle scienze americana ed è stato pubblicato in tutta fretta dall'autorevole rivista Science. L'articolo è stato anticipato perché - come era accaduto per la pecora Dolly - la notizia è stata «bruciata» da un quotidiano coreano.

L'esperimento del veterinario Woo Suk Hwang e dei suoi colleghi è stato condotto in tre fasi diverse: creazione degli embrioni tramite la clonazione delle donatrici, estrazione delle cellule staminali, verifica della loro funzionalità in topi di laboratorio. Tutti questi passaggi sono stati coronati da successo e in un modo che non violerebbe i vincoli etici imposti su ricerche di questo tipo in Europa e negli Usa.

In primo luogo l'équipe guidata da Hwang ha creato 30 embrioni, cloni geneticamente identici a 16 donne. Le volontarie si sarebbero offerte gratis e consapevolmente, donando «alla causa» ben 242 ovociti e alcune cellule somatiche prelevate dal proprio «cumulo ooforo», la massa vischiosa che protegge l'ovocita nelle tube. Usando le tecniche sviluppate a partire dalla clonazione di Dolly (era il 1997), gli scienziati hanno introdotto il nucleo della cellula somatica nell'ovocita, portando poi 30 di questi embrioni (una percentuale di successo molto alta per esperimenti di questo tipo) a svilupparsi in vitro fino allo stadio di blastocisti. In condizioni normali, questa è una fase dello sviluppo relativamente avanzata (5 giorni dopo la fecondazione), quando l'embrione si annida nell'utero e dà il via alla gravidanza vera e propria.

Un passaggio che per fortuna gli scienziati non hanno eseguito, altrimenti avrebbero creato, in caso di successo, il primo clone umano della storia. Un atto moralmente discutibile che in Occidente costituisce per di più un reato penale. Nella loro sommaria conferenza stampa, infatti, gli scienziati hanno condannato la clonazione umana a fini riproduttivi come «folle».

Come secondo passaggio, i ricercatori hanno poi estratto da una sola blastocisti (una massa che assomiglia a un lampone infinitesimo) alcune cellule speciali, quelle staminali, che in seguito danno vita a tutti i tipi di tessuti che compongono il nostro corpo.

Infine, a scopo di verifica, hanno inserito le cellule così ottenute in alcuni topi di laboratorio, dove si sarebbero trasformate in tessuti umani dimostrando il successo dell'esperimento. Nei topi, privati delle difese immunitarie, queste cellule hanno però assunto una forma cancerogena. Un dato comune a molti esperimenti (e finora inevitabile) che dimostra come la strada per l'uso clinico di queste ricerche, con lo sviluppo ordinato e specifico per la patologia prescelta delle cellule «artificiali», sia ancora molto lungo.

Il team di Hwang non è nuovo all'onore delle cronache. Nel dicembre del 2003 aveva clonato quattro vitelli capaci di resistere all'encefalopatia spongiforme bovina (Bse), il morbo della mucca pazza. Anche un altro dei responsabili dell'esperimento, Jose B. Cibelli, non è un neofita per la stampa. E' uno dei fondatori dell'azienda americana Advanced Cell Technology: la società che nel 2001 provocò uno scandalo mondiale annunciando con clamore eccessivo un fallito esperimento che riguardava una presunta clonazione umana. Un pessimo esempio di «soft science» e di scienza strillata sui giornali più che in laboratorio.

Non sembra essere questo il caso del lavoro pubblicato ieri, anche se la cautela nel mondo scientifico è d'obbligo. Giulio Cossu, condirettore dell'Istituto per le cellule staminali del San Raffaele di Milano, giudica il lavoro presentato a Seattle «un passaggio importante e attendibile che per la prima volta dimostra che questo processo è tecnicamente possibile sull'uomo».

In Italia, paese scientificamente sprofondato nel medio evo, a poche ore dall'annuncio americano il Vaticano già tuona contro l'ennesimo «delitto contro la vita». Se si chiede a Cossu se c'è qualcuno nel nostro paese che fa ricerche simili a questa il commento è amaro: «Ma se a malapena riusciamo a lavorare su cellule dei topi...». Cesare Galli, il ricercatore che sull'onda del caso Dolly aveva clonato nel 1999 il toro Galileo ha passato problemi di ogni tipo, dimostrando che ricerche anche lontanamente simili a quella di ieri sono impossibili nel nostro paese.
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