![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 12 FEBBRAIO 2004 |
|
Piergiorgio
Odifreddi, docente di logica matematica presso le Università di Torino e
di Cornell (Usa), autore di importanti saggi scientifici e di divulgazione
scientifica e collaboratore di quotidiani come La Repubblica e La Stampa,
sarà il primo ospite, domani alle 21 all'auditorium Sant'Ilario, della
rassegna intitolata “Natura Uomo Cultura”, organizzata dall'assessore
all'ambiente della Provincia di Piacenza, Adriana Bertoni. In attesa di
incontrare Odifreddi nell'incontro dal titolo “Tra scienza e filosofia”,
gli abbiamo rivolto alcune domande.
Lei spesso parla di un eterno conflitto nell'uomo fra la cultura
scientifica e quella umanistica. Quali danni provoca tale conflitto?
«Innanzitutto va detto che si tratta di un conflitto che parte da lontano.
Già con gli antichi Greci vi era da una parte la cultura umanistica, con la
letteratura, la filosofia e la mitologia, e dall'altra, parallela, la
grande tradizione di Pitagora, Euclide, Archimede e Aristotele. Quindi le
due culture sono lì da sempre, per lo meno nel nostro sviluppo occidentale,
e sono entrambe necessarie, un po' come i due emisferi del cervello, quello
sinistro, razionale, e quello destro più emotivo, istintivo. Così come i
due emisferi cerebrali, però, sono collegati tra loro, altrimenti saremmo
dei malati mentali, allo stesso modo le due culture devono essere
collegate, perché altrimenti diventiamo dei malati culturali. Ora io mi
illudo che questo collegamento passi proprio attraverso la matematica,
perché è in qualche modo una disciplina che sta a cavallo tra le due
culture: la si può considerare scientifica perché è il linguaggio della
scienza, ma non è propriamente una scienza essa stessa».
Nel suo libro “Il diavolo in cattedra”, lei si propone di far scoprire
ai matematici la filosofia che ignorano e di far trovare ai filosofi la
matematica che non conoscono. E' questo l'obiettivo che deve porsi la
Cultura nella nostra società?
«In qualche modo sì. Per tornare agli antichi Greci, all'ingresso
dell'Accademia di Platone c'era scritto “non entri chi non conosce la
geometria”, il che significa che nella maggior scuola filosofica si
riconosceva il valore della scienza e della matematica. Poi con la
modernità questa comunione si è persa e oggi c'è molta incomprensione, per
cui gli umanisti disdegnano la matematica e tutto ciò che ne deriva».
E gli scientisti?
«Gli scentisti si sentono un poco emarginati da questa cultura dominante
per cui nei media, in televisione, nelle pagine culturali dei giornali,
quasi sempre si parla di aspetti umanistici e quasi mai di scienza. E
allora io penso che ci voglia un po' di buona volontà da tutte e due le
parti, da parte degli umanisti andando a vedere cosa dicono gli scienziati
e da parte degli scienziati non disdegnando l'umanesimo. Anche se devo dire
che in questo senso sono più colpevoli i primi, perché nessuno scienziato
si gloria nel fatto di non aver mai letto la Divina Commedia, mentre gli
umanisti si vantano spesso di non sapere niente di matematica».
Sabato scorso, interpretando il ruolo dell'imputato Galileo Galilei in
un processo simulato alla Camera Penale di Torino, lei ha fatto dire al
grande scienziato: «ho scritto il “Dialogo sopra i due massimi sistemi del
mondo” in volgare e in forma dialogica, perché ogni persona potesse
leggerlo e sapere che il Signor Dio, come gli ha dato gli occhi per vedere
le opere Sue, gli ha anche dato il cervello per poterle capire». E' per
questo che lei oggi scrive libri di divulgazione scientifica?
«Per Galileo era quasi un obbligo morale cercare di capire il mondo esterno
e non vivere semplicemente come degli ignavi. A me, se posso dirla in
maniera un po' brutale, quello che dà fastidio è la stupidità. La stessa
stupidità, per l'appunto, che si manifestava nel processo contro Galileo,
ossia l'ottusità di avere delle risposte preconcette, di credere che uno
possa trovare tutte le risposte in un libro di mitologia mediorientale di
2000 anni fa... Bisogna svincolarsi, capire che quello che poteva andare
bene per dei pastori analfabeti della Palestina non può più andar bene,
dopo 2000 anni, per persone occidentali colte. Bisogna scuotere questo
torpore intellettuale. Io non mi sento un missionario, ma è certo che
facendo di professione il logico, si notano certe cose che si vorrebbe poi
portare a conoscenza di tutti».