![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 09 GENNAIO 2004 |
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IN PRINCIPIO era il Golem, l’ automaton ,
l’ homunculus , l’Adamo mancato, creato dal rabbino di Praga. Poi,
vennero le macchine, da quelle sognate dagli antichi a quelle modernissime
dell’era telematica. Macchine per arare i campi e per uccidere, per calcolare e
ricordare, per parlare e giocare, per pensare e riprodursi. A loro è dedicato Machina
, il convegno internazionale promosso dall’Istituto per il lessico
intellettuale europeo e storia delle idee del Cnr, dall’Istituto e museo di
storia della scienza e dalla facoltà di filosofia dell’Università di Roma “La
Sapienza”, che è cominciato ieri e si concluderà domani a Villa Mirafiori.
« Machina è un termine che, dal mondo greco fino all’età moderna, ha un
duplice significato», dice Tullio Gregory, professore di Storia della filosofia
a “La Sapienza” e fondatore dell’Istituto. «Può indicare, in senso proprio, uno
strumento oppure, in senso metaforico, una macchinazione, un inganno... Ha
infinite implicazioni. Ma, soprattutto, quello della macchina è un tema che ha
appassionato i più grandi pensatori, le menti più elette della storia
dell’umanità: da Aristotele a Leonardo, che ne ha immaginate e disegnate
tantissime, cercando di studiare i meccanismi più profondi del loro
funzionamento. Per non parlare di Pascal e Leibniz, che si impegnarono nella
progettazione di macchine logiche finalizzate al calcolo».
In Dio & Golem s.p.a. , uno straordinario saggio degli anni 60, il
padre della cibernetica Norbert Wiener si pose il problema inquietante,
attualissimo, più che mai irrisolto «del gioco tra il creatore e la creatura».
Era, sottolineava Wiener, «il tema del Libro di Giobbe e anche del Paradiso
perduto », opere religiose in cui «si immagina che il Diavolo giochi una
partita con Dio». Ebbene - sosteneva il grande matematico con una avvincente
rete di citazioni bibliche e argomentazioni scientifiche - se il XX Secolo
sembrava aver dato all’homo sapiens (ma non era un’ex scimmia?) la possibilità
di mostrarsi all’altezza della blasfema offerta del serpente nel Giardino
dell’Eden («voi sarete come Dei») raggiungendo con l’avvento dell’era atomica e
dell’ingegneria genetica poteri assoluti di vita e di morte, la cibernetica e i
moderni robot gli prospettano invece una disfatta prossima ventura: quella di
essere travolto dalle sue stesse creature, le macchine.
Rischiamo davvero di fare questa fine? «Quella del Golem, della macchina che
combatte contro l’uomo che l’ha creata e lo vince, è una leggenda quanto mai
suggestiva, oggi più che mai», risponde Gregory. «Le macchine informatiche
danno spesso l’impressione che l’uomo abbia scatenato un potere che rischia di
non poter più controllare. E, poi, i progressi degli ultimi anni hanno
riproposto un altro antico problema: l’uomo può creare una macchina capace, a
sua volta, di crearne un’altra? Una macchina può davvero generarne un’altra?».
Insomma, la scienza ci ha posto di fronte a conflitti un tempo inimmaginabili,
dividendo gli orizzonti umani tra speranze di esaltanti conquiste e l’incubo di
un futuro di Apprendisti stregoni. «E’ un dilemma che ci riconduce alla
questione basilare della libertà», dice Luciano Canfora, ordinario di filologia
all’Università di Bari, intervenuto ieri al convegno romano. «La terribile
eventualità che l’uomo finisca vittima di macchine che possono addirittura
sovrastarlo sarebbe la più grande catastrofe del concetto di libertà. Sarebbe
la perdità della libertà... L’uomo si può dire libero fino a quando riuscirà a
dominare le sue creazioni. E’ sulla questione della libertà che si è giocata e si
gioca la sfida che gli esseri umani hanno posto in atto nei confronti della
natura».
Con quali prospettive, in tempi di temute apocalissi ecologiche, guerre
asimmetriche e scenari fantascientifici da brivido? «Il vecchio Aristotele
suggeriva l’obiettivo del dominio sulla natura, che l’uomo ha cercato di
perseguire per millenni, fino a ora», risponde Canfora. «Per Leopardi, invece,
nelle Operette morali , era vincente il dialogo con la natura per
una ragione fondamentale: l’uomo è soltanto un ospite di passaggio in un
universo che può osservarne anche la scomparsa».
Gregory invita a un cauto ragionevole ottimismo. Sostiene: «Da quando l’uomo
crea macchine per alleviare il proprio lavoro, ha il timore di esserne
schiacciato. Ma io non credo che l’intelligenza artificiale possa scavalcare la
nostra, come ritenevano gli stessi cibernetici fino a pochi anni fa. Arrivare
alla macchina che gioca a scacchi va bene, ma quella che pensa in modo davvero
creativo è un’altra cosa»...
Canfora è, forse, più inquieto. E sottolinea un aspetto delicato e imbarazzante
della grande sfida. «Non c’è da essere troppo tranquilli», ammonisce.
«L’esperienza quotidiana prova che questi computer, dai quali dipende ormai
anche il nostro aggiornamento culturale, non sono noti a nessuno in modo
compiuto. Ebbene, l’umanesimo si fonda sul dominio degli strumenti che l’uomo
crea: “io so come funziona”. Ma con i nuovi media questa certezza è entrata in
crisi. Chi può dire di dominarli, nel senso che ne conosce le procedure fino
in fondo ? Anche il tecnico del computer non ne conosce la dinamica intima
dello strumento che usa tutti i giorni. Certo, ci consola il fatto che il
computer sia stato sconfitto nel gioco degli scacchi da Karpov e che, quindi,
possiamo sperare di essere noi a vincere la partita. E rimane il rischio che il
dominio sulla natura si rivolti contro di noi come un boomerang».