RASSEGNA STAMPA

09 GENNAIO 2004
PAOLO FERRARA
[Il senso della sofferenza

Il dolore nella realtà di ogni giorno è una presenza angosciante, non solo per chi lo soffre, ma anche per chi lo assiste.
Dolori, disagi e sofferenze: si tratta di un impegno molto arduo da realizzare per la mancanza soprattutto di una rete assistenziale dedicata ad un male così frequente con lo stesso impegno degli altri.
L'uomo incontra la sofferenza per il fatto di essere privato dell'originaria armonia con la natura; allora sappiamo i patimenti della fame e del freddo, della carne trafitta dalle patologie, dalle ustioni, dall'abbandono, dal disamore, le sofferenze delle crisi esistenziali dell'uomo, della previsione della morte.
L'uomo è essere dotato di ragione e di autocoscienza, non può fare a meno di sperimentare la sua totale separazione da ogni altro essere umano.
La solitudine dell'uomo nell'universo, che lo fa isolato dal suo stesso corpo, è all'origine della sua odissea nella ricerca di ritrovare un senso per una dualità mancante. Infatti non è la sofferenza in sé ad essere particolarmente dolorosa quanto l'incapacità di dare ad essa un significato. Il male = sofferenza è vero che purtroppo è ancora inguaribile ma non per questo è incurabile. E per cure non si devono intendere solo quelle farmacologiche a base di analgesici o oppioidi tra cui la morfina, ma anche quelle assistenziali, fatte di attenzioni umane e sensibilità, rivolte ai diversi problemi psicologici e familiari della persona.
Non soffrire è un diritto naturale dell'essere umano in quanto tale: dovere di tutti è che esso sia pertanto rispettato.
Tra i diversi scenari in cui le culture hanno collocato la sofferenza, quello offerto dalla tradizione ebraico-cristiana è caratterizzato dalla “giustificazione” del male come effetto di una colpa originaria, colpa che ha introdotto nel mondo la distruzione, la malattia e la morte.
Incapace di autonoma salvezza, l'uomo attende il compimento di una promessa proveniente da Dio stesso: quella di un mondo senza il male, né lamento né affanno e senza morte, perché le cose di prima sono passate.
L'approssimarsi della morte può essere allora vissuto come un prepararsi a ritornare serenamente a casa, la casa da dove siamo venuti. Nella post-modernità il maggior pericolo per l'uomo è diventato l'uomo stesso; l'umanità si muove tra una tecnologia per sua natura ambivalente e relativa e il tentativo di recupero di tradizioni religiose e sapienziali che faticano ad adattarsi al mondo contemporaneo.
Ma il dolore esige risposte e non consente rinvii: la vera questione di vita e di morte rimane sempre la lotta per dare senso alla sofferenza.

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