![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 08 GENNAIO 2004 |
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“E'
mancato sul tema un dibattito tale da mobilitare le coscienze, si è poi abusato
negli ultimi tempi dello strumento del referendum e questa non è materia che si
presti ad un secco sì o no”
“Da cattolico premetto che ogni legge dovrebbe ispirarsi sempre al principio
basilare della morale laica secondo il quale ognuno è libero d'agire con
l'unico limite dei diritti altrui”
La legge n. 1514/03 che ha fissato le “Norme in materia di procreazione
assistita” ha suscitato divisioni e polemiche destinate a non sopirsi nel
tempo. La domanda che si pone l'uomo della strada di fronte a prese di
posizione tanto contrastanti espresse ad ogni livello, è se quella da poco
varata sia o meno una buona legge (come tale da approvare o da respingere).
Mi è stata chiesta al riguardo una mia opinione (legittimata, credo, anche dal
fatto che notoriamente - ho particolarmente a cuore i diritti dei bambini).
Dirò allora che l'intervento del legislatore in questa materia è da salutare
come un fatto positivo. Più che opportuno era necessario dettare regole precise
nel Far West della provetta che si era venuto a creare.
Aggiungo, però, subito che a mio giudizio la legge avrebbe potuto essere
migliore. È sicuramente mancato un sereno approfondimento (frutto di un dialogo
responsabile) in sede parlamentare.
Si sono formati subito due «blocchi» contrapposti, rigidi e trasversali tra
favorevoli e contrari che, di fatto, ha impedito un dialogo che ora invece di
essenziale importanza considerata la delicatezza dei temi in discussione.
Semplificando al massimo, i «nodi» di maggior spessore da sciogliere erano
quattro:
a) liceità o meno della fecondazione assistita limitatamente alle coppie
(sposate o conviventi) eterosessuali;
b) liceità o meno della fecondazione artificiale con "seme proveniente da
un donatore esterno alla coppia;
c) liceità o meno del controllo dell'embrione (per verificare la presenza di
eventuali malformazioni) prima dell'impianto; d) limitazione o meno del numero
di ovuli fecondati e liceità o meno del congelamento degli embrioni.
La legge appena approvata ha limitato alle coppie «regolari» l'accesso alla
fecondazione artificiale, ha escluso la liceità della cosiddetta fecondazione
“eterologa”, ha vietato il controllo sull'embrione, ha limitato (a tre) il
numero di ovuli fecondati ed ha vietato il congelamento degli embrioni.
A mio giudizio non tutte le scelte operate dal Parlamento sono da condividere.
Prima di scendere nel dettagli mi sembra indispensabile una premessa (e la
faccio da cattolico).
Ogni legge in un paese democratico dovrebbe ispirarsi sempre al principio
basilare della morale laica secondo il quale ognuno è libero di agire come
vuole con l'unico limite del rispetto dei diritti altrui. Una legge non
dovrebbe, cioè, mai essere «confessionale».
Quando sono in gioco valori essenziali (e nulla é più essenziale del valore
della vita) il legislatore dovrebbe resistere alla tentazione di «imporre» una
normativa ispirata a precotti «etici» che ogni cittadino deve essere invece
libero di risolvere secondo la propria coscienza.
Ciò premesso, dico subito che condivido la limitazione della fecondazione,
assistita alle coppie regolari mentre nutro più di un dubbio sulle altre scelte
operato dal legislatore.
La fecondazione eterologa crea, indubbiamente, il problema (grave) della
“identità” del nascituro, ma c'è da chiedersi se non si debba attribuire valore
prevalente al desiderio (umano) di tanto coppie di avere un figlio naturale.
Non è poi agevole condividere la proibizione di qualunque tipo di diagnosi
sull'embrione prima dell'impianto (compresa quella che ha lo specifico fine di
individuare malattie dei quali i genitori siano più o meno inconsapevolmente
portatori).
La limitazione a tre del numero di ovuli fecondati da impiantare ha suscitato
rilievi critici molto vivaci (anche in ambienti medici altamente qualificati)
che meritano particolare attenzione.
Il divieto del congelamento degli embrioni, infine, è uno dei passaggi più
delicati e più controversi della legge. Si tratta infatti per qualcuno di un
colpo molto pesante alla libertà di ricerca scientifica (suscettibile di
contribuire non, marginalmente alla vittoria su malattie gravissime). Non va
trascurato fra l'altro che, secondo stime attendibili, esistono già in Italia
circa 20 mila embrioni congelati.
La domanda che sorge allora spontanea é semplice: se questi embrioni non sono
impiantabili (nel rispetto dei limiti posti dalla legge appena approvata) quale
deve essere il loro destino?
L'obiezione più seria a chi considera l'embrione un essere vivente è che tale
«entità» non ha futuro se non la si impianta (si tratterebbe quindi di un
“principio di vita”, ma non di una “vita” già autosufficiente).
In forza di quale ragione, allora, si dovrebbero indefinitamente lasciare gli
embrioni sospesi nel loro bagno di azoto liquido e non considerarli strumenti
utili (per qualcuno indispensabili) nella ricerca sulle cellule staminaIi
condotta in tutto il mondo - per vincere malattie terribili quali il Parkinson,
l'Alzheimer, la dístrofia e lo stesso cancro?
Non mi sembrano, peraltro, pertinenti certe ragioni della sinistra laica (che
ha definito oscurantista, retriva, neoconservatrice, burqa la legge in
questione).
Va presa con le molle anche l'accusa, avanzata da più parti, di essersi
celebrata con questa legge la «sacralizzazione dell'embrione» (al quale,
qualcuno dice, non dovrebbe essere riconosciuta “dignità umana” trattandosi in
fondo solo di “un piccolo ammasso di cellule" che non può essere dotato di
personalità giuridica”).
Non si può infatti trascurare che il Comitato nazionale di bioetica ancora nel
1996 era attestato - non senza contrasti interni - sulla linea “L'embrione: uno
di noi” con attribuzione all'ovulo fecondato dello status di “persona”» (ed
ufficialmente questa linea il Comitato non l'ha mai cambiata).
D'altro canto, va anche riconosciuto che (di fatto) questa posizione è stata
superata a partire dal 2000 quando (sotto la presidenza di Giovanni Berlinguer)
il Comitato, espresse parere favorevole alla sperimentazione su cellule
staminali.
Capisco bene, quindi, il dramma di coscienza di molti cattolici (ma non solo)
chiamati a votare la legge. Una legge, probabilmente nata male in un clima da
muro contro muro che poco si addiceva agli approfondimenti (anche e soprattutto
scientifici) che avrebbe richiesto, è comunque meglio dell'assenza di ogni
regola.
Ci sono poi statuizioni nella legge in esame a mio giudizio opportune e
condivisibili (si pensi ai divieti della clonazione, delle mamme-nonne,
dell'impianto “post mortem”. Non credo sia il caso (come ventilato da più
parti) di pensare ad un referendum abrogativo.
È mancato infatti sul tema un dibattito che abbia mobilitato le coscienze, si è
poi abusato negli ultimi tempi dello strumento del referendum e, soprattutto,
questa è materia troppo delicata e complessa che mal si presta ad essere
ricondotta negli schemi angusti di un “si” e di un “no”.
Penso invece che il parlamento dovrebbe fare tesoro dei motivati rilievi
critici di matrice non tanto politica o religiosa quanto tecnica per varare una
nuova legge che tenga fermi i principi validi che indubbiamente l'attuale
contiene introducendovi quelle “varianti” che la renderebbero sicuramente
migliore mettendola al passo con le analoghe normative europee.
Una sorta di compromesso sembra inevitabile fra le ragioni dei laici e quelle
dei cattolici.
Il nostro paese, d'altro canto, conosce già leggi che consentono di potere
operare scelte di coscienza nel rispetto di chi sia orientato in modo diverso
(basta pensare a come è stato regolamentato il divorzio e l'aborto).
Senza veti aprioristici (di qualunque segno) ma ispirandosi ai valori del
dialogo e della comprensione, strumenti indispensabili per vincere la
tentazione (sempre presente) del fondamentalismo (che è la brutta faccia del
rigore morale).