RASSEGNA STAMPA

07 GENNAIO 2004
ELIO MATASSI
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NEL SUO ULTIMO LAVORO GIACOMO MARRAMAO DIMOSTRA CHE IL FENOMENO NON È SOLO DI NATURA ECONOMICA

Filosofia sociale e globalizzazione

 

Dopo decenni in cui la filosofia contemporanea si è arenata sull’impasse della querelle tra “analitici” e “continentali”, prospettata in maniera angustamente contrappositiva, si assiste oggi ad un tentativo, speculativamente raffinato, di rintracciare piuttosto, nonostante il riconoscimento delle distanze che ancora tengono separate le due tradizioni, gli elementi comuni fra l’area della filosofia angloamericana e quella europea. Si è particolarmente distinto in tale nuova direzione di ricerca Giacomo Marramao, uno dei nostri filosofi contemporanei più presenti nel dibattito internazionale, con una serie di iniziative di carattere, in primo luogo, istituzionale (la nascita del Collegio di “Filosofia sociale” presso la Fondazione Basso) e culturale (si veda la Presentazione metodologica che introduce il numero 48 di “Paradigmi. Rivista di critica filosofica”, dedicato alla “Filosofia sociale, oggi”). Iniziative che convergono nel promuovere, appunto, la “Filosofia sociale”, un’espressione ancora scarsamente frequentata nel panorama filosofico-culturale italiano e che, nelle ambizioni di Marramao, deve essere in grado di valorizzare accanto alla consueta rappresentazione delle “Patologie del moderno” (Rousseau, Hegel, Max Weber, Horkheimer e Adorno, Hannah Arendt, Habermas, Taylor) anche l’altra prestigiosa corrente (Durkheim, Mauss, il parigino Collège de Sociologie, Karl Polanyi), che ha avuto il merito di mettere a fuoco le costanti del “legame sociale” non riconducibili allo schema, meramente “duale”, Stato-mercato. La Filosofia sociale come nuova prospettiva, teoricamente costruttiva, contro la deriva d’impostazioni rigidamente ed unilateralmente cristallizzate in se medesime. Dopo la trilogia, “Minima temporalia” (1990), “Kairòs. Apologia del tempo debito” (1992), “Cielo e terra” (1994), l’ultimo lavoro di Marramao, “Passaggio a Occidente. Filosofia e globalizzazione, (Milano, Bollati Boringhieri, 2003, pp. 248), dimostra operativamente che cosa sia “Filosofia sociale” e verso quali approdi possa condurre. Infatti solo chi si munisce di un approccio sofisticato potrà decostruire quel fenomeno di vastissime proporzioni che va sotto il nome di “mondializzazione” o “globalizzazione” e che non può essere inquadrato esclusivamente entro limiti tecno-economici. Sin dall’esergo del I° capitolo, Nostalgia del presente, mutuato da J.L.Borges, e dall’incipit, individuato in un contesto dei “Regards sur le monde actuel” di Paul Valéry in cui si mette l’accento sul “mutamento di scala senza precedenti”, rappresentato dalla globalizzazione, Marramao sceglie il profilo, speculativamente elevato, di rimettere in discussione tutte le polarità della tradizione metafisica, identità e differenza, contingenza e necessità, nonché, per cominciare, quella di locale e globale. La “globalizzazione” impone dunque un ripensamento radicale di tutte le categorie e le strutture concettuali specifiche della tradizione filosofica e politica, per questo la “Filosofia sociale” è, in primo luogo, “filosofia”, la filosofia corrispondente all’elevato grado di problematicità della nostra contemporaneità. Nella rigorosa strategia argomentativa di Marramao il primo passo di questa radicale decostruzione dovrà concernere lo stesso termine “globalizzazione”, “lemma ubiquitario” per eccellenza, da non confondersi con quello contiguo di “mondializzazione”. Una strategia che presume il disvelamento di quelle “metafisiche influenti” che stanno a monte delle costellazioni di senso delle espressioni “globalizzazione” e “mondializzazione” e che viene condotta secondo la miglior tradizione interpretativa della semantica storico-politica (R. Kosellek). Una decostruzione che presume sempre sullo sfondo il grande confronto sulla technische Zeit, sull’era della tecnica, avviato sin dagli anni della prima guerra mondiale da Oswald Spengler, Ernst Jünger, Carl Schmitt, Martin Heidegger. Questa contestualizzazione di ampio respiro consente a Marramao di riformulare il “teorema della secolarizzazione”, per il quale si era già segnalato agli inizi degli anni Ottanta con “Potere e secolarizzazione”. Riformulazione che permette di “fare interagire le due ottiche della globalizzazione e della secolarizzazione per sottrarle a due rischi opposti e speculari”, che sono esemplarmente rappresentati dalle antitetiche letture fornite da Francis Fukuyama (1992) e da Samuel Huntington (1996). Nel primo caso si va incontro al rischio dell’omologazione e dell’unificazione forzosa, pregiudiziale in quelle interpretazioni che assumono la modernità come un piano universale dato, precostituito, anziché come un terreno problematicamente aperto di conflitti. Nel secondo non può essere evitato il rischio della separazione e della dissociazione tipico di tutti gli schemi duali che assumono l’idea della mondializzazione “in funzione di un’immagine essenzialmente dicotomica della coppia globale/locale”. Una volta evitati ambedue questi rischi, che solo una strategia raffinata come la Filosofia sociale può consentire, si approda correttamente a quel “passaggio a occidente”, il titolo stesso del libro di Marramao, destinato a produrre trasformazioni profonde in tutti gli ambiti teorici e comportamentali non solo delle civiltà “altre” ma della stessa civiltà occidentale. La traduzione politica di tale passaggio ad Occidente sta in “una politica universalista della differenza”, da tenere rigorosamente distinta, per un verso, dalla “politica dell’identità di stampo illuministico” e, dall’altro, “dalla politica antiuniversalista delle differenze”, portata avanti in America dalle tendenze comunitaristiche ed in Europa dalle tentazioni identitarie localistiche, regionalistiche o etno-nazionalistiche. Una proposta che non può essere confusa con una forma di banale eclettismo ma che presume la via, teoricamente sofisticata, della sintesi disgiuntiva come, in maniera letterariamente splendida, suggerisce lo stesso Marramao nell’ultimo capoverso del I capitolo: “…in questo tempo del passaggio a Occidente, dovremo ancora a lungo obbedire a una doppia ingiunzione: disponendoci a scrivere con una mano la parola universalismo, con l’altra la parola differenza. E resistendo alla tentazione di scrivere entrambe le parole con una mano sola. Poiché sarebbe, comunque, la mano sbagliata” (p.77). Una proposta che, scegliendo non una forma generica di “eterofilia” né tanto meno quella di un paradossale “xenocentrismo” ma, assumendo in positivo le idee di “limite” e di “contingenza”, porta a conclusione la critica al Logos identitario della tradizione metafisico-occidentale. In tal modo la Filosofia sociale riesce a compenetrare nello stesso paradigma il piano della critica alla metafisica e quello della critica all’ambito politico-sociale.

 

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vedi anche
Filosofia (e) politica