![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 4 GENNAIO 2004 |
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Non
si tratta solamente di guerre ufficiali svolte sotto la luce dei mass media,
esistono moltissime piccole guerre delle quali nessuno si interessa, guerre
tribali, genocidi silenziosi, suicidi
di massa: tutta la tipologia della barbarie che l'umanità ha accumulato
nel corso dei secoli. Lo sviluppo di valori culturali internazionalistici,
interetnici e di solidarietà globale resta la sola risposta logica, ma se
vogliamo che questo inneschi un vero processo culturale e non si limiti alla
gestione di semplici reazioni emotive o peggio di coercizioni più o meno
autonome e spontanee, occorre un'analisi critica profonda dei fallimenti fin
qui ottenuti. Anche, se molto si è fatto sul piano politico non altrettanto approfondita
è stata l'analisi scientifica delle radici biologiche dei fenomeni in gioco.
C'è inoltre un fuorviante atteggiamento, piuttosto frequente nell'intellettuale
di sinistra, che tende a sottovalutare sistematicamente le influenze di
carattere genetico rispetto a quelle culturali con l'obiettivo più o meno
inconscio di togliere spazio a un razionale razzista. Non di meno converge, sia
pure con motivazioni diverse, su analoghe posizioni, anche la grande
maggioranza degli intellettuali cattolici per cui la probabilità che un giovane
venga correttamente informato è scarsissima.
Conviene
pertanto nel nostro discorso sgombrare a priori il campo da possibili equivoci
e affermare che, al pari degli altri
animali, l'umano deriva dall'espressione di un gruppo di geni né più né meno di
quanto avviene per il suo cugino scimpanzè con il quale condivide oltre il 99%
delle sequenze, e che non più di sei milioni di anni fa esisteva solamente uno
scimmione ancestrale dal quale sono derivati entrambi, sia gli ominidi sia il
cugino scimpanzè. Al pari delle altre scimmie antropomorfe, anche l'umano avrà alcuni
schemi comportamentali dipendenti in larga misura da pulsioni innescate da stimoli
chiave cioè comportamenti innati sia
pure esprimibili con il massimo di flessibilità e modificabili con adeguato
impegno culturale.
Il
processo di speciazione degli ominidi e, in particolare, la rapida evoluzione
della specie sapiens, consente di ipotizzare una successione di genocidi e di
cicli di espansione e riduzione della popolazione («flush and crash cycles») di
grande importanza per l'accelerazione del differenziamento genetico. La
necessaria dispersione in ampi territori di caccia e di raccolta, insieme alla
forte tendenza a diversificare il linguaggio, determinava un frazionamento
continuo in unità riproduttive separate e questi piccoli isolati culturali,
peculiari della specie umana, hanno probabilmente costituito l'unità di
selezione per le pulsioni adattative, comprese quelle espresse in un
comportamento criminale e criminogeno. Il successo del singolo isolato culturale
veniva infatti condizionato dalla capacità di comunicazione sviluppata dai membri
del gruppo con conseguente migliore organizzazione delle attività di caccia e
di raccolta, ma anche dalla capacità di controllare ed espandere il territorio
eliminando gruppi concorrenti.
I
caratteri adattativi sotto selezione sono stati verosimilmente per diversi
millenni territorialismo, coesione del gruppo, moralità solidaristica tribale,
riconoscimento della supremazia del capo e aggressività verso il diverso, cioè
tribalismo e razzismo. Questa pressione selettiva è diminuita a seguito dei
mutamenti intervenuti con la domesticazione degli animali e lo sviluppo
dell'agricoltura senza tuttavia che la progressiva espansione demografica postneolitica
abbia comportato pressioni selettive alternative in grado di favorire
l'espressione di quella «moralità solidaristica generale» diretta non al gruppo
ma all'intera specie Homo sapiens. Ne deriva il dramma biblico dell'evoluzione
di una condizione ecologica umana postindustriale inevitabilmente multirazziale
che richiederebbe alti livelli di tolleranza e solidarietà tra etnie e culture
diverse, mentre i genotipi di Homo sapiens restano quelli selezionati per
esprimere pulsioni adattative rispetto alla sopravvivenza di bande di
cacciatori/raccoglitori.
I
processi culturali possono controllare tali pulsioni primitive, reprimendole o
canalizzandole in attività sostitutive tendenti a mimare lo scontro tribale (ad
esempio, quando le tifoserie di due squadre di calcio si affrontano) ma occorre
purtroppo prendere atto che nessun progresso
stabile può essere garantito e che l'uomo "nuovo" prodotto di una
cultura internazionalista non ha alcuna
possibilità di trasmettersi alle nuove generazioni se non sul piano puramente
culturale: il sogno lysenkiano dell'ereditarietà dei caratteri acquisiti, mai
peraltro accreditato dalla scienza genetica, è tramontato per sempre con la tragedia
staliniana, senza che la scienza marxista ne abbia realmente preso atto
criticamente.
Indubbiamente
la sola risposta possibile alle guerre, grandi, piccole o tribali sta nello
strumento culturale internazionalista che dovrebbe essere attentamente gestito
quale processo culturale diffuso e permanente, ben conoscendo la sua intrinseca
fragilità dovuta proprio alla mancanza di una base genetica. Ce ne rendiamo conto
purtroppo ogni qual volta ci troviamo a contrastare lo strumento culturale
utilizzato in funzione antisolidaristica: i risultati sono di solito dirompenti
e non importa se - in nome di Dio, della Patria o della Razza o più direttamente
del Petrolio - sono pronti a scatenarsi i comportamenti latenti più criminali.
E
se questa enfasi sulla genetica portasse acqua al mulino razzista? Nulla di più
errato. Ci sono voluti 6 milioni di anni per generare differenze genetiche come
quelle che distinguono l'Homo sapiens dallo scimpanzè: è evidente che gli
esemplari di Homo sapiens usciti dall'ultimo crash, databile a non più di
30mila anni fa, non hanno avuto il
tempo di generare "razze" ma al massimo "varianti
genetiche" adattative legate all'ambiente, al clima, alle malattie.
D'altra parte, i rappresentanti di vere "razze" - ad esempio i
Neandertaliani - sono stati eliminati proprio dall'Homo sapiens in quello che
fu probabilmente l'ultimo dei genocidi preneolitici.