RASSEGNA STAMPA

4 GENNAIO 2004
MARIO COLUZZI
[Per una sinistra neodarwiniana

        Torna il tempo quando a fare la guerra si arrivava sapendo che era nell'ordine delle cose». Partendo da questo macabro annuncio del «Foglio», Roberto Casella, in un lucido articolo su Lotta Comunista» (novembre 2003) dopo alcune riflessioni sul «ginepraio irakeno» con relativi compromessi «fradici di petrolio», afferma amaramente: «Non esiste guerra che non porti alla pace e non esiste pace che non prepari guerre», e conclude: «L'internazionalismo è la sola risposta».

            Non si tratta solamente di guerre ufficiali svolte sotto la luce dei mass media, esistono moltissime piccole guerre delle quali nessuno si interessa, guerre tribali, genocidi  silenziosi,  suicidi  di massa: tutta la tipologia della barbarie che l'umanità ha accumulato nel corso dei secoli. Lo sviluppo di valori culturali internazionalistici, interetnici e di solidarietà globale resta la sola risposta logica, ma se vogliamo che questo inneschi un vero processo culturale e non si limiti alla gestione di semplici reazioni emotive o peggio di coercizioni più o meno autonome e spontanee, occorre un'analisi critica profonda dei fallimenti fin qui ottenuti. Anche, se molto si è fatto sul piano politico non altrettanto approfondita è stata l'analisi scientifica delle radici biologiche dei fenomeni in gioco. C'è inoltre un fuorviante atteggiamento, piuttosto frequente nell'intellettuale di sinistra, che tende a sottovalutare sistematicamente le influenze di carattere genetico rispetto a quelle culturali con l'obiettivo più o meno inconscio di togliere spazio a un razionale razzista. Non di meno converge, sia pure con motivazioni diverse, su analoghe posizioni, anche la grande maggioranza degli intellettuali cattolici per cui la probabilità che un giovane venga correttamente informato è scarsissima.     

            Conviene pertanto nel nostro discorso sgombrare a priori il campo da possibili equivoci e  affermare che, al pari degli altri animali, l'umano deriva dall'espressione di un gruppo di geni né più né meno di quanto avviene per il suo cugino scimpanzè con il quale condivide oltre il 99% delle sequenze, e che non più di sei milioni di anni fa esisteva solamente uno scimmione ancestrale dal quale sono derivati entrambi, sia gli ominidi sia il cugino scimpanzè. Al pari delle altre scimmie antropomorfe, anche l'umano avrà alcuni schemi comportamentali dipendenti in larga misura da pulsioni innescate da stimoli chiave  cioè comportamenti innati sia pure esprimibili con il massimo di flessibilità e modificabili con adeguato impegno culturale.

            Il processo di speciazione degli ominidi e, in particolare, la rapida evoluzione della specie sapiens, consente di ipotizzare una successione di genocidi e di cicli di espansione e riduzione della popolazione («flush and crash cycles») di grande importanza per l'accelerazione del differenziamento genetico. La necessaria dispersione in ampi territori di caccia e di raccolta, insieme alla forte tendenza a diversificare il linguaggio, determinava un frazionamento continuo in unità riproduttive separate e questi piccoli isolati culturali, peculiari della specie umana, hanno probabilmente costituito l'unità di selezione per le pulsioni adattative, comprese quelle espresse in un comportamento criminale e criminogeno. Il successo del singolo isolato culturale veniva infatti condizionato dalla capacità di comunicazione sviluppata dai membri del gruppo con conseguente migliore organizzazione delle attività di caccia e di raccolta, ma anche dalla capacità di controllare ed espandere il territorio eliminando gruppi concorrenti.

            I caratteri adattativi sotto selezione sono stati verosimilmente per diversi millenni territorialismo, coesione del gruppo, moralità solidaristica tribale, riconoscimento della supremazia del capo e aggressività verso il diverso, cioè tribalismo e razzismo. Questa pressione selettiva è diminuita a seguito dei mutamenti intervenuti con la domesticazione degli animali e lo sviluppo dell'agricoltura senza tuttavia che la progressiva espansione demografica postneolitica abbia comportato pressioni selettive alternative in grado di favorire l'espressione di quella «moralità solidaristica generale» diretta non al gruppo ma all'intera specie Homo sapiens. Ne deriva il dramma biblico dell'evoluzione di una condizione ecologica umana postindustriale inevitabilmente multirazziale che richiederebbe alti livelli di tolleranza e solidarietà tra etnie e culture diverse, mentre i genotipi di Homo sapiens restano quelli selezionati per esprimere pulsioni adattative rispetto alla sopravvivenza di bande di cacciatori/raccoglitori.

 

            I processi culturali possono controllare tali pulsioni primitive, reprimendole o canalizzandole in attività sostitutive tendenti a mimare lo scontro tribale (ad esempio, quando le tifoserie di due squadre di calcio si affrontano) ma occorre purtroppo prendere atto che nessun  progresso stabile può essere garantito e che l'uomo "nuovo" prodotto di una cultura internazionalista non  ha alcuna possibilità di trasmettersi alle nuove generazioni se non sul piano puramente culturale: il sogno lysenkiano dell'ereditarietà dei caratteri acquisiti, mai peraltro accreditato dalla scienza genetica, è tramontato per sempre con la tragedia staliniana, senza che la scienza marxista ne abbia realmente preso atto criticamente.

            Indubbiamente la sola risposta possibile alle guerre, grandi, piccole o tribali sta nello strumento culturale internazionalista che dovrebbe essere attentamente gestito quale processo culturale diffuso e permanente, ben conoscendo la sua intrinseca fragilità dovuta proprio alla mancanza di una base genetica. Ce ne rendiamo conto purtroppo ogni qual volta ci troviamo a contrastare lo strumento culturale utilizzato in funzione antisolidaristica: i risultati sono di solito dirompenti e non importa se - in nome di Dio, della Patria o della Razza o più direttamente del Petrolio - sono pronti a scatenarsi i comportamenti latenti più criminali.

            E se questa enfasi sulla genetica portasse acqua al mulino razzista? Nulla di più errato. Ci sono voluti 6 milioni di anni per generare differenze genetiche come quelle che distinguono l'Homo sapiens dallo scimpanzè: è evidente che gli esemplari di Homo sapiens usciti dall'ultimo crash, databile a non più di 30mila anni fa, non  hanno avuto il tempo di generare "razze" ma al massimo "varianti genetiche" adattative legate all'ambiente, al clima, alle malattie. D'altra parte, i rappresentanti di vere "razze" - ad esempio i Neandertaliani - sono stati eliminati proprio dall'Homo sapiens in quello che fu probabilmente l'ultimo dei genocidi preneolitici.

 

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Filosofia (e) politica