![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 7 DICEMBRE 2003 |
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«L’uomo di verità» di Changeux, il
neurobiologo francese che spiega come funziona il cervello
Elimina tanto, qualcosa imparerai
Tranne che per gli specialisti della
disciplina, i libri del neurobiologo Jean-Pierre Changeux (docente al
Collège de France e all’Istituto Pasteur) sono come arrampicate lungo pareti
di sesto grado con poche sporgenze di appoggio. Le difficoltà dell’ascesa (e
cioè, più dei tecnicismi, le complessità concettuali) rischiano di essere
paralizzanti: ma chi riuscisse a resistere fino al vertice della parete
verrebbe poi ricompensato dalla contemplazione di un paesaggio del tutto
inaspettato. E si accorgerebbe che i tratti alieni, quasi surreali di quel
paesaggio sono invece la descrizione-spiegazione più convincente, da una
prospettiva inedita, della nostra vita mentale e sociale, della nostra
quotidianità e dei desideri e dei dolori che l’attraversano. Proseguendo con L’uomo
di verità un discorso cominciato vent’anni fa con L’uomo neuronale (uscito,
come il nuovo libro, per Feltrinelli), Changeux si avvicina ancora di più
allo scopo primario della sua ricerca: la messa a fuoco delle basi
fisiologiche delle «funzioni superiori» della mente, sia cognitive che
affettivo-emotive. E, dunque, dell’attività del cervello, inquadrato però non
come organo statico e passivo di fronte a una non meno statica «realtà»
(secondo una vulgata veteropositivistica ancora diffusa e utilizzata
strumentalmente per rilanciare ogni tipo di neospiritualismo), ma come un
organo dinamico e attivo, plasmato da un’incessante interazione con
l’ambiente e dalla sua stessa dimensione autoriflessiva (sogni, pensieri,
immaginazione).
In quest’ottica, per Changeux il cervello è il risultato di due percorsi
integrati. Da un lato è il prodotto dell’evoluzione biologica per selezione
naturale: un organo che ha scremato - più o meno attraverso «centomila
generazioni» di sapiens - rappresentazioni del mondo esterno sempre più
efficaci e vantaggiose per l’individuo e per la specie; rappresentazioni che
vengono trasmesse e affinate sia per via genetica che per via epigenetica
(vedi il linguaggio e gli oggetti matematici). Nello stesso tempo, il
cervello è il prodotto dell’embriogenesi e dello sviluppo, cioè di quelle
fasi che mostrano all’opera proprio l’attività dell’evoluzione, della
genetica e dello scambio con l’ambiente. Non è un caso che le pagine sulla
«nascita del mondo» nel cervello del neonato e del bambino siano le più
emozionanti del libro. Evidenziando, in particolare, come l’acquisizione del
linguaggio nei primi mesi avvenga non per accumulazione di dati ma al
contrario per una «restrizione progressiva» della relazione suono-senso
(setacciata su intonazione e ritmo delle parole dei genitori in un mare
sonoro immenso e indifferenziato), Changeux chiarisce come il delinearsi
dell’identità sia appunto una selezione nella tempesta neuronale del bambino
(due milioni di sinapsi al minuto): come «apprendere» significhi soprattutto
«eliminare».
Ma notevoli sono anche le altre riconduzioni (non riduzioni) di tanti
processi psicologici ai loro correlati neurali, come nei casi della «melodia»
della coscienza, dell’insorgenza del «significato», delle forme di dipendenza
le più svariate quali le droghe, la bulimia o il gioco d’azzardo. Sempre, il
passe-partout è il rapporto tra specializzazione e plasticità cerebrale:
perché in nessun caso a un’area del cervello corrisponde un processo (a una
struttura una funzione), ma tutto dipende dall’orchestrazione sinergica di
diverse aree. Qui l’esempio più stupefacente è quello dei pazienti ciechi che
studiano la lettura Braille: nei loro cervelli, accanto a una prevedibile
estensione della corteccia parietale dell’emisfero sinistro (adibita alla
percezione tattile dello spazio), l’imaging rivela infatti l’attivarsi anche
delle aree visive della corteccia occipitale, le stesse specializzate nella
visione dei soggetti vedenti.
Con questo libro Changeux abbatte definitivamente una serie di barriere
pregiudiziali: quella tra livelli bassi (neurologici) e alti (psicologici),
cioè l’insensata distinzione neocartesiana tra mente e cervello; quella, più
estesamente, tra natura e cultura; e quella, soprattutto, tra il carattere
quantitativo del sapere scientifico e quello qualitativo del sapere
filosofico-umanistico.
Il libro: J.P. Changeux, «L’uomo di verità», Feltrinelli, traduzione di
Alessandro Serra, consulenza di Silvio Ferraresi, pp.305, euro 30.