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Abbi cura di te stesso: è
questo il primo compito di chi pensa
il principio della verità
ALL’INIZIO degli Anni 80 ho avuto la fortuna di ascoltare
alcune lezioni di Michel Foucault al Collège de France, presso il quale era
titolare della cattedra di «Storia dei sistemi di pensiero»: ricordo in
particolare l’efficacia del suo argomentare, l’eleganza del suo lessico, la
sconfinata vastità di un sapere tentacolare, la disponibilità al colloquio,
il tono congetturale e problematico delle sue tesi filosofiche, formulate più
con lo spirito del ricercatore che non con l’enfasi di un maître à
penser . Ritrovo quelle indelebili sensazioni leggendo il poderoso
volume dal titolo: L’ermeneutica del soggetto, che contiene il
testo delle lezioni tenute nel 1982; un’edizione impeccabile per traduzione e
apparato critico, la cui lettura gioverebbe molto agli studenti dediti alla
conoscenza della cultura classica. Riflettendo storicamente sulle relazioni
tra soggettività e verità a partire dall’Antichità, Foucault scopre che il
noto imperativo: «Conosci te stesso» non costituisce l’indicazione primaria
rivolta al soggetto occidentale, quanto appare subordinato e circoscritto
all’interno della più originaria prescrizione della cura di
se stessi; correttamente intesa, la conoscenza appare come l’esito più
sofisticato (Aristotele avrebbe detto dianoetico),
un’applicazione specifica della regola più generale secondo la quale è
opportuno occuparsi di se stessi, formare la propria identità innanzitutto in
chiave etica, relativa cioè alla modalità del nostro soggiornare
nel mondo e delle nostre propensioni all’azione. Già Socrate, quando si
paragona ad un tafano che pungola un cavallo, mostra di comprendere che la
cura di se stessi «rappresenta una sorta di aculeo che dovrà essere piantato
proprio nella carne degli uomini, che dovrà essere conficcato nella loro
esistenza, destinato a fungere da principio di agitazione, di movimento, di
inquietudine permanente per l’intero corso dell’esistenza». Se Platone finirà
col privilegiare l’iperuranico mondo delle idee, saranno gli stoici, gli
epicurei e in generale la cultura ellenistico-romana, a privilegiare la
dimensione della cura sui, la quale comporta una conversione
dello sguardo, dapprima orientato verso l'astrattezza dei concetti e ora
rivolto al mondo delle cose prossime, quelle che ci riguardano da vicino, ivi
comprese le relazioni con il mondo circostante, l’attenzione verso gli altri,
mentre il cristianesimo tenderà all'interiorizzazione e al ritorno presso di
sé come rinuncia al mondo. Da questo ribaltamento dell’ordine di priorità,
Foucault può trarre conseguenze di carattere generale: il primato del metodo
conoscitivo è un’acquisizione moderna, dovuta per lo più a Cartesio che
valorizza la prova dell’evidenza nel suo offrirsi indubitabilmente alla
coscienza; così la filosofia si emancipa dalla spiritualità, si pone come scienza
rigorosa o enciclopedia del sapere ma non come fenomenologia
dello spirito, rinunciando a quel compito di trasformazione del soggetto
che originariamente si era assegnata, nella convinzione che l’accesso alla
verità ci sia concesso solo a patto di una radicale messa in gioco della
nostra condizione esistenziale. Tuttavia, almeno con Kierkegaard e poi con
Nietzsche, la trasfigurazione del soggetto tornerà ad essere la
questione filosofica per eccellenza e lo stesso Wittgenstein, con inaudito
rigore, scriverà a Russell: «Come posso essere un logico se non sono ancora
un uomo!». In relazione a tale esigenza, la filosofia sviluppa una funzione
terapeutica, analoga e complementare a quella della medicina, tanto che
Epitteto definiva la scuola di filosofia uno iatreion, un
ambulatorio; ma valorizza anche la vecchiaia come l’approdo di una lunga
pratica di sé, l’epoca di una sovranità su se stessi, resa immune da effimere
preoccupazione esterne: non si tratta di un’etica della rinuncia bensì di una
risorsa vitale, poiché si vive ogni istante come se fosse l’ultimo.
«Curati da te stesso» significa anche occupati degli altri, esprimi la parrésia,
la franchezza verbale, l’apertura di cuore e la generosità del pensiero.
Quello degli antichi appare così come un sapere che verte sulle cose, sugli
enti naturali, ma la cui finalità è la trasformazione di chi conosce, la sua
autonoma soggettivazione, portando l’anima «a fior di labbra», in
comunicazione con tutto l’universo, pur sempre pronta a prender congedo dalla
vita. La filosofia contemporanea, tentata da ricorrenti posizioni scientiste
oggi ispirate per lo più alle neuroscienze, sarà disposta a riconoscere la
priorità o l’urgenza del compito etico di formare se stessi, un’arte
dell’esistenza (la tekhné tou biou da cui scaturiscono le
biotecnologie), di elaborare le condizioni soggettive di accesso alla verità,
riflettendo con rinnovato interesse sulla lezione di Seneca o di Marco
Aurelio, assumendo anche un valore testimoniale di rettitudine, oppure ha già
declinato tale invito affidandone la cura alla psicoanalisi o a presunti
maestri di spiritualità? Tra le molteplici questioni che il libro ha il
merito di porre, l’ontologia dell’attualità praticata da Foucault
sembra privilegiare tale istanza dagli evidenti risvolti, oltre che
filosofici, etico-politici: saremo capaci di diventare il soggetto etico
della verità che pensiamo?
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