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stampa-22/11/03+{Non puoi capirlo se non capisci che ha un’altra cultura}
^marrone^
%bioetica%
[[Non puoi curarlo se non capisci che ha un’altra cultura
L’etnopsichiatria è la filosofia
dei nostri tempi: si sforza di comprendere usi e costumi, religioni e lingue di
persone che, a dispetto di ogni possibile globalizzazione, sono profondamente
diverse da noi
UNA ragazza
di tredici anni, originaria dell'ex Zaire e residente in Francia da due anni,
viene accusata di mangiare carne umana. Interrogata in proposito, lei stessa
conferma: «La mangio cotta, grigliata, come nel barbecue». Raccapricciante caso
di cannibalismo? No, se ci si mette dal punto di vista dell'oggettivismo
occidentale: è solo immaginazione. Sì, se assumiamo la prospettiva africana:
tanto che i parenti soffrono di disturbi fisici connessi a questa orribile
pratica tradizionale. Non si capisce, o comunque non è così semplice, se ci
collochiamo a metà strada, in un confine che è quello della traduzione fra due
culture, fra due lingue, fra due sistemi di valori, fra due diverse concezioni
del mondo. Questo confine di perenne, dolorosa, parziale ma necessaria traduzione
è quello dell'etnopsichiatria praticata da più di vent'anni da Tobie Nathan,
professore nella prestigiosa Università di Paris VIII, impegnato in una
quotidiana pratica di terapia psichiatrica dei migranti, per lo più provenienti
dall'Africa, che si installano in modo pressoché stabile in Francia. Questa
terapia è molto diversa da quella della psichiatria e della psicologia in uso
con i pazienti occidentali. Deve sforzarsi di comprendere usi e costumi,
credenze, religioni e lingue di persone che, a dispetto d'ogni possibile
globalizzazione, sono profondamente diversi da noi. E deve in seguito
ricostruire in che modo la migrazione provochi a questa gente disagi
psicologici e fisici molto precisi, che non sono tipici né del luogo d'origine
né di quello d'arrivo ma, per così dire, del loro interstizio interculturale.
Così, nel caso della ragazza sospetta di cannibalismo, occorre innanzitutto
accorgersi che in lingala il termine baleyi significa
"mangiare", ma vuol dire al tempo stesso "praticare un sortilegio"
di tipo molto particolare, che ha conseguenze a lungo termine sui parenti
stretti, si svolge solo durante la notte, comporta un riavvicinamento segreto
con certi antenati. Le numerose connotazioni della parola possono essere
chiarite soltanto se si colloca l'intero discorso svolto sia dalla ragazza sia
dai suoi familiari nell'adeguato contesto culturale, dove quella che noi
chiamiamo stregoneria è una forma di comportamento sociale accettato e ricco di
senso. Per trovare forme efficaci di cura della ragazza, e dell'intera
famiglia, è necessario allora ricostruire ciò che essi pensano dei loro stessi
disturbi psichici e fisiologici, sapere in che modo si curerebbero se fossero
ancora nel loro paese d'origine, e soprattutto riconoscere il fatto drammatico
che non possono più curarsi in quel modo lì, perché nel paese dove adesso si
trovano le terapie africane vengono considerate irrazionali, fantastiche,
false. Cos'è allora l'etnopsichiatria? Come è evidente leggendo i saggi di
Nathan raccolti in Non siamo soli al mondo, è la forma più avanzata di
filosofia dei nostri tempi: oltre ad avere una particolare visione della
psichiatria e dell'etnologia, ha anche precise idee sulla politica, sulla
religione, sulla morale, sul linguaggio, sui simboli, sugli oggetti. Accade per
esempio che la cura di quei bambini africani emigrati in Europa che la
psichiatria occidentale definirebbe come "autistici", il cui disturbo
di base è la difficoltà di parola, porti a mettere in discussione le più
diffuse idee sul linguaggio. Un bambino non parla. Sì, ma quale lingua non
parla? Nella famiglia di quel bambino, ci si esprime in tre lingue: la madre
parla il cabilo; il padre il cabilo, male il francese e un po' di arabo; i
fratelli solo il francese. Qual è dunque la lingua che il cosiddetto autistico
ha difficoltà a imparare? Quella dei genitori, quella degli antenati, quella
della terra dove è nato? Senza una risposta a questi interrogativi, nessuna
cura sarà possibile. A dispetto di quello che pensano numerosi psicologi e
linguisti, non si parla mai un linguaggio, si parla sempre quella precisa
lingua. In tal modo, il messaggio "quasi banale" lanciato in sordina
dall'etnopsichiatria finisce per essere esplosivo: «si tratta di un
incoraggiamento a percepire il mondo come molteplice, a non lasciarsi prendere
dai miraggi di un'astratta universalità, a non cedere alle pressioni dei
potenti del momento che vogliono una verità per mille anni». Da cui il titolo
del libro, meno rassicurante di quanto non sembri.]]
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