RASSEGNA STAMPA

20 NOVEMBRE 2003
BENEDETTO VECCHI
[Gli irriverenti sudditi della vecchia Europa
Il vecchio continente come unico spazio politico possibile per l'iniziativa dei movimenti sociali. E' la tesi del volume «L'Europa e l'Impero», che raccoglie gli scritti di Toni Negri dedicati al processo di unificazione economico e politico continentale, dalla moneta unica ai lavori della convenzione
 L'Europa necessaria e l'Europa probabile. E' tra questi due estremi che si muove il libro di Toni Negri L'Europa e l'Impero (manifestolibri, pp. 172, € 14), una volta soffermandosi sul processo costituente il vecchio continente in soggetto politico; altre volte analizzando le opportunità di iniziativa politica globale che esso rappresenta, in quanto spazio pubblico, per il movimento di critica alla globalizzazione economica. Va subito detto che l'Europa messa a fuoco da Toni Negri non ha nulla a che fare con le istanze di «democrazia assoluta» auspicate dall'autore. La discussione che ha animato i lavori della convenzione europea è stata infatti marchiata da una visione «imperiale» del processo costituente: come gestire l'allargamento ad est e quale rapporto con gli Usa. In altri termini, tolto un preambolo di altisonanti princìpi, la costituzione europea che si sta profilando non è altro che la ratifica dei vari trattati che hanno portato alla moneta unica, relegando a una funzione decorativa financo la contraddittoria carta di Nizza che aveva tuttavia incontrato l'interesse di una parte non irrilevante dell'intellighenzia democratica europea. Come ha scritto su questo giornale Papi Bronzini (30/10/2003) nei lavori per la stesura della bozza di costituzione europea, la ricerca di una mediazione al ribasso ha prevalso sull'ambizione di un processo costituzionale che partisse dai punti di forza del cosiddetto «modello sociale europeo», cioè di quell'articolato sistema di protezione dei diritti sociali e individuali che ha segnato, tra alti e bassi, la vita del vecchio continente dagli anni Cinquanta agli anni Ottanta. In questo desolante quadro la «democrazia assoluta» non è riuscita nemmeno a fare capolino nelle algide stanze di Bruxelles.

Di tutto ciò è consapevole Toni Negri, che tuttavia continua a fare esercizio di un generoso «ottimismo della ragione», in particolare modo quando affronta le contraddizioni e le aporie del processo costituente in atto come il terreno obbligato dell'iniziativa politica. Per il filosofo italiano, la dimensione continentale è l'unica dimensione possibile per i movimenti sociali che si stanno manifestando in Europa dal 1995 ad oggi. Ma che l'Europa sia l'unico spazio politico concepibile non è dovuto soltanto a un'opzione metafisica o a una vocazione cosmopolita, ma perché è l'unico adeguato per contrastare quell'astrazione reale che è la globalizzazione neoliberista. (Su questo specifico aspetto l'autore, parafrasando una celebre figura marxiana, parla della globalizzazione come il passaggio dalla sussunzione formale a quella reale dello spazio in quanto determinazione sociale che contribuisce alla valorizzazione del capitale).

La globalizzazione neoliberista significa in primo luogo un salto di qualità nell'interdipendenza tra le economie dei diversi stati-nazione, di cui il terremoto che investe la sovranità dello stato-nazione ne è lo stigma più evidente. Non suona certo come una novità affermare che le grandi imprese globali minano alla base la sovranità nazionale o che i singoli paesi ne cedono una «parte» agli organismi sovranazionali o a quelle law firms di cui scrive la studiosa Saskia Sassen nel libro Losing Control (Il Saggiatore). La crisi della sovranità è quindi effetto e spinta alla costituzione dell'Europa in quanto soggetto politico. E se il capitale si fa globale, anche le lotte sociali hanno una valenza globale. Ed è quindi questa necessità politica che porta Toni Negri a considerare l'Europa come l'unico spazio politico possibile per afferrare una «democrazia assoluta».

Questo non significa però, almeno per chi scrive, che la dimensione nazionale perda di rilevanza nell'azione politica. Più realisticamente, lo stato-nazione è oramai un nodo di un sistema di potere che viene esercitato a livello transnazionale. Da qui, ne discende una diversa gerarchia tra la dimensione globale e quella locale, quasi a costituire un doppio legame che diventa, questo sì, campo di possibilità per i movimenti sociali, ma anche limite della loro efficacia a livello locale.

L'Europa e l'Impero raccoglie testi e saggi scritti tra il 1995 e il 2003. Sono da considerare tappe di un percorso accidentato, che vede soste e rapide accelerazioni. Si parte dal primo testo, scritta a caldo al termine dello sciopero francese del 1995, a sancire che anche in Europa era iniziato il disgelo dopo il lungo inverno reaganiano. Si intitola «Contro l'Impero» e suona, molto pomposamente, come un manifesto politico per una nuova fase iniziata con la rivolta di Los Angeles e continuata con l'insurrezione zapatista. D'altronde l'«Impero» è lo sfondo in cui si colloca questo libro. Non è questa sede per discutere le tesi di Toni Negri e Michael Hardt sulla costituzione della sovranità imperiale, ma va comunque sottolineato come questi saggi accompagno quella elaborazione a partire dalla situazione europea. In primo luogo, l'autore si sofferma sulla supposta specificità del modello europeo rispetto a quello anglosassone («Il nuovo proletariato europeo ha interesse all'Europa unita»). In questo saggio, scritto nel 1998, cioè quando la discussione sul processo costituente dell'Europa parla solamente il linguaggio del mercato e della moneta unica, la resistenza alla piena omologazione del vecchio continente al Washington consensus sottolinea l'anomalia del modello sociale e politico «renano» - welfare state, diritti sociali di cittadinanza e cogestione sindacale del conflitto tra capitale e forza-lavoro - rispetto alla diffusione del modello anglosassone - deregulation all'insegna del motto tatcheriano che «la società non esiste più: esiste solo l'individuo» - che mina alla base le fondamenta della costituzione materiale dell'Europa socialdemocratica. L'autore, dal canto suo, evidenza i limiti di questa resistenza, ma anche la necessità politica contingente a farla propria. I rapporti sociali di produzione sono stati sì terremotati e le «nuove soggettività» messe al lavoro rappresentano la linfa e, al tempo stesso, il limite per il pieno dispiegamento della globalizzazione neoliberista. E pur tuttavia, anche a causa della mancanza di significati conflitti del «nuovo proletariato» (per fortuna, nel libro è quasi del tutto assente l'oramai abusato termine moltitudine), la «democrazia assoluta» deve cercare dei «compagni di strada» proprio nei difensori del «modello sociale renano».

In fondo, è questo il filo rosso tra i saggi del volume, anche quando si addensano all'orizzonte nuvole minacciose. Sono gli anni dell'Ulivo mondiale e della globalizzazione dal volto umano, che lascia alla finestra lo scettico Schröder e il «repubblicanesimo» della sinistra plurielle francese. L'intervento militare della Nato prima e poi degli Usa nell'ex-Jugoslavia in funzione di polizia internazionale - a cui sono dedicati i testi «Europa, Europa», «Fra la meteo e la pubblicità», «Europa, una burla per i sudditi dell'Impero» - ne è la sintesi più drammatica. Ma poi Clinton esce di scena, Blair si converte all'unilateralismo dei neoconservatori giunti alla Casa Bianca e D'Alema è sconfitto in Italia. Ad opporsi all'Europa della moneta unica rimane solo il «movimento dei movimenti», come testimoniano le giornate del luglio 2001 a Genova. Il resto è de te fabula narratur : Twin Tower, Afghanistan, Iraq. L'Europa viene sempre più relegata a provincia dell'Impero, anche se la partita non è ancora chiusa, come testimonia il saggio del 2003 «Il continente della democrazia assoluta».

Un libro, quindi, necessariamente segnato da stop and go, come sono anche da considerare le recensioni a La mediazione evanescente di Etienne Balibar (da poco tradotto per i tipi della manifestolibri) e di Geofilosofia dell'Europa di Massimo Cacciari, pubblicate rispettivamente dal manifesto (5/03/2003) e dal magazine settimanale di questo giornale Alias (15/03/2003). Siamo però giunti alla fine del ciclo iniziato proprio nel 1995. La necessità di un'altra Europa possibile rimane, ma quella probabile appare sempre più parte integrante di un ordine mondiale basato sulla logica della guerra preventiva. Sono però le contraddizioni che presiedono la globalizzazione a tenere aperta la partita. Non c'è infatti tema che non vede l'Europa scontrarsi con gli Stati uniti, sia che si tratti della guerra in Iraq che dei trattati sul commercio internazionale, come dimostra l'ultimo vertice del Wto a Cancun. (E anche tra i paesi europei non sono tutte rose e fiori). Questo non significa che il continente della democrazia assoluta sia a portata di mano. Più semplicemente, lo spazio pubblico europeo è contraddistinto da conflitti portati avanti da movimenti sociali che hanno la «democrazia assoluta» come opzione di fondo. Non sarà moltissimo, ma è già molto.




 
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Filosofia (e) politica