RASSEGNA STAMPA

20 NOVEMBRE 2003
ELISABETTA RASY
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Judith Butler rilegge il mito

Antigone: l'eros nell'età dell'incertezza

 

Sulla devianza di Antigone, la giovane principessa tebana figlia incestuosa di Edipo che si contrappone al tiranno Creonte per dare sepoltura al fratello ribelle Polinice, si sono interrogati nel corso della storia occidentale scrittori e filosofi. L'eroina di Sofocle, come racconta George Steiner, che ha passato in rassegna in un celebre saggio le metamorfosi di Antigone nel tempo, ha campeggiato soprattutto nell'Ottocento, il secolo della fraternité , quando "le linee radicali di parentela corrono orizzontalmente, come nel rapporto fratello-sorella". Poi, nel Novecento, la rivolta verso l'autorità prende il sopravvento, e i rapporti si verticalizzano, come nella relazione genitori-figli: nell'immaginazione del Novecento ad Antigone subentra Edipo, sul cui celebre complesso secondo Freud si fonda quel tabù dell'incesto che regola la legislazione interiore dell'uomo e lo stesso sviluppo della civiltà. Ma Antigone non esce affatto di scena e ricompare nei luoghi più impensati: nei cortei pacifisti come nei collettivi femministi e nelle teorie del differente pensiero femminile, come eroina della resistenza all'invadenza del potere. È la versione di Hegel a essere presa per buona e rovesciata: se per il filosofo tedesco Antigone rappresentava quel principio femminile arcaico e prepolitico che deve piegarsi - o essere piegato - alle leggi della polis, adesso diventa la figura simbolica che oppone le leggi non scritte del privato contro la guerra e la violenza, ai codici inesorabili del pubblico.

Ora però Judith Butler, filosofa americana sul campo - sul campo non solo della speculazione ma anche dell'attualità e dei suoi cambiamenti - nel suo La rivendicazione di Antigone (Bollati Boringhieri, pagine 128, euro 13) smonta il mito femminile e femminista di Antigone, tutta cuore e sentimenti familiari contro la rigidità brutale del governante Creonte, per presentarci la fanciulla tebana in una nuova ancora più estrema metamorfosi. Violenta e testarda non meno del suo Creonte, Antigone - addirittura a partire dalla etimologia del suo nome: anti-generazione - non ha minimamente il senso della famiglia come noi lo intendiamo - lei semmai sceglie la parentela con i morti - tantomeno vuole difendere la pace contro la guerra o il principio femminile contro quello maschile. Anzi, se c'è qualcuno con cui Antigone davvero si identifica non è certo una donna, come la mite e davvero non violenta sorella Ismene, ma piuttosto il guerresco e politico fratello Polinice o addirittura il padre omicida e incestuoso che nell 'Edipo a Colono le si è rivolto chiamandola "uomo", riconoscendo il suo virile coraggio.

Butler nel prendere in considerazione l'estremismo, diremmo oggi, di Antigone ripercorre non solo la lezione di Hegel ma anche quella novecentesca di Lacan, che sul limite estremo di un desiderio che non può dirsi senza tradirsi e senza tradire le strutture simboliche della parentela colloca la fanciulla di Sofocle. Ma per la filosofa americana le cose non stanno neanche come le mette il celebre psicoanalista francese. La forza di Antigone, dice Butler, sta nella sua capacità di "deformare": non solo le norme della sovranità politica ma anche quelle del genere sessuale e quelle della famiglia. Anzi, Antigone è l'eroina della parentela in crisi, della sessualità incerta, rovesciata o trans, delle famiglie di fatto "in cui il posto del padre è disperso, quello della madre occupato da diverse figure", famiglie in cui il divorzio oppure l'omosessualità dei genitori, l'Aids, ma anche le migrazioni, gli esili, lo statuto di rifugiati producono nuclei umani porosi, dilatabili, eccentrici. Antigone insomma non sfida la legge, è semplicemente altrove rispetto a quella legge, non si oppone al potere ma chiede e insieme fornisce una prospettiva critica a chi delimita per ragioni sociali o d'igiene simbolica i criteri di legittimità per le relazione umane, per gli amori, i dolori, le perdite riconoscibili.

Di fronte a questa Antigone della brillante lettura di Judit Butler, reincarnata tra i queer , i trans e i soggetti sessuali anomali della fin-de-siècle novecentesca, un dubbio resta e ha nome Sofocle. Se è vero che la torsione che porta un classico a trascorrere le epoche è necessaria e salutare, talvolta il testo nella sua nuda e ricca letteralità è più eloquente delle sue più sorprendenti interpretazioni. Ora, per esempio, che tutte le opere sofoclee sono in corso di una nuova pubblicazione curata da un'équipe di studiosi internazionali presso la Fondazione Valla, se si prende in mano il primo volume della serie, Filottete - tragedia scritta, sembra, da un Sofocle ormai vecchio e bistrattato dai figli - la crisi della parentela e l'estremismo delle relazioni assumono un volto diverso.

Filottete, abbandonato dai compagni achei in viaggio verso Troia su un'isola deserta perché ferito e dunque inservibile, nel suo risentimento e nella sua estrema irriducibilità è certo un affine di Antigone, come lo è colui che lo dovrebbe riportare insieme al suo invincibile arco sotto le mura di Troia, il giovane Neottolemo figlio di Achille. Entrambi avversano non solo il potere, ma la legalità così come l'hanno conosciuta, e ne cercano disperatamente scampo, soprattutto nella misura in cui ha rigettato l'invalidità di Filottete in nome della legge dell'efficienza. Ma, come anni fa spiegava in un saggio dedicato al dramma sofocleo Edmund Wilson e come risulterà dallo scioglimento dell'intreccio, la vera forza deve saper convivere con la fragilità. Un tema quanto mai presente alla nostra coscienza postmoderna: senza bisogno di attualizzazione basta il bellissimo racconto di Sofocle a spiegarcelo.

 

 

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