RASSEGNA STAMPA

16 OTTOBRE 2003
PIETRO M. TRIVELLI
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Attualità della lezione adorniana. Intervista ad Angelo Bolaffi

 

"Cultura e democrazia, attenti a quelle due"

 

 

QUASI piangeva, Alban Berg, di rabbia e non di gioia, la sera del gran successo di Wozzeck , a Berlino, nel 1925. Gli pareva un fiasco che, quel capolavoro di opera espressionista, fosse applaudito dal pubblico. Adorno, suo allievo, gli stava accanto e cercava invano di consolarlo. "Fino a tarda notte", raccontò Adorno, che si sentiva lui stesso un compositore mancato, dopo aver passato la musica al setaccio della filosofia e della sociologia.

Una biografia appena uscita in Germania - L'ultimo genio - conferma che Adorno era assillato dal rimpianto di non essere un gran musicista, tanto da considerarsi quasi un fallito. "Ne emerge la figura di un Adorno molto "musicale": tragico rappresentante della grande intellettualità ebraico-tedesca", dice Angelo Bolaffi, cattedra di Filosofia della politica alla Sapienza. Terrà una relazione - "Catastrofe tedesca o dialettica dell'illuminismo?" - al convegno internazionale sull'estetica e l'etica di Adorno, organizzato con l'università Roma Tre e il Goethe Institut.

Quando si rifugiò in California (dove faticava a esprimere in americano i suoi concetti, e perciò tornò in Europa appena poté), due cose trovò subito insopportabili: il jazz (che considerava "musica da negri", come i nazisti) e Hollywood con la "macchina" dell'industria culturale, dove intravedeva già il futuro dell'Europa. Nel variopinto ribellismo del Sessantotto barricadero, però - a differenza dell'altro "francofortino" Marcuse - Adorno non entrò mai nel vangelo degli studenti arrabbiati. Perché? "Perché Marcuse aveva una testa più politica - risponde Bolaffi - e già nel 1934 l'aveva dimostrato con la sua critica della teoria politica del nazismo. Ma Adorno veniva letto e amato dai "capi" del Sessantotto. In Italia, ad esempio, Minima Moralia e Dialettica dell'illuminismo furono subito inseriti, sui Quaderni piacentini , nell'elenco dei libri che bisognava aver letto".

Pur concordando con Adorno sulla poesia come "elemento eversivo" nella forma più che nel contenuto, Franco Fortini gli rimproverava - il suo "più grosso errore" - di considerare una contraddizione la "letteratura della negazione". Adorno un disimpegnato? "I poeti, non solo Fortini, ma anche il tedesco Paul Celan, scampato alla Shoah, se la presero con Adorno - risponde ancora Bolaffi - quando disse che dopo Auschwitz non si poteva più scrivere una poesia".

"Ha dimostrato inconfutabilmente il fallimento della cultura", scrive Adorno (in Dialettica dell'illuminismo ), a proposito dello sterminio pianificato "in mezzo a tutta la tradizione della filosofia, dell'arte e delle scienze illuministiche". Come leggere, oggi, questa dichiarazione d'"impotenza" della cultura, di fronte al male? Che cosa resta, dell'insegnamento di Adorno? "Una grande coscienza della debolezza culturale del sistema democratico occidentale - conclude Bolaffi - confermata, ad esempio, dalla sua critica della televisione. Adorno e Popper, lontanissimi in tutto, si trovano d'accordo contro il "mezzo" televisivo, accomunati dall'elemento culturale tedesco. In questo, appare ancora profetico e torna d'attualità. Mentre passa in secondo piano la Scuola di Francoforte, che faceva parte di un'epoca ideologica tramontata".

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