RASSEGNA STAMPA

5 OTTOBRE 2003
PAOLO ROSSI
[

Un convegno su Federico Cesi: nel 1603, a soli 18 anni, fondò l'Accademia per promuovere la mentalità sperimentale

Ogni uomo ha un occhio di lince

 

                Le figure dominanti nel mondo della cultura, in Occidente, sono per un migliaio di anni (vale a dire per i dieci secoli del Medioevo) il santo, il monaco, il medico, il professore universitario, il militare, l'artigiano, il mago. Si affiancano più tardi a queste figure, quelle dell'umanista e del gentiluomo di corte. Fra la metà del Cinquecento e la metà del Seicento si affacciano ancora figure nuove: il meccanico, il filosofo naturale, il virtuoso o libero sperimentatore. I fini che perseguono questi personaggi nuovi non sono ne la santità, ne l'immortalità letteraria, ne la produzione di miracoli atti a stupire il volgo. Il nuovo sapere scientifico nasce anche sul terreno di un'aspra polemica contro il sapere dei monaci, degli scolastici, degli umanisti e dei professori.

                Nelle Università, scrive John Hall nel 1649 rivolgendosi al Parlamento, non si insegnano né la chimica, né l'anatomia, né le lingue, né gli esperimenti, «è come se i giovani avessero appreso tremila anni fa tutta la scienza redatta in geroglifici e poi avessero sempre dormito come mummie per risvegliarsi solo adesso».

                Nell'epoca delle guerre di religione che hanno sconvolto l'Europa gli uomini che compongono i primi gruppi di coloro che si autodefinivano «filosofi naturali» costruirono, all'interno della più grande società nella quale vivevano, delle più piccole e più tolleranti società. «Quando abitavo a Londra - scrive John Wallis nel 1645 - ebbi occasione di far conoscenza di varie persone che si occupavano di ciò che viene ora chiamato filosofia nuova o sperimentale. Dai nostri discorsi avevamo escluso la teologia, il nostro interesse si volgeva alla fisica, all'anatomia, alla geometria, alla statica, al magnetismo, alla chimica, alla meccanica, agli esperimenti naturali». Coloro che si associano nelle prime accademie intendono proteggersi soprattutto da due cose: la politica e l'invadenza delle teologie e delle chiese. I Lincei «hanno per costituzione particolare sbandita dai loro studi ogni controversia fuor che naturale e matematica, e rimosse le cose politiche». A tutti i membri della società - recita un testo della Royal Society «si chiede un modo di parlare discreto, nudo, naturale, significati chiari,  una preferenza per il  linguaggio degli artigiani e dei mercanti piuttosto che per quello dei filosofi».

                Ci sono alcuni punti che, a proposito delle Accademie e delle Società scientifiche, vanno sottolineati con forza l'esistenza di riunioni fra dotti, l'accordo su particolari regole di comportamento per quelle riunioni, l'assunzione di un atteggiamento critico verso le affermazioni di chiunque come norma principale del comportamento. La verità non è legata all'autorevolezza della persona che la enuncia, ma solo alla evidenza degli esperimenti e alla forza delle dimostrazioni. Va in secondo luogo ricordata la presa di posizione, che è comune a tutti gli esponenti della nuova scienza, in favore del rigore linguistico e del carattere non allusivo della terminologia. Quella presa di posizione coincide con il rifiuto, di, ogni distinzione di principio fra i semplici e i dotti, si manifesta come una sorta di elogio della intelligenza normale. Le teorie devono essere integralmente comunicabili e gli esperimenti continuamente ripetibili. Scrive William Gilbert:  «Impieghiamo talvolta parole nuove. Ma non, come fanno gli alchimisti, per velare le cose ma perché le cose nascoste risultino appieno comprensibili».

                La battaglia in favore di un sapere universale, comprensibile a tutti perché da tutti comunicabile e da tutti costruibile era destinata a passare, già nel corso del Seicento, dal piano delle idee e dei progetti degli intellettuali a quello delle istituzioni.

                Tutti i testi relativi alle Accademie ai quali ho finora fatto riferimento sono posteriori agli anni Quaranta del Seicento. Agli inizi del secolo, il 17 di agosto del 1603, in via della Maschera d'Oro, a Roma, si erano incontrati Federico Cesi, il suo cugino Anastasio de Filiis da Terni, Francesco Stelluti da Fabriano, Jan Heckius fuggito dai Paesi Bassi e addottorato in medicina a Perugia. È il caso di ricordarlo: Cesi aveva allora diciotto anni, i suoi compagni attorno ai venticinque. Scopo della riunione era la fondazione di un'accademia che assunse come suo emblema la linee. Si faceva riferimento alla sagacia e all'acutezza della vista di quell'animale e l'Accademia si denominò per questo dei Lincei. Quei quattro giovani adottavano un cerimoniale  quasi  religioso, non ammettevano estranei alle loro riunioni, studiavano insieme, si impartivano lezioni secondo le proprie competenze, si scrivevano lettere in codice, si consideravano fratelli, esaltavano lo studio della matematica e delle cose naturali nonché la Virtù del silenzio. Dopo pochi anni (soprattutto per l'intervento del padre di Federico) furono costretti a separarsi, ma il progetto non venne abbandonato. Il fiducioso e tenace Federico, diventato maggiorenne, potè ridare vita all'Accademia, fra il 1609 e il 1610. In quest'anno Giovambattista Della Porta appone il suo nome all'albo dei Lincei seguito» nel 1611, da Galileo Galilei e successivamente da una serie di nomi prestigiosi del mondo scientifico italiano ed europeo. Nel 1625 i membri erano trentadue. Un progetto, da molti giudicato impossibile, era diventato una realtà operante. È indubbiamente vero che alcuni atteggiamenti della prima Accademia ci rinviano a un gusto per la segretezza e per le cose ammirevoli e strane. La compresenza nella stessa accademia di Galilei e di Giovambattista della Porta è il simbolo di questa iniziale ambiguità, ma è anche vero che l'adozione di un atteggiamento critico verso le affermazioni di chiunque era diventata la norma principale. Come recita un testo di Cesi «ciascuno che sia maestro dei suoi discepoli, sarà discepolo e condiscepolo». La verità non dipende dalla autorevolezza di chi la enuncia, ma solo dalla evidenza degli esperimenti e dalla forza delle dimostrazioni. «Sensate esperienze e certe dimostrazioni», come dirà Galilei.  Il  sapere della filosofia naturale (ciò che oggi chiamiamo scienza) si configura come un sapere pubblico che deve essere trasmissibile e comunicabile, che richiede un linguaggio chiaro e comprensibile.

                Ancora un testo di Cesi: coloro che hanno "imbrogliata" la filosofia, lo hanno fatto affinchè «pochi ci attendano, che se fusse semplice e schietta, ogn'huomo potrebbe apprenderla». Nel mondo al quale il giovane Cesi e i suoi giovani amici intendevano dar vita,  ogni uomo può giungere alla verità. Non ci sono uomini ammali e uomini spirituali o due volte o tre volte uomini. Il che vuoi dire anche che non ci sono persone sacre e non ci sono testi sacri. Possiamo discutere di tutto e l'inevitabile varietà delle nostre opinioni è un bene da difendere e non un male da estirpare. Questo è un messaggio alto nel quale si incarnano valori. Credo che in quei valori possiamo riconoscerci ancora oggi.

 

inizio pagina
vedi anche
Storia della filosofia