RASSEGNA STAMPA

28 SETTEMBRE 2003
MAURIZIO FERRARIS
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Affinare il buonsenso per rifondare la metafisica

                Hegel aveva rimproverato a Kant di voler imparare a nuotare prima di buttarsi in acqua. Più esattamente, si potrebbe obiettare a Kant di essersi fatto un bel bagno e poi, sotto l'ombrellone, di avere scritto una teoria che spieghi quali siano le condizione apriori del nuotare. È a una considerazione di questo genere che si può ricondurre l'antikantismo di Johann  Friedrich  Herbart

(1776-1841), di cui è da poco apparsa la Metafisica in traduzione italiana.

                Molto opportunamente, Renato Pennello, a cui si deve anche una illuminante introduzione, ne ha tradotto solo la seconda parte, sistematica, uscita nel 1829, un anno dopo quella storico-critica. Sottolineando così la portata teorica di una proposta ancora attuale. Herbart, che era stato allievo di Fichte ed era succeduto a Kant sulla cattedra di Königsberg,  sostiene  apertamente che le categorie non sono affatto le condizioni di possibilità dell'esperienza, e che la rivoluzione copernicana, che si chiede non come siano le cose in se stesse, ma come debbano essere fatte per venire conosciute da noi, è un progetto impossibile.

                Herbart è un realista. Il punto di partenza da cui non ci si può esimere è il dato, ed è ciò da cui partono tutti, trascendentalisti compresi. Ed è anche la posizione del senso comune. Tuttavia, ed è un punto decisivo, il senso comune è un punto di partenza, non di arrivo. Il buonsenso fa pasticci, distingue male i concetti, adopera inappropriatamente le parole, ed è proprio questa sua debolezza che dà manforte ai paradossi degli scettici e degli idealisti. Il compito della filosofia sarà allora quello di purificarne le intuizioni attraverso una analisi dei concetti, in cui soccorre la metafisica: il senso comune e non la ragion pura, dà i problemi, la metafisica, con un lavoro di analisi, offre le soluzioni.

                Quello che si disegna è un intero programma di metafisica revisionaria (per non usare il tristo termine di "revisionista") che si nutre di un realismo non meno solido di quello di Reid nella sua rivolta contro Berkeley e Hume, o di Moore contro Bradley e McTaggart, ma che inoltre nutre l'ambizione di ripristinare non i diritti del buonsenso, ma di una ontologia sofisticata, capace di raffinarlo. Per quanto difficile o frustrante possa essere questo lavoro, è sempre preferibile  alla via opposta, quella che sfrutta i conflitti del senso comune non per proporre una metafisica sostenibile, bensì per partire per la tangente, e negare il mondo, come i romantici dei tempi di Herbart e i postmoderni di qualche anno fa. Tanto la negazione ha il fiato corto, giacché, scrive Herbart, «Ci si può calare nel nulla, quanto si vuole; il mondo segue comunque il suo corso».

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