RASSEGNA STAMPA

11 SETTEMBRE 2003
STEFANO PETRUCCIANI
[Di fronte a eterni paradossi
L'11 settembre del 1903, a Francoforte, nasceva Theodor Wiesengrund Adorno. L'incontro con la filosofia e quello con la musica furono pressoché contemporanei. Nel 1924 scrisse la sua tesi sulla fenomenologia di Husserl, lo stesso anno - incantato dall'ascolto di frammenti del Wozzeck - avvicinò Alban Berg per seguirlo a Vienna e studiare con lui composizione. Come la musica, pensava Adorno, la filosofia non dovrebbe ridursi a categorie, ma in primo luogo, comporre

Le molte iniziative che, in questo autunno, celebreranno il centenario della nascita di Adorno (dal convegno che si tiene in questi giorni a Francoforte a quello che si svolgerà a Roma, in ottobre, presso il Goethe Institut), non bastano certo a contrastare l'impressione che, su questo grande esponente del pensiero critico del Novecento, sia caduta negli ultimi anni una cortina di pesante e pressoché totale silenzio. Al successo incontrastato del suo antagonista Heidegger, ha fatto riscontro un oblio quasi completo di colui che è stato senza dubbio l'ingegno più vivo e stimolante tra quelli che si sono raccolti attorno alla Scuola di Francoforte. Sebbene questo oblio sia per molti aspetti ben comprensibile (anche come reazione alla grande diffusione che le tematiche francofortesi avevano avuto negli anni Sessanta e Settanta), esso però ha finito per nascondere quegli elementi in forza dei quali Adorno potrebbe essere un pensatore molto utile anche nella nostra congiuntura; e quindi, forse, un pensatore molto più attuale di quanto non si creda, e di quanto lo scarso interesse di cui gode oggi non faccia sospettare. La singolare attualità di Adorno, la si può trovare proprio nell'atteggiamento intellettuale con il quale egli si pone di fronte al suo presente: la sua prospettiva, infatti, è quella di un filosofo che costruisce un punto di vista critico sul presente pur essendo fermamente convinto che non c'è a portata di mano nessuna concreta via di azione o di trasformazione, e che quindi non si può fare molto di più che attestarsi sulla intransigente forza di resistenza del pensiero critico, della teoria. Perciò si potrebbe dire che l'orizzonte in cui ragiona Adorno mostra non poche affinità con quello nel quale ci troviamo a vivere oggi: all'evidente ingiustizia e irrazionalità degli assetti di potere globalmente vigenti fa riscontro la percezione di una loro quasi fatale immodificabilità, o quantomeno della drammatica sproporzione di qualsiasi tentativo di incidere seriamente su di essi. A questa disperante antinomia Adorno risponde valorizzando al massimo la valenza anche «pratica» che ha l'esercizio critico del pensiero. E proponendo un'idea di filosofia come «critica», che si esercita tanto sui modi di pensare dominanti, quanto sugli ordinamenti sociali che con quelli inestricabilmente si intrecciano. Sul piano più schiettamente filosofico, «speculativo», la centralità della critica (o della «dialettica», che in Adorno con la critica fa tutt'uno) significa in sostanza una cosa molto semplice. Vuol dire che la filosofia fallisce sia quando si illude di cogliere un presunto principio primo, originario, fondante, sottratto alle mediazioni storiche, linguistiche e sociali (basti ricordare la costante polemica di Adorno contro l'Essere di Heidegger), sia quando, sul versante opposto, rinuncia al suo rigore e si riduce, come accadrà nel postmoderno, a mera conversazione, a puro intrattenimento senza principi. La filosofia non può abdicare alle sue esigenze di rigore, ma le può soddisfare solo nell'elemento della critica: attraverso il continuo esercizio di smontaggio delle interpretazioni del mondo ideologiche, limitate e unilaterali, un esercizio attraverso il quale essa accresce la sua e la nostra consapevolezza.

La critica filosofica, però, non è separabile in Adorno dalla critica della società. Mettersi criticamente in relazione con la società, infatti, non vuol dire commisurare le realtà sociali vigenti con un qualche principio o criterio ad esse estraneo. Significa piuttosto misurare i rapporti sociali dati con quelle idee di razionalità e di libertà che essi pretendono di incarnare, e che invece continuamente tradiscono. Decisivo in questo contesto è il concetto (che Adorno rielabora partendo dalla ricca tradizione dialettica di Hegel, Marx, Lukács) della società come «seconda natura», che consente al pensatore francofortese di mettere in risalto una contraddizione di fondo: i rapporti sociali che dovrebbero essere, secondo la filosofia politica contrattualista o nell'ottica della teoria democratica, il risultato delle libere volontà di uomini razionali, si impongono in realtà agli individui come una potenza da essi incontrollabile, che nega la libertà e la spontaneità del singolo, talvolta nei modi brutali del totalitarismo, talaltra in quelli assai più morbidi della persuasione consumistica e mediatica. Perciò, lungi dall'essere un costrutto di libera razionalità, la società rimane una «seconda natura»: i singoli restano in balìa di soverchianti potenze sociali allo stesso modo in cui, nelle epoche antecedenti alla civilizzazione, gli indifesi primitivi erano vittime delle incontrollabili potenze della natura. E' questo il singolare paradosso di una modernità scaturita dall'intreccio, per altri versi straordinariamente fecondo, di tecnica, industria e capitalismo. Da un lato è grazie a queste potenze che gli uomini, oggi, potrebbero essere tutti liberati dalla scarsità materiale e dalla paura (Adorno lo ribadisce infinite volte, e perciò hanno torto marcio coloro che lo hanno considerato un nemico della tecnica e dell'industria); ma dall'altro questa possibilità si sposta sempre più lontano perché i rapporti sociali vigenti continuano a riprodursi, dice Adorno, attraverso l'antagonismo: quasi costituissero una forma sublimata della guerra hobbesiana di tutti contro tutti, dove ognuno è consegnato alla lotta concorrenziale per l'autoconservazione e deve sacrificare al meccanismo dominante ogni spontaneità. Gli uomini restano così sotto il «sortilegio», si liberano dalla paura delle potenze naturali solo per soggiacere più duramente all'angoscia sociale; per dirla con le parole della Dialettica negativa: «La storia umana, il progressivo dominio sulla natura, prosegue quella inconsapevole della natura, mangiare ed essere mangiati».

Ma come si può infrangere il maligno incantesimo? Il pensiero di Adorno non offre risposte preconfezionate, ma non cessa di interrogarsi intorno a questa domanda. Ed è proprio su questo punto che il suo approccio sembra differenziarsi in modo abbastanza rilevante dalla tradizione marxista, nella quale per altri versi Adorno si inscrive. Il principio del dominio, la regola per cui l'uomo è lupo all'altro uomo, che si conserva sublimata nella lotta concorrenziale della società capitalistica, non è per Adorno né il semplice prodotto di un certo ordine economico, che potrebbe essere superato con esso, e neppure qualcosa di cui si possa dire che è radicato nella natura umana (infatti non abbiamo accesso diretto alla natura dell'uomo, ma a ciò che egli è divenuto storicamente). Perciò in qualche misura il sortilegio resta un enigma, quella che Adorno talvolta chiama una «catastrofe irrazionale». Importante, però, è innanzitutto che la condizione di non-libertà venga riconosciuta come tale, e chiamata per nome; così come è decisivo comprendere che nessuna ragione ci costringe a eternarla o assolutizzarla. Proprio in quanto è la critica di ogni assoluto, la dialettica ci insegna che la storia, come il pensiero, è una dimensione aperta: aperta alla minaccia della catastrofe così come all'esito della vera libertà e solidarietà.

Si potrà non essere d'accordo con le tesi che Adorno sostiene, o con le conclusioni cui giunge; gli si dovrebbe però almeno riconoscere il merito di aver posto domande molto serie, che solo una filosofia di piccolo cabotaggio può spensieratamente esorcizzare.
 

 

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