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IL PENSIERO ALLA PROVA
Finite le grandi ideologie immanenti, è nell'orizzonte di una ragione
che si fa consapevole dei propri limiti che oggi necessariamente vanno
reimpostati i rapporti tra ragione e fede
Filosofi, il ritorno di Dio
Si riapre il confronto fra la via tomistica classica e
quella di Pascal e Kierkegaard, oggi rilanciata anche in ambito teologico.
La strada aperta dalla «Fides et ratio»
Ne I racconti dei Chassidim Martin Buber, riporta, tra
altri, questo insegnamento del Rabbi Menahem Mendel di Kozk: «"Dove
abita Dio?". Con questa domanda il Rabbi di Kozk stupì alcuni uomini
dotti che erano suoi ospiti. Quelli risero di lui: "Che dite? Se il
tutto il mondo è pieno della sua gloria!". Ma egli rispose da sé alla
propria domanda: "Dio abita dove lo si lascia entrare"».
Il secolo che abbiamo appena lasciato alle spalle è un secolo che in molti
suoi influenti e diffusi movimenti filosofici, ha preteso di cancellare lo
spazio della fede, di proibire appunto l’ingresso di Dio nella mente e nel
cuore degli uomini. Così, se per i materialisti (Buchner, Vogt o
Moleschott, per esempio) la trascendenza è semplicemente illusione; e per i
positivisti Dio è un’ipotesi inutile, per gli idealisti le verità di fede
sono rappresentazioni mitiche da cui la filosofia estrarrà il nocciolo
razionale. Con Marx, le cose vanno ben oltre, giacché, per lui, la fede in
Dio non è né illusione, né mito e nemmeno un’ipotesi inutile: è piuttosto
il frutto di un’alienante oppressione le cui cause vanno estirpate dalla
radice: «La religione è il sospiro della creatura oppressa, il cuore di un
mondo spietato. Essa è l’oppio del popolo».
Una «nevrosi ossessiva universale», vede Freud nella fede religiosa. E dopo
gli esistenzialisti atei (Sartre, Camus, Merleau-Ponty), i loro avversari,
gli strutturalisti, alla domanda «che cosa si può sperare?», Jacques Lacan,
ha risposto: «Non si può sperare assolutamente in niente. Non vi è alcuna
specie di speranza». E addirittura puri non sensi sono per i
neopositivisti, tutti gli asserti di fede e le proposizioni metafisiche, si
tratta, dirà A.J. Ayer «soltanto di materiale per lo psicanalista».
Sennonché c’è da prendere atto che, ai nostri giorni, la riflessione
filosofica più matura – così come, per esempio, emerge da fondamentali
opere di epistemologia, ermeneutica, analisi linguistica o anche dal
marginalismo austriaco – ha eroso la prete sa fondazionistica della
filosofia, sostituendo ad essa una concezione non-giustificazionista che ha
scavato e scava nei limiti dell’umana ragione, portando a luce
l’impossibilità di venire in possesso di fondamenta inconcusse non solo per
le teorie scientifiche ma anche per proposte filosofiche.
La filosofia non salva
Ebbene, è esattamente nell’orizzonte di una ragione che si fa consapevole
dei propri limiti, nell’orizzonte di una riconquistata idea di contingenza
umana, che necessariamente vanno reimpostati i rapporti tra ragione e fede.
La metamorfosi dell’idea di ragione, da ragione fondazionista a ragione
fallibile e limitata, riapre lo spazio della fede, e questo è il problema
che ne consegue: fin dove si estende una ragione limitata e fallibile in
questo riconquistato spazio della fede?
Ci sono pensatori indubbiamente di prim’ordine, le cui ricerche si
inseriscono nella più gloriosa tradizione metafisica, dove si pensa di
essere in grado di popolare di entità metaempiriche il tutto della realtà.
Ciò nella persuasione che prima della metafisica trascendentista cognitiva,
la fede cristiana – così è stato affermato – «si presenterebbe come una
specie di puro impegno emotivo o come una fabulazione più o meno vaga e
mitica»; vale a dire che – come altri han scritto – senza «metafisica
classica» la parola della Rivelazione della promessa resterebbe in sospeso.
In ogni caso, più affollata pare essere, al giorno d’oggi, la schiera di
quanti sono disposti a tornare a posizioni come quella di Pascal, per il
quale «è bene sentirsi stanchi e affaticati dalla ricerca del vero bene, al
fine di tendere le braccia al liberatore». La fede è possibile solo in un
mondo della contingenza e della disperazione, solo la consapevolezza che
non c’è nessuna speranza di costruire con le nostre forze un senso assoluto
della vita, della sofferenza, della sofferenza innocente, soltanto questa
consapevolezza ci dispone ad invocare quel «senso assoluto» umanamente non
costruibile.
«Pensare al senso della vita significa pregare», ha detto Wittgenstein. E,
prima di lui, Kierkegaard: «Provvidenza e redenzione sono categorie della
disperazione»; in fondo, «tutto il cristianesimo deve essere messo in
rapporto alla lotta della coscienza angosciata».
Ecco, allora, che l’accettazione del messaggio di Cristo, il «salto nella
fede», trova, all’interno di questa tradizione, la sua ragione più profonda
nel fatto che il cristianesimo dona una risposta laddove i filosofi hanno
fallito.
La filosofia non salva. E contro l’abuso della ragione nei confronti della
fede hanno, da diverse prospettive, argomentato, tanto per restare in casa
nostra, filosofi come Pareyson, Prini, Rigobello, Baldini, Bellino,
Mathieu, Morra, Cambula, Castelli, Del Noce; e Giovanni Reale addirittura
rovescia il consueto paradigma e sostiene che «è la fede che fonda la
ragione e non viceversa».
Da parte sua, il cardinale Joseph Ratzinger, in un importante articolo dal
titolo La fede e la ragione ai nostri giorni (apparso su «Civiltà
Cattolica», 1996) ha affermato: «Ritengo che il razionalismo neoscolastico
sia fallito nel suo tentativo di voler ricostruire i Preambula fidei con
una ragione del tutto indipendente dalla fede, con una certezza puramente
razionale; tutti gli altri tentativi che procedono su questa medesima
strada, otterranno alla fine gli stessi risultati. Su questo punto, aveva
ragione Karl Barth, nel rifiutare la filosofia come fondamento della fede,
indipendentemente da quest’ultima: la nostra fede si fonderebbe allora, in
fondo, su mutevoli teorie filosofiche». E, prima di Ratzinger, Karl Rahner:
«La filosofia e la teologia neoscolastica, pur avendo al proprio attivo
tante benemerenze, oggi sembra in qualche modo giunta alla fine». Nella
scia della tradizione razionalistica, si muove con argomentazioni non
indifferenti, il cardinale Camillo Ruini, per il quale, tuttavia, «va
superato, ed in effetti è ormai da tempo superato, un certo approccio
piuttosto razionalis tico alla questione dell’esistenza di Dio, che ha
avuto spazio anche nella filosofia neoscolastica». E monsignor Rino
Fisichella, in un saggio in corso di pubblicazione, sottolinea: «Non è possibile
confondere l’istanza metafisica, di cui siamo strenui difensori, con la
filosofia neotomista».
Che fine fanno le cinque vie?
In questi giorni, poi, è uscita una nuova e aggiornata edizione della
Lettera a un amico che non crede di monsignor Vincenzo Paglia. Dal vasto,
approfondito e direi affascinante, confronto che l’autore sviluppa tra le
pretese della ragione e le ragioni della fede, ciò che, a mio avviso, alla
fine, vien fuori è che Pascal pare avere la meglio su Tommaso (o, meglio,
su certe interpretazioni iper-razionalistiche di Tommaso), in quanto Paglia
è dell’avviso che «davvero pochi (...) siano giunti a concludere
l’esistenza di Dio attraverso le cinque vie dell’Aquinate». Qui vorrei
chiedere: l’inestirpabile domanda metafisica sul senso della vita è un
problema teorico, una «interrogatio», o invece soltanto «rogatio», cioè
invocazione religiosa di un senso che non siamo capaci di costruirci? E
forse non è tempo di guardare con riconoscenza e ammirazione, al di là di
atteggiamenti inquisitori, alle diverse tradizioni, ai differenti tentativi
teorici lasciatici da geniali filosofi credenti?
In fondo, è la stessa «Fides et ratio» che incoraggia ad assumere una
simile prospettiva, quando dice che «le vie per raggiungere la verità
rimangono molteplici; e tuttavia poiché la verità cristiana ha un valore
salvifico, ciascuna di queste vie può essere percorsa, purché conduca alla
meta finale, ossia alla rivelazione di Gesù Cristo».
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