RASSEGNA STAMPA

6 SETTEMBRE 2003
JACQUES DERRIDA
[«La tecnologia farà impallidire Manhattan»

Bush parla di «guerra», ma è totalmente incapace di identificare il nemico al quale dichiara di aver dichiarato guerra. L'Afghanistan, la sua popolazione civile, i suoi eserciti non sono i nemici degli americani e non si è mai cessato di «ripeterlo». Immaginiamo che «Bin Laden» sia il decisore sovrano. Tutti sanno che quest'uomo non è afgano, che è stato espulso dal suo paese (e d'altronde da tutti i «paesi» e praticamente senza eccezione da tutti gli Stati), che la sua formazione deve molto agli Stati Uniti e soprattutto che non è solo. Gli Stati che l'aiutano indirettamente non lo fanno in quanto Stati. Nessuno Stato in quanto tale lo sostiene pubblicamente. Quanto agli Stati che «ospitano» le reti terroristiche, è difficile identificarli in quanto tali. Gli Stati Uniti e l'Europa, Londra e Berlino sono dei santuari, dei luoghi di formazione e d'informazione per tutti i «terroristi» del mondo. Nessuna geografia, nessuna assegnazione «territoriale» si attaglia più, e già da molto tempo, a localizzare la base di queste nuove tecnologie di trasmissione o di aggressione. Lo dico troppo rapidamente e en passant , per prolungare e per precisare quello che dicevo poco sopra riguardo alla minaccia assoluta e d'origine anonima e non-statale: le aggressioni di tipo «terrorista» non avranno più bisogno d'aerei e di kamikaze. È sufficiente introdursi in un sistema informatico di valore strategico, installarvi un virus o qualche altro elemento dirompente, per paralizzare le risorse economiche, militari e politiche di un intero paese o di un continente. E questo si può fare quasi da ogni luogo sulla terra, con una spesa veramente esigua e dei mezzi modesti. Il rapporto tra la terra, il territorio e il terrore è cambiato e bisogna sapere che questo dipende dalla conoscenza, cioè dalla tecno-scienza.
È la tecno-scienza che annulla la distinzione tra guerra e terrorismo. Da questo punto di vista, paragonato alle possibilità di distruzione e di disordine caotico che sono in riserbo per l'avvenire nelle reti informatiche del mondo, l'11 settembre fa ancora parte del teatro arcaico della violenza destinato a colpire l'immaginazione.
Si potrà fare ben di peggio domani, in maniera non sanguinosa, attaccando le reti informatiche dalle quali dipende tutta la vita (sociale, economica, militare) di un «grande paese», della più grande potenza del mondo. Un giorno si dirà: l'11 settembre accadde ancora ai («cari») vecchi tempi dell'ultima guerra, quando le cose erano ancora dell'ordine del gigantesco: visibile ed enorme! Che taglia, che altezza! Da allora c'è stato di peggio, le nanotecnologie di tutti i tipi sono talmente più potenti e invisibili, imprendibili, s'intrufolano ovunque. Rivaleggiano nel microbiologico con i microbi e i batteri. Ma il nostro inconscio qui è già sensibile, lo sa già ed è questo che fa paura.
Se questa violenza non è una «guerra» interstatale, non può certo essere intesa come «guerra civile» o «guerra partigiana», nel senso definito da Schmitt, perché non consiste come la maggior parte delle «guerre partigiane» in un'insurrezione nazionale, ovverosia in un movimento di liberazione destinato a prendere il potere sul territorio di uno Stato-nazione (anche se uno degli obiettivi, marginale o centrale, delle reti «Bin Laden» è di destabilizzare l'Arabia Saudita, ambigua alleata degli Stati Uniti, e di installarvi un nuovo potere statale). In ogni caso, anche se si continua a parlare di terrorismo, questo appellativo si riferisce a un nuovo concetto e a nuove distinzioni.

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