[Schmitt e Kojève, la politica a
chiare lettere
Dal 1955
al 1960, Alexandre Kojève e Karl Schmitt, due tra i più grandi protagonisti
della cultura del Novecento, intrattennero un intenso e sorprendente carteggio
che viene ora pubblicato, a cura di Carlo Altini, sull'ultimo numero della
rivista «Filosofia politica». Entrambi alla ricerca di una chiave di lettura
plausibile per decifrare i nuovi segni dei tempi, si confrontarono sui temi
dell'appropriazione e del dono in un dialogo che non fu solo di natura speculativa
ma che toccò ruvide tematiche politico-economiche
La
pubblicazione del carteggio tra due grandi protagonisti della cultura del
Novecento come l'emigrato russo in Francia Alexandre Kojève (1902-1968) - che
nel 1926 all'Università di Heidelberg aveva discusso con Karl Jaspers la sua
tesi di dottorato sul teologo russo Vladimir Soloviev - e il tedesco Carl Schmitt
(1888-1985) consente di cogliere nel vivo di un dialogo filosofico tra i più
intensi l'evoluzione concreta del pensiero di due autori la cui diagnosi del
tempo risulta, sotto molti aspetti, ancora oggi sorprendentemente attuale (si
veda l'ultimo numero di «Filosofia politica», agosto 2003, a cura di Carlo
Altini). Si tratta di anni decisivi - tra il 1955 e il 1960 - quelli in cui si
collocano le lettere in questione. Decisivi - in primo luogo - perché i due
intellettuali si sono lasciati alle spalle l'esperienza traumatica della
seconda guerra mondiale: Kojève aveva rischiato la vita combattendo nelle fila
della Resistenza e Schmitt aveva conosciuto addirittura il carcere ed era stato
sottoposto ad un vero e proprio processo quale collaboratore del regime
nazista, come egli raccontò in quel disperato libro-diario che è Ex
captivitate Salus. Ma decisivi anche perché entrambi sono alle prese
con la loro formazione teorica precedente e, nello stesso tempo, alla ricerca
di una chiave di lettura plausibile per decifrare i nuovi segni dei tempi.
Schmitt ha già scritto il suo capolavoro, Il Nomos della terra nel diritto internazionale dello jus
publicum europaem (1950) e lavora all'approfondimento critico di
un'ermeneutica del politico e delle sue categorie fondamentali:
l'appropriazione (Nehmen), la divisione (Teilen) e la produzione (Weiden),
che già aveva messo a punto in un saggio del 1953. Saggio nel quale aveva
difeso strenuamente la sua convinzione che il termine-concetto «nomos», che
deriva dal greco «némein», ha tre significati principali, tra loro strettamente
interrelati, anche se non sempre ben identificabili nelle diverse epoche
storiche. Il primo si riferisce a quel nomen
actionis che è l'atto e il processo del «prendere» (Nehmen): esso è il gesto performativo
dell'appropriazione-denominazione (Nahme-Name),
dell' impossessamento, dell'occupazione della terra come «occupatio primaeva»,
che John Locke aveva chiamato radical title pensando
alla conquista dell'Inghilterra da parte di Guglielmo il Conquistatore. Il
secondo significato allude all'azione del dividere-spartire-distribuire (Teilen) e a questa procedura, altrettanto «primaeva», è
legata la giustizia distributiva - il suum cuique
tribuere - nel senso del diritto di proprietà e della redistribuzione della
ricchezza. Il terzo significato, infine, concerne il coltivare-produrre (Weiden), cioè il lavoro produttivo connesso a quello che
per Marx era il modo di produzione con le sue tecniche e modalità peculiari.
Il nucleo della concezione schmittiana è che ognuno di
questi tre processi - , anche se disposti secondo una gerarchia volta a volta
diversa - caratterizza simultaneamente ogni ordinamento sociale e giuridico che
emerge e si costituisce nella storia umana. Sotto questo profilo, Schmitt non
postula un criterio di successione tipico delle filosofie della storia, ma
piuttosto uno schema di compresenza topologica delle tre istanze che, tuttavia,
ad un certo punto della storia occidentale - per l'esattezza a partire dalla
rivoluzione industriale del XVIII secolo - subisce quello che potremmo definire
un effetto di occultamento ideologico. Come dire: se fino alle soglie della
rivoluzione industriale veniva riconosciuto il primato dell'«appropriazione»
come presupposto della distribuzione e della produzione, da quel momento in poi
la questione dell'«appropriazione» - che è il gesto politico per antonomasia,
creatore di storia perché carico della «decisione sovrana» che innova rispetto
alle procedure burocratico-gestionali dello Stato - viene oscurata. A prendere
il sopravvento è la questione sociale come problema epocale della distribuzione
del prodotto.
Il liberalismo e il socialismo s'incontrano, per Schmitt,
nel concepire la questione sociale come una questione redistributiva, che per
giunta ha messo fine all'epoca dell'imperialismo inteso come conquista
coloniale e predatoria di nuove terre e di nuove regioni del globo. Ma il
processo dell'«appropriazione» con la sua endiadi di Ordnung/Ortung
(ordinamento/localizzazione) si può considerare veramente terminato? Si può
dire davvero che lo Stato sociale di diritto, così come sancito nelle
Costituzioni del secondo dopoguerra, sia uno Stato amministrativo che si limita
a redistribuire la ricchezza sociale? Il prelievo fiscale o l'uso degli
strumenti monetari attraverso le banche centrali non rinviano forse a decisioni
di «appropriazione»? E «nell'èra planetaria» in cui siamo entrati, siamo sicuri
che l'appropriazione abbia cessato di esistere e non ci sia piuttosto una sorta
di Grande Appropriatore, che Schmitt sembra sospettosamente ravvisare nella
superpotenza americana?
E' mentre Schmitt riflette attorno a questi nodi problematici,
gravidi di rilevanti conseguenze politiche concrete, che si svolge il suo
confronto con Kojève. Il giurista tedesco conosce quest'ultimo per la Introduction à la lecture de Hegel, gli sterminati
materiali delle lezioni da Kojève tenute dal 1933 al 1939 all'École Pratique
des Hautes Études di Parigi e che il suo allievo Raymond Queneau aveva
pubblicato nel 1947. E ne è letteralmente affascinato. Al punto che si
sottopone ad un dialogo che non è solo di natura speculativa, ma - trascinato
dal suo interlocutore - anche di carattere economico-politico.
Non a caso come suggello di questa corrispondenza vi è
l'invito fatto a Kojève da parte di Schmitt - a nome del club degli
imprenditori dell'industria pesante - di recarsi a Düsseldorf a tenere una
conferenza su un argomento in apparenza non proprio filosofico: i «paesi
sottosviluppati» (Underveloped Countries).
Essa ha luogo il 16 gennaio del 1957 e il suo titolo è oltremodo significativo:
«Il colonialismo nella prospettiva europea» (pubblicato in traduzione italiana
sulla rivista on line, www.adelphiana.it,
nell'aprile di quest'anno). La conferenza non a caso ruota attorno al tema
schmittiano dell'«appropriazione», che viene da Kojève drasticamente, sebbene
implicitamente, ridimensionato come motivo che appartiene ad un'epoca superata
della storia universale.
Ma perché Kojève sceglie di occuparsi di questa problematica
così legata all'attualità? Sostanzialmente per due ragioni. Anzitutto, egli non
è più un filosofo puro o di professione: è, potremmo dire, un post-filosofo.
Dal 1945, infatti, quando grazie al suo ex-allievo Robert Marjolin era stato
nominato «chargé de mission», aveva cominciato a lavorare come funzionario del
Ministero dell'Economia per la ricostruzione della Francia e a partecipare come
negoziatore e delegato del governo alle riunioni sulle tariffe e il commercio
(Gatt) e a tutti quegli organismi para- e inter-governativi da cui nascerà nel
1958 - con il Trattato di Roma - la Cee. Insieme con Bernard Clappier e Olivier
Wormser (direttore degli affari economici al Quai d'Orsay), a partire dal 1953,
formava un trio formidabile nell'alta amministrazione dello Stato. Dal 1963
prenderà parte alle trattative del «Kennedy Round», da cui si aspetterà invano
una riforma del commercio internazionale responsabile del crescente fossato tra
paesi ricchi e paesi poveri a causa delle barriere tariffarie che proteggono i
primi e danneggiano i secondi. Fino a quando la morte non lo coglierà nel 1968
a Bruxelles durante una riunione del Mercato Comune.
Kojève si era reso ben presto conto che un'Europa meramente
economica non avrebbe avuto futuro e che la Cee mancava - come ha osservato
Dominique Auffret nella splendida biografia a lui dedicata nel 1990 - di
«un'idea politica originale», ciò che la rendeva «dipendente dal modello degli
Stati Uniti». Perciò Kojève ( nipote di Kandisky da parte di madre), dopo il
suo commentario monumentale a Hegel, si era convertito a quello che con un
ossimoro potremmo chiamare un pragmatismo idealistico - un pragmatismo costantemente
mediato dalla sua grandiosa visione filosofica di stampo hegelo/marxista con
delle robuste componenti di messianesimo ebraico - e ironicamente si
autorappresentava come un Saggio che mette la sua conoscenza, che è conoscenza
del Sapere Assoluto, al servizio della soluzione di problemi concreti.
Da allora in poi Kojève aveva imparato a vedersi, non senza
una buona dose di humour, come «consigliere del Principe», esattamente nel
ruolo che il poeta Simonide riveste nel dialogo senofonteo sul tiranno
«Gerone», a lui ben noto grazie ad un altro grande del Novecento filosofico, il
suo amico Leo Strauss. Misurandosi con i problemi concreti il post-filosofo
insegna a prendere finalmente atto che viviamo ormai «alla fine della storia».
E proprio sulla problematica della fine della storia si
produce il paradosso della massima vicinanza e della massima lontananza tra i
due autori. Nel suo omaggio a Jünger - La
contrapposizione planetaria tra Oriente e Occidente e la sua struttura storica (1955)
- Schmitt si era anche lui interrogato se un nuovo «appello della storia» fosse
ancora possibile e, in caso affermativo, quale fosse. Egli aveva mostrato, in
proposito, il suo scetticismo, soprattutto qualora non ci fosse stata
un'impresa di Grande Politica naturalmente in termini di «appropriazione».
Kojève, da parte sua, lo disillude non prima di manifestare il suo totale
accordo con lui rispetto al tramonto dell'epoca del Leviatano. Ma non cede:
anche il movimento storico dell'«appropriazione» si è ormai esaurito. Al suo
posto si è installata l'Amministrazione, cioè la Società di Mercato con i suoi
scambi e la sua distribuzione del reddito. Non ci sono più Stati nel senso
autentico del termine, né «governi che siano qualcosa di diverso dalle
amministrazioni», né Politica (cioè guerra) «che sia qualcosa di più della
Polizia». Kojève annuncia prognosticamente una gigantesca omologazione tra
Occidente ed Oriente, anzi, per dirla con il titoli del recente libro di
Giacomo Marramao, intuisce il «passaggio ad Occidente» dell'intera
modernità-mondo.
In una lettera del 1955 a Schmitt scrive: «E tra dieci o
venti anni anche un non hegeliano dovrà notare che l'Oriente e l'Occidente non
solo vogliono (dopo Napoleone) la stessa cosa,
ma addirittura la fanno. L'allineamento diventerà
semplicissimo». La Storia va ormai nella direzione dello «Stato universale ed
omogeneo» e in tale prospettiva la Russia sovietica e gli Stati Uniti non sono
che delle varianti di quest'ultimo: gli Stati Uniti hanno realizzato
l'universalità dei Diritti del Cittadino, mentre nella Russia
post-rivoluzionaria si tende a raggiungere - sia pure a tappe forzate -
l'eguaglianza sociale. Ma la meta finale è lo Stato universale ed omogeneo, ove
sarà eliminata ogni negatività contro cui l'essere umano finora ha lottato o
per trasformare la natura al fine di soddisfare i suoi bisogni o per ottenere
il riconoscimento della sua dignità da parte degli altri (la celebre figura
hegeliana della lotta tra Signore e Servo). Una sorta di rianimalizzazione o di
ritorno all'animalità attende l'umanità al termine di questo percorso.
Kojève rifiuta la soluzione «appropriativa» di Schmitt e -
prima del suo viaggio in Giappone nel 1959 che lo porterà ad una terza
soluzione tra la via americana e la via sovietica (lo snobismo) - proporrà
nella conferenza di Düsserdolf una riforma conseguente del capitalismo
occidentale alla luce dei principi di Henry Ford. Il vecchio capitalismo
analizzato da Marx ha subito una trasformazione radicale in direzione di un
consumo di massa che ha condotto alla scomparsa del proletariato (che
sopravvive solo in Unione sovietica e anche lì si estinguerà con l'avanzare
dell'industrialismo). La Riforma kojèviana concerne il sistema capitalistico
globale, nel senso che gli Stati occidentali avanzati, se non vogliono andare
incontro a squilibri vieppiù pericolosi, devono farsi carico della
modernizzazione dei paesi cosiddetti sottosviluppati investendo una quota del
plusvalore interno in quelle regioni in modo da promuovere uno sviluppo
conforme alle loro condizioni storiche, climatiche e culturali. La tesi è
suggestiva: il colonialismo moderno «ha urgente bisogno di un nuovo Ford
collettivo, così come il vecchio capitalismo ha avuto bisogno dei vari Ford».
Ma anche un'utopia tutt'altro che astratta: a Schmitt che invoca
l'«appropriazione» come nomos della Terra Kojève contrappone la dimensione
antropologica del «dono». Abbiamo bisogno di un capitalismo «donatore» e non
«appropriatore». Sta in questa possibilità il nuovo nomos della Terra, nel cui
orizzonte l'Europa - e l'Europa mediterranea in specie - avrebbe da giocare un
ruolo di primo piano. Forse siamo ancora più o meno al punto in cui ci ha
lasciato Kojève.
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