[Se
l'etica si costituisce parte civile
Invocazioni Da Adam Smith
ad Amartya Sen passando per Keynes. Tra eccesso di aspettative, timide
consolazioni e risposte incerte, l'economia lancia un appello all'etica
Amartya Sen «La moderna economia del benessere - secondo
il Nobel indiano - è del tutto precaria. Così come precario è quel criterio di
interesse personale in base al quale se un cambiamento è vantaggioso per
ciascuno deve essere un buon cambiamento per la società nel suo complesso». Non
sempre benessere significa successo economico. Ed è qui che l'etica interviene
Un'etica sovraccarica di
attribuzioni e sovraccaricata di responsabilità. Questa mi pare essere la
situazione in cui versa, oggi, questa nobile disciplina filosofica. Ciò indica,
ad un tempo, un bisogno e una difficoltà. Buona parte delle discipline sociali
e fisiche necessitano di trovare al di fuori di se stesse ragioni che ne
nobilitino gli intenti, rivelatisi non sempre o non propriamente capaci di far
senza filosofia o di sostituirsi ad essa. Che ogni sicumera positivistica sia
da tempo spiazzata è sin troppo noto per insistervi. D'altra parte, sono le
stesse discipline fisiche e bio-fisiche a rivelare notevoli difficoltà, là dove
gli esiti dei loro stessi intenti invochino scelte le cui responsabilità appaiano
tremende. Non voglio certo affermare che esse abbiano finalmente assunto quell'euristica della paura di cui parlava Hans Jonas; in
ogni caso, anche qualora si proceda in senso esattamente opposto (mi sembrano
indicative, nel dibattito bioetico, posizioni quali quelle di T. H.
Engelhardt), anche in questi casi, all'approvazione etica si fa ricorso e le
ragioni per cui un'approvazione etica può essere espressa si trovano. Non mi
nascondo che la situazione potrebbe essere giudicata proprio per questo foriera
di sviluppi apprezzabili. In fondo, sembrerebbe venir così riattribuito un
ruolo nuovamente essenziale alla riflessione filosofica, superando il vecchio
conflitto tra etica normativa e critica humeana e quindi la distinzione tra ciò
che «dovrebbe essere» e ciò che «è». C'è però un modo diverso e meno
ottimistico di vedere le cose, il quale, molto in breve, potrebbe essere così
espresso: un'etica sovraccarica e sovraccaricata di aspettative è ancora etica?
Conserva davvero gli attributi indispensabili per distinguere bene e male?
Conduce a decidere o serve per decidere? Insomma: e se fosse una supplenza
epocale ciò che all'etica è richiesto? In questo caso, l'etica non perderebbe
la sua stessa autenticità - che non corrisponde necessariamente ad una dispotica
«originarietà»?
Lo spazio etico è oggi di fatto incontrollato: va dai
sempiterni quesiti ad aspetti meramente deontologici. Ovunque, vi è un eccesso
di invocazione etica. Inutile dire che ha invaso sacro e profano e che
attraversa politica ed economia. Del resto è comprensibile: offre la
prospettiva che, comunque vada, una salvazione sarà possibile per il semplice
fatto che si è fatto tutto il possibile. Non solo, dà l'idea di pensare in
grande - ed è vero. Peccato che sulle grandi opzioni tra bene e male la
politica sia posta fuori gioco - e che se ne debba sopportarne i cascami. Ma
non voglio sollevare troppa polvere.
Mi limito ad alcune articolazioni preliminari inerenti il
rapporto tra etica ed economia (in cui vi è un'ambiguità essenziale di cui tener
conto, giacché l'economia non è la scienza economica, ma ciò di cui essa si
occupa). È quasi superfluo osservare che una delle premesse indispensabili per
poter parlare di etica ed economia è il darsi di una metaeconomia: di una
scienza economica che pensa se stessa. Significativamente, nella saggezza
settecentesca di Adam Smith essa è semplicemente impensabile proprio perché una
teoria economica a sé stante non è data ed è inconcepibile l'agire economico a
prescindere da un'idea di prudenza etica e politica. In altri termini, il
modello epistemico della scienza economica è tutt'uno con l'oggetto che essa
descrive. Di qui si possono ricavare molte conseguenze, la più importante delle
quali è che Smith non fu affatto il padre di una nuova scienza economica
fondata sull'egoismo e, quindi, sulla separazione di principio tra etica ed
economia.
Altrettanto significativamente, a conclusione della parabola
ascendente della teoria economica, in Keynes, dunque, una metaeconomia non solo
è presente ma si rivela indispensabile: certamente, a differenza di Smith,
l'etica non riguarda i postulati positivi della scienza economica in quanto
teoria, ma i fini che le concrete scelte economiche basate su quei presupposti
contribuiscono a rendere razionali. Per questo, mentre in Smith ci si muove e
si resta, dall'inizio alla fine, nell'ambito etico, in Keynes all'etica si
torna, dopo che la teoria economica e la politica economica hanno rivelato le
loro fragilità di lungo periodo. Il ritorno all'etica è imposto alla scienza
economica dall'economia come accadere storico-fattuale.
Al riguardo può essere interessante riprendere
sinteticamente la prospettiva generale delineata da Amartya Sen già alcuni anni
or sono e più volte riproposta. Ciò che può sorprendere, in effetti, è proprio
il contrasto tra il carattere consapevolmente non etico della scienza economica
moderna e l'evoluzione storica di questa disciplina, in parte derivata
dall'etica. Non è peraltro difficile rintracciare i presupposti di ciò. Secondo
Sen e molti altri, la scienza economica ha avuto una duplice origine: una prima
legata all'etica - da Aristotele in poi -, una seconda legata ad un approccio
«ingegneristico» - da Walras in avanti. Origini indiscutibilmente differenti,
da non vedersi quali alternative inevitabili (non si può negare quanto hanno
rispettivamente prodotto), anche perché possono reciprocamente chiarire le
ragioni per cui, con l'imporsi dell'ipotesi «ingegneristica», è aumentata la
distanza tra etica ed economia.
Quanto di ancora interessante vi è nella lettura di Sen è
sostanzialmente focalizzato sulla discussione del presupposto razionale che,
nell'approccio «ingegneristico», sottenderebbe l'agire dell'homo oeconomicus. La scienza economica moderna,
presupponendo che l'agire del soggetto economico sia comunque razionale e
comunque indirizzato a massimizzare, razionalmente, determinate funzioni di
benessere individuale, ha di fatto escluso la possibilità di considerare
l'interazione di motivazioni complesse; le quali, pur non escludendo l'interesse
personale, non possono essere ad esso ridotte. Indicativa, al riguardo, appare
a Sen la precaria posizione della moderna economia del benessere. Appare
precaria, soprattutto, la dominanza in essa dell'ottimo paretiano, e dunque di
quel criterio di interesse personale secondo cui se un cambiamento è
vantaggioso per ciascuno dev'essere un buon cambiamento per la società nel
complesso.
In verità, è tutt'altro che ovvio identificare il vantaggio
con l'utilità e, dunque, l'utilità stessa con un indiscutibile criterio di
razionalità. Può essere ragionevole sostenere che l'utilità è un semplice
riflesso del benessere dell'individuo e, per di più, che lo stesso benessere
non costituisce la realizzazione economica del medesimo individuo - proprio
perché complesse sono le motivazioni dell'agire. Certo, se ci si limita a
ridurre la persona al calcolo del benessere, non c'è alcun dualismo tra
individualità e interesse personale: si identificano. Viceversa, se la stessa
persona è concepita in termini di «facoltà di agire» - afferma Sen - diventa
possibile riconoscere l'incontrovertibile fatto che la facoltà d'agire della
persona può benissimo essere indirizzata a considerazioni non riguardanti - o
perlomeno non completamente riguardanti - il suo benessere.
Utilità, benessere, razionalità non necessariamente
coincidono, né, tanto meno, è possibile considerarli quali immutabili attributi
di un apriorico homo oeconomicus.
All'insistenza con cui l'approccio «ingegneristico» ha voluto semplificare le
motivazioni dell'agire economico va imputata la distanza sempre maggiore che si
registra tra etica e scienza economica moderna. Il solo benessere
dell'individuo non può però essere interpretato quale canone del successo
economico, proprio perché la razionalità propria ad ogni scelta economica si
presenta molto più problematica di quanto non appaia nel criterio
utilitaristico.
Ove domini l'incertezza, la semplice esigenza di una
decisione di per sé non risolve il conflitto. È opportuno prevedere degli
allontanamenti dai requisiti consuetudinari di razionalità per capire il
comportamento effettivo dei soggetti economici. In breve, è opportuno
considerare che alla complessità di quel comportamento e all'incertezza non
corrisponde un'assenza di razionalità, quanto uno spazio etico non calcolabile.
In questi termini, secondo la prospettiva delineata da Sen, è possibile
ristabilire uno stretto contatto tra economia ed etica, a vantaggio della
prima, certamente, ma con grande profitto anche per la seconda.
Utilità, benessere, razionalità: questi sono i paradigmi a
cui l'attuale dibattito relativo al rapporto tra etica ed economia continua a
riferirsi. Gli aspetti positivi di tale dibattito sono indiscutibili, non meno
però dell'assenza in esso di un'adeguata radicalità problematica. In altri
termini, il discorso giunge sempre al punto da cui dovrebbe ripartire, tanto
che sembra lecito porre in fine i quesiti che andrebbero dipanati all'inizio:
chi è responsabile di chi e di cosa? Di quali «valori» parliamo quando
coniughiamo etica ed economia? Se le domande sono pertinenti, le risposte non
debbono essere autoconsolatorie. Ma tali sono non solo quelle che di volta in
volta risalgono ab initio per individuare la
scissione tra etica ed economia (perdendo ogni volta per strada il Politico, non
a caso), ma anche quelle che su tale premessa si industriano nel ricercare un
«colpevole» a cui affibbiare l'onere di aver inventato un approccio
«ingegneristico», utile ma riduttivo.
Ciò che così va perso, però, è il problema. Una scienza
economica distinta dalla «tecnica», che abbia al suo centro i bisogni umani
come fine, non appartiene all'orizzonte del Moderno, all'interno del quale la
stessa teoria economica come theoria ha le sue
radici. Anche l'economia non è davvero più oiko-nomia.
Dopo Marx e Weber, Heidegger Arendt e Anders, questa conclusione è
semplicemente ovvia. Scienza è tecnica: l'oggetto della prima è indistinguibile dalla seconda.
Economia è scienza economica e suo oggetto: l'etica vi è compresa e compressa; le
difficoltà che incontra ogni approccio metaeconomico derivano da ciò. Questo
non impedisce di pensare a un rapporto tra etica e scienze naturali e sociali -
anzi, è proprio questa la ragione per cui quel rapporto è pensato; però,
obbliga ad un esercizio di contenimento delle aspettative e delle disillusioni.
Temo sia teoreticamente autoconsolatorio affermare che la
tecnica moderna ( e quindi anche il pensare economico) è dominata da una
strumentalità incontrollata e incontrollabile, che non pone al suo centro
uomini e donne, di cui una scienza cosciente comunque dovrebbe tener conto. Il
problema vero credo derivi non tanto dall'imporsi dell'obiettivismo di cui
parlava Husserl, ma dai diversi e irriducibili criteri di razionalità tecnica
che esso ha imposto affinché fosse semplicemente possibile
la scienza moderna. La quale è l'ambiente in cui l'umano si esplica (penso a
Gehlen, naturalmente), più che aristotelica sfera del possibile. In altri
termini, è un destino, che non ha necessariamente i connotati del «compimento»
prefigurato da Heidegger.
Nel celebre Il caso e la
necessità, J. Monod, prendendo in considerazione il rapporto tra etica e
conoscenza, distinse una prospettiva autentica e una inautentica. La prima è
quella in cui la conoscenza tiene conto dell'etica senza confondersi con essa;
la seconda quella entro cui accade l'esatto contrario. L'affermazione è
perfettamente ragionevole. Ma se ciò è ammissibile, si può comprendere come
l'etica possa finire col supplire le innumerevoli falle di responsabilità che
si aprono nel destino dell'homo technologicus.
In altri termini, di un'etica come ancilla
technologiae ne abbiamo veramente bisogno? Voglio dire: un'etica la cui
sanzione è flessibile, che aiuta a decidere ma non conduce a decisioni (il che
è diverso dall'imporsi come decisione); per la
quale, insomma, vi è sempre una salvazione, perché le responsabilità, in una
società complessa, sono infinite, e vi è sempre un «Altro» da salvare; in
un'etica siffatta, che resta di veramente responsabile? Chi risponde a chi e di
che cosa? Il mio sospetto è che se la téchne
politiké ricoprisse i ruoli che le spettano, anche l'etica sarebbe salva.
Perché ciò non accada è il vero problema.
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