![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 25 LUGLIO 2003 |
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Tornano a Berlino le ceneri
di Marcuse
FILOSOFO DI UNA CONTESTAZIONE SENZA SPERANZE
Il cimitero di Dorotheenstaadt a Berlino non è un luogo segnalato nei programmi dei tour turistici nella capitale tedesca. Eppure al piccolo cimitero, situato nel quartiere di Mitte, nel cuore della città a pochi passi dalla vivace Orienburgerstrasse e dalla ricostruita Sinagoga dalla cupola d’oro, fanno visita ogni giorno diversi curiosi, tutti concentrati in atteggiamento di devoto pellegrinaggio. È un cimitero ombreggiato da piante secolari, un’oasi di frescura. Ma il motivo delle visite è un altro: lì sono sepolti alcuni tra i più grandi maestri del pensiero e dell’arte tedeschi: i filosofi Hegel e Fichte, il drammaturgo Bertolt Brecht, l’architetto Karl Friedrich Schinkel, che disegnò l’edilizia e l’urbanistica berlinese del primo Ottocento, gli scrittori Heinrich Mann e Arnold Zweig. Quando si passeggia tra le tombe di quei grandi e ci si sofferma a leggerne le lapidi si ha la sensazione di percorrere le tappe di una grandiosa costruzione intellettuale dipanatasi nel corso dei secoli e si cade in preda ad una sensazione di ammirazione, sbigottimento e senso di impotenza. Dal 18 luglio un altro grande maestro si è aggiunto alla lista e troverà riposo, a 24 anni di distanza dalla morte, in quello stesso pantheon di celebrità germaniche. Si tratta del filosofo Herbert Marcuse, uno degli esponenti più celebri della cosiddetta «Scuola di Francoforte», considerato tra gli ideologi del Sessantotto tedesco ed europeo: un pensatore che molto ha fatto discutere e che ha segnato, nel bene e nel male, più di una generazione. Il figlio Peter ne ha riportate le ceneri dagli Stati Uniti a Berlino, sua città natale. Quando nel luglio del 1979 Marcuse, che risiedeva in America fin dagli anni Trenta, morì improvvisamente per un infarto a Starnberg, un paesino della ex Germania Est dove si trovava per caso in viaggio, la famiglia, cremato il corpo, volle portarne i resti con sé nel Connecticut. Ma chi era veramente Marcuse e perché è stato così importante nella storia del pensiero occidentale del XX secolo? Per capirlo occorre esaminarne innanzitutto le vicissitudini biografiche, che ricalcano quelle di tanti altri intellettuali della sua generazione, costretti a fuggire dalla Germania hitleriana per trovare riparo negli Stati Uniti. Nato nel 1898, Marcuse era il rampollo di un ricca famiglia ebrea berlinese. Compì gli studi di germanistica e filosofia presso l’università di Friburgo sotto la guida tra gli altri di Edmund Husserl, pubblicando giovanissimo due studi poderosi: uno sul genere letterario del «romanzo d’artista» (Künstlerroman) dal ’700 a Thomas Mann ed uno sull’ontologia hegeliana. La scena filosofica di Friburgo era dominata sempre più dalla figura di Martin Heidegger e a causa dell’avvicinarsi di quest’ultimo al movimento nazionalsocialista, Marcuse decise di trasferirsi a Francoforte sul Meno, dove fu fondatore, insieme con Erich Fromm e Max Horkheimer, dell’Istituto di ricerca sociale della locale università. L’avvento al potere di Hitler nel 1933 segnò una svolta nella sua vita. Già l’anno seguente dovette emigrare negli Stati Uniti, dove riuscì a conciliare una doppia attività: quella di studioso e professore (prima alla Brandeis University e poi a San Diego in California) e quella politica di collaboratore del Dipartimento di Stato americano, impegnato nel settore del controspionaggio. Finita la guerra decise di restare a vivere in America e lì scrisse i due libri che più di tutti gli hanno dato fama mondiale: «Eros e civiltà» (1955) e «L’uomo a una dimensione. L’ideologia della società industriale avanzata» (1964). Abbandonato l’interesse giovanile per Hegel, la riflessione di Marcuse si concentrava ora su Freud, cercando la strada di una mediazione tra la teoria psicanalitica degli istinti e l’ideologia marxista. Il risultato era una critica radicale della società industriale moderna, sia nella versione capitalista-occidentale sia in quella marxista-sovietica, e accanto a ciò la teorizzazione di una «società liberata», cioè affrancata da ogni meccanismo di repressione. Ma questo ideale di società era tratteggiato chiaramente come un’utopia: il sogno di un mondo in cui l’eros e tutte le pulsioni istintuali non fossero più convogliate nel lavoro e nella produttività, ma potessero esplicarsi senza impedimenti nel gioco, nel soddisfacimento del piacere e nell’immaginazione. Il difetto fondamentale che Marcuse imputava alla politica, all’economia e alla cultura contemporanee era quello di ridurre il senso dell’esistenza umana ad un’unica dimensione, quella tecnologico-consumistica. Allo scoppiare della rivolta nelle università prima americane e poi europee quei suoi due libri diventarono rapidamente i testi canonici della contestazione e Marcuse assurse al ruolo, per altro mai rifiutato, di ideologo e guida spirituale del movimento studentesco. In lui si vedeva il teorico della liberazione dalla repressione sociale, il padre del pensiero anti-autoritario, l’esaltatore dell’individualismo libertario. Poco importava che Marcuse, specialmente in «L’uomo a una dimensione», escludesse categoricamente ogni possibilità di cambiamento e ogni prospettiva rivoluzionaria. I contestatori trovarono nelle sue parole un rispecchiamento fedele della propria rabbia e del desiderio di rivolta. Del resto non era stato Marucse a sostenere che i potenziali soggetti rivoluzionari non potevano più essere gli operai, da tempo integrati nel sistema, ma gli studenti e con loro tutti i gruppi marginali del sotto- proletariato? Il ritorno di Marcuse a Berlino è stato celebrato con una serie di manifestazioni solenni e a tratti un po’ retoriche. Un gruppo di docenti universitari ed ex allievi sono accorsi all’aeroporto di Berlin Tegel per accogliere l’urna con le ceneri e scortarla in corteo fino al cimitero. Si è anche organizzato un convegno sul tema dell’integrazione multirazziale, nel corso del quale molti degli intervenuti hanno cercato di riprendere e attualizzare alcuni aspetti del suo pensiero. Tuttavia, l’ipotesi di rilanciare Marcuse in chiave anti-globalizzazione ha destato più freddezza che entusiasmo. Forse è bene consegnare Marcuse alla storia della filosofia e lasciar riposare in pace le sue ceneri nel piccolo cimitero di Dorotheenstaadt, accanto a Hegel, a Fichte e agli altri grandi del pensiero tedesco.
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