![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 22 LUGLIO 2003 |
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C redo che appartenga
senz'altro ai bei titoli questo «Nichilismo ed emancipazione. Etica, politica,
diritto» (Garzanti, pp. 175, Euro 13,50) di Gianni Vattimo, filosofo torinese
ormai accreditato nel panorama della filosofia non solo italiana, ma anche
europea. Si tratta di testi, risalenti all'ultimo decennio, che sono stati
oggetto di conferenze e comunicazioni a convegni, già pubblicati e talora anche
apparsi in traduzioni straniere. Si tratta, altresì, di testi «non troppo
slegati tra di loro», come precisa Vattimo e come credo di poter convenire,
nella misura in cui si muovono nel solco della tradizione filosofica di
Nietzsche e Heidegger e offrono un'interpretazione in chiave costruttiva del
nichilismo, pervenendo a risultati positivi sia sul piano dell'etica, che della
politica e del diritto. Insomma, dopo la morte di Dio, secondo l'affermazione
nietzscheana, e dopo la fine della metafisica dei filosofi, non resta, secondo
Vattimo che la lettura del nichilismo in funzione della ermeneutica, come
scienza della pluralità delle interpretazioni. E tutto ciò non può che portare,
a parer mio, alla emancipazione rispetto a ogni forma di autoritarismo, e
quindi alla democrazia come confronto paritetico tra soggetti posti sullo
stesso piano, e, se si vuole, all'etica del consenso. In definitiva, si deve
riconoscere che Vattimo si muove coerentemente con gli studi da lui stesso
tracciati a partire da «La fine della modernità» (1985) e passando di «Credere
per credere» (1996), per citare solo alcuni di quelli che ho recensito su
questo giornale. Quando la filosofia occidentale diventa nichilista – osserva
Vattimo nella Introduzione – «prende atto che il proprio argomentare è sempre
storico – culturalmente situato, che anche l'ideale dell'universalità è
«compreso» da un punto di vista determinato. Con ciò però il nichilismo diventa
ermeneutica: pensiero che sa di poter mirare all'universale solo passando
attraverso il dialogo, l'accordo, se si vuole la caritas ». Per la filosofia
contemporanea – prosegue Vattimo – «la verità nasce nell'accordo e
dall'accordo, e non, viceversa, che ci si mette d'accordo quando tutti abbiamo
scoperto la stessa oggettiva verità». C'è un confronto tra ragionamenti –
aggiungerei io – nel quale vince il più forte o il migliore. Come rileva – e
condivido – Federico Vercellone – in sede di recensione di questo saggio –
Nichilismo nell'interpretazione di Vattimo, che si ispira, come si è detto a
Nietzsche e Heidegger, «significa anzitutto l'acquisita consapevolezza che la
storia della metafisica è giunta alla fine: laddove questo comporta, tuttavia,
che l'apparente scacco che ne deriva, ossia il perdersi del fondamento ultimo
della realtà, apre il cammino a una dimensione politica. Rinunciare al
fondamento ultimo, dando dunque credito al nichilismo come esito storico di un
lungo cammino, significa disporsi a scoprire la pluralità dell'essere e dunque
delle opinioni». Insomma, a parer mio, se la costruzione di Vattimo non fa una
grinza in un'ottica di assoluta coerenza interna, resta tutto da dimostrare che
tanto la metafisica dei filosofi quanto la verità rivelata dei religiosi siano
definitivamente superate. Personalmente – da non filosofo – penso, invece, che esista
nell'uomo una ineluttabile spinta propulsiva verso la Metafisica o verso la
Verità. Quanto alla importanza dell'ermeneutica in sé, come scienza del
pluralismo delle interpretazioni e come strumento di smascheramento di quelli
che Vattimo chiama «autoritarismi metafisici», non posso che condividere, e non
credo di cadere in contraddizione, nella misura in cui, in questo caso, si
tratta di sconfiggere, appunto, l' autoritarismo che si ispira alla metafisica
laica o alla verità rivelata. In questo senso è giunto il momento
dell'emancipazione e, quindi, della libertà che ognuno ha di dire no alle
imposizioni autoritarie da qualunque parte esse provengano. Condivido,
pertanto, con Vattimo che «lo smascheramento della sacralità di ogni assoluto»
è lungi dall'essere attuato: «Un'affermazione di cui la politica, il diritto,
la vita sociale offrono continue testimonianze, non solo in Italia dove la
chiesa cattolica continua a (pretendere di) imporre irragionevoli limiti alle
leggi dello Stato (si pensi alle unioni civili, alla ricerca sugli embrioni,
all'eutanasia); ma anche ormai nella politica internazionanle, dove il dominio
americano mascherato da umanitarismo democratico minaccia di imporre una sorta
di universale stato di polizia «legittimato» dal (preteso) rispetto dei diritti
umani, o di quelli che l'impero ritiene tali. Con il necessario distinguo tra
l'autoritarismo pseudodemocratico di Bush e quello della Chiesa, non mi resta
che concordare con la tesi di Vattimo, e sperare che la libertà dell'uomo non venga
sopraffatta.