RASSEGNA STAMPA

14 LUGLIO 2003
SALVO VITRANO
[Geometria del futuro


Remo Bodei è uno più autorevoli filosofi italiani. Insegna storia della filosofia all'Università di Pisa e spesso viene invitato a tenere corsi e lezioni all'estero, in Europa e negli Stati Uniti. Ascoltarlo è sempre un'esperienza affascinante, per il modo in cui il suo discorso si muove tra idee complesse e aspetti tangibili della quotidianità, mostrandone le connessioni. Nei suoi libri i temi della vita interiore si intrecciano con analisi delle dinamiche sociali e con riflessioni sulle teorie politiche. Come in Geometria delle passioni, del 1991, o in Destini personali, apparso nell'autunno scorso per Feltrinelli, che reca come significativo sottotitolo «L'età della colonizzazione delle coscienze». Da poco Bodei - che è nato nel 1938 a Cagliari - ha tenuto a Napoli, all'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, una serie di lezioni sul tempo intitolate «Pensare il futuro». Sul tema gli abbiamo posto alcune domande.
Oggi pensare il futuro sembra a tutti sempre più difficile. Professor Bodei, come può aiutarci la filosofia?
«Intanto provando a chiarire quello che è successo nelle nostre idee, nelle nostre coscienze. È finita una cultura, alla quale eravamo abituati, basata sull'idea di necessità. In campo marxista si credeva che il mondo andasse verso una società senza classi; in campo liberale, per esempio con Croce, si pensava di andare verso la vittoria della libertà. Ci si è accorti che invece non basta agire per accelerare il parto, che la politica non è l'arte di sintonizzarsi su un presunto corso oggettivo della storia. Questo ha creato una serie di contraccolpi. Dalla caduta del muro di Berlino alla dissoluzione dell'impero sovietico e all'attacco alle Torri Gemelle, il futuro è diventato sempre più opaco, si è rivelato imprevedibile, pieno di sorprese. Il tempo non è più pensabile come il procedere lungo una retta».
Prima lo era?
«Lo è stato. Anche in relazione ad alcuni aspetti della fisica newtoniana che stanno alla base della nostra percezione del tempo. Noi ci immaginiamo il tempo normalmente come una retta sulla quale scorre un punto indivisibile, che sarebbe il presente e che avanzando si lascia il passato alle spalle e lo separa irreversibilmente dal futuro che viene, per così dire, rosicchiato. Questa immagine, comoda e per molti versi plausibile, oggi è inadeguata per pensare il futuro storico».
Non possiamo più andare avanti?
«Non possiamo più immaginarci di seguire una retta in cui s'era inserita, nella moderna civiltà occidentale, l'idea della necessità di un progresso. Sono possibili altri modi per concepire il tempo. Antiche società agricole avevano una concezione ciclica. Sant'Agostino argomentava che non ci spostiamo mai dal presente perchè il passato è solo ricordo e il futuro è solo attesa. In un sogno il tempo subisce le più impensate contrazioni e trasformazioni».
Come si era formata l'immagine della linea verso il meglio?
«Aspettarsi il futuro come un futuro migliore non è ovvio come a un certo punto era sembrato. Gli uomini hanno cominciato a porre regolarmente in relazione tempo e progresso nel vivere dalla fine del ’600. Da quando cominciarono a sparire in Europa le grandi malattie epidemiche e a diffondersi nuove tecniche agricole. Via via, con la vaccinazione antivaiolosa, con i fratelli Montgolfier che nel 1783 conquistarono simbolicamente il cielo, si è sempre più diffusa l'idea che l'uomo potesse progredire illimitatamente, senza neanche l'aiuto di una provvidenza. Anche se non sono mancati i critici di quest'idea, per esempio Leopardi. A ciò si sono aggiunte, a partire dal 1770, da quando il francese Louis-Sébastien Mercier pubblicò il romanzo L'anno 2440, le visioni di una società perfetta realizzabile nel futuro. Mentre Rousseau teorizzava che il male nell'uomo deriva dalla società, dalla storia, e che perciò mutando la società nel tempo è possibile eliminare il male. Queste visioni hanno influenzato i giacobini, il marxismo, ma non solo».
Ora il progresso è finito?
«Ora secondo me il futuro è pensabile come progetto al condizionale. Riprendendo un'indicazione di Condorcet, filosofo illuminista francese, autore nel 1794 di un Abbozzo sui progressi dello spirito umano. Condorcet elaborò un modello secondo il quale poste certe premesse derivavano certe conseguenze. Voglio dire, per esempio, che non possiamo farci illusioni sul futuro se non si affronteranno sul serio quattro grandi emergenze: quella demografica, quella di un'economia globalizzata che sfugge a ogni attuale previsione e regolazione, quella dello sviluppo tecnologico, in particolare per le biotecnologie, e quella dell'ambiente. L'accelerazione del tempo quotidiano, altra trasformazione che ha subito il tempo nella nostra epoca, spinge spesso invece i politici ad operare giorno per giorno, senza visioni di lungo periodo. A parte gli americani, le cui nuove strategie diciamo così imperiali, pur criticabili, rappresentano un tentativo di pensare il futuro, di ridurre l'incertezza. Ma ottenere vittorie militari non significa dominare il futuro e oggi neanche gli americani sono in grado di prevedere e regolare quello che avverrà nella loro economia tra un anno».