![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 8 LUGLIO 2003 |
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«Abbiamo la possibilità di esportare il meglio di noi,
rendendo più forti i popoli che oggi sono deboli»
«Le crisi della scuola sono crisi di civiltà» - questo scriveva
nell'ottobre del 1904 Charles Péguy. E, commentando siffatto pensiero, Jean
Macé-Scaron su Le Figaro Magazine ha fatto presente che «al giorno
d'oggi non pochi insegnanti sono assolutamente persuasi di costituire
l'avanguardia del Lumpenproletariat» e parla di una fase premarxista.
Marx pensava ad una rivoluzione che avrebbe dovuto estendere a tutti quelli che
erano i benefici raggiunti dalla borghesia; ma oggi, scrive Macé-Scaron,
diversamente dai tempi di Marx, quello che si aggira per l'Europa non è più lo
spettro del comunismo, bensì quello di un nichilismo che affonda le sue radici
nella "disperazione sociale". La nostra, insomma, sarebbe un'epoca
che "si autodetesta".
In realtà, è ben difficile negare l'esistenza di sintomi di un'Europa che
"non si riconosce più" e che "non si ama più". Così, si è
avuto paura di inserire nella bozza della Costituzione europea l'esplicito
richiamo alle radici cristiane della nostra civiltà; qua e là esplode il
bubbone della xenofobia; serpeggia in larghi strati dell'intellighenzia un
atteggiamento ostile non tanto nei confronti di questa o quella soluzione
tecnica quanto piuttosto della tecnica in se stessa; ci si ostina da più parti
a rimanere ciechi dinanzi ai benefici effetti per i Paesi più poveri del
processo - certo, non privo di rischi - di globalizzazione; e ogni occasione pare
essere buona per innalzare la bandiera dell'anti-amaricanismo e
dell'anti-occidentalismo, sempre pronti a rendere omaggio e a chinare la
schiena davanti a personaggi come Fidel Castro o a Tarek Aziz.
Tutto questo è vero. Ma è altrettanto vero che questo è tutt'altro che tutta
l'Europa e l'Occidente. Si tratta di febbri individuabili e sostanzialmente
controllabili che agitano qua e là un corpo sostanzialmente sano. L'Occidente
ha saputo estirpare dal suo seno il cancro del totalitarismo; ha costruito Stati
di libertà e di tolleranza; ha generato il più diffuso benessere; ha le
migliori istituzioni a difesa della persona umana; al suo interno agiscono
centinaia di migliaia di volontari, le cui associazioni si sono rese e sono
disponibili a lenire sofferenze nelle parti più sventurate del mondo; e oggi
fronteggia la grande opportunità, davvero epocale, di "esportare" il
meglio di sé: democrazia e conoscenza. Il problema, infatti, non è quello di
rendere più debole il forte, ma di rendere più forti i popoli che oggi sono
deboli - deboli perché, appunto, privi di libertà e di conoscenza.
Assistiamo ad un ritorno di fiamma del comunismo, sia pure in forme
"primitive"? Ogni grande crisi storica stimola nelle larghe masse,
prima ancora che nei grandi intellettuali, un bilancio storico. Il bilancio
storico che s'impone negli anni della seconda guerra mondiale può essere così
sintetizzato: giunto al potere in nome della lotta contro l'anarchia, il
fascismo aveva comportato non solo la cancellazione delle libertà democratiche,
ma anche una catastrofe e un disordine senza precedenti. A partire da questa
esperienza concreta volgono le spalle a Mussolini e Hitler anche quegli strati
popolari che, sino a quel momento, avevano avuto fiducia in loro. Una
dialettica simile spiega il crollo del "socialismo reale" in Europa
orientale: alla fine degli anni '80 era sotto gli occhi di tutti il carattere
fallace della vanteria di Kruscev di due decenni prima, secondo la quale
l'Unione Sovietica si apprestava a superare gli Stati Uniti sul piano economico
e persino a realizzare il comunismo, con la conseguente estinzione dello Stato
e di ogni forma di costrizione!
Oggi si delinea un terzo bilancio storico. È evidente che non si sono
realizzate le speranze di un «nuovo ordine internazionale» all'insegna della
pace e della legalità internazionale: non solo le guerre si succedono alle
guerre, ma la superpotenza ormai unica si arroga il diritto di colpire ogni
Paese che, per decisione sovrana di Washington, venga bollato come fuorilegge.
D'altro canto, invece che innalzarsi al livello del primo mondo, come una
propaganda martellante era riuscita a far credere, parti consistenti dell'ex
Urss sono cadute nel Terzo Mondo; anche in Occidente si assiste allo
smantellamento Stato sociale.
È in questo contesto che va collocata la ripresa del "comunismo".
Appare ora sotto una luce nuova la tesi formulata negli anni '70 da Hayek, il
quale mette sul conto della "rivoluzione marxista russa" la
teorizzazione dei "diritti sociali ed economici". In effetti, al
crollo verificatosi a Est corrisponde lo smantellamento di quegli elementi di
Stato sociale, di quei diritti sociali ed economici che ad Ovest si erano
imposti o si erano affacciati anche come risposta alla sfida rappresentata
dalla rivoluzione d'Ottobre. E il processo di mercificazione investe oggi i
ceti intellettuali. Si spiega così l'ondata di proteste in Francia. È
un'esplosione di "comunismo primitivo"? Può darsi; non c'è dubbio che
oggi l'alternativa al capitalismo deve essere radicalmente ripensata.