RASSEGNA STAMPA

25 GIUGNO 2003
EMANUELE LUCIANI
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Dario Antiseri continua a proporre con tenacia la filosofia del problematico pensatore. Lo ha fatto anche alla nostra facoltà di Economia Le discusse tesi di Popper Non poteva piacere alla cultura dominante degli anni '70

 

 

 

 

 

 

Per chi apprezza la filosofia in genere e quella di Popper in particolare, l'occasione era, come si usa dire, da non perdere. Ci riferiamo alla conferenza su "Epistemologia e società aperta in Karl Popper", organizzata dalla "Associazione Antonio Rosmini" e tenuta da Dario Antiseri  alla Facoltà di Economia. Il nome del relatore si collega per i più giovani ad un fortunato manuale di filosofia e quindi ai ricordi liceali. Ma nei meno giovani richiama la vicenda, a dir poco squallida, dell'ostracismo nei confronti di questo filosofo: ci vollero 27 anni, la tenacia di Antiseri ed il coraggio di un piccolo editore, Armando, per leggere in Italia "La società aperta e suoi nemici". Popper non poteva piacere a chi dominava la politica culturale negli "anni di piombo". Era troppo critico nei confronti di tutti i totalitarismi, compresi quelli di ispirazione marxista, troppo severo nel demolire la presunta scientificità della psicoanalisi, troppo propenso a denunciare i pericoli delle utopie e delle ideologie che ritenevano di sapere quale fosse la direzione della storia. In un periodo di certezze, stonava il suo problematicismo, il suo rifarsi al "sapere di non sapere" socratico. Per di più, egli mostrava di apprezzare la società in cui viveva, oggetto allora di aspre contestazioni, ed aveva un altro gravissimo "difetto": scriveva in modo chiaro. Su questa vicenda Antiseri ha preferito sorvolare, anche perché, per fortuna, i tempi sono cambiati. Ma ha trattato indirettamente dell'argomento, quando ha parlato del concetto popperiano di società aperta. Una società in cui il dissenso non è un crimine ed in cui il problema fondamentale non è quello, proposto da Platone, di chi debba comandare, ma piuttosto quello del come controllare chi comanda. Si parla infatti di società aperta, quando si può cambiare governo senza violenza e ciò presuppone che il potere sia sottoposto a vincoli e controlli.

Il pensiero politico di Popper si inserisce dunque nella tradizione liberale. Non a caso, egli considera lo Stato "un male necessario", i cui poteri vanno ridotti all'indispensabile. Il punto di riferimento resta l'individuo, che non va considerato in funzione di entità (lo Stato, la Classe, lo Spirito del popolo ecc.) concepite come realtà a sé stanti. Farlo, non è solo un errore, ma anche e soprattutto un pericolo: è in nome di queste "entità" che si chiude l'uomo nell'ordine rigido di una società chiusa.

Questo orientamento è la conseguenza logica di una ben precisa visione della scienza. La scienza, per Popper, nasce quando l'uomo "inciampa" nei problemi: per risolverli, formula alcune teorie, ritenute valide fino al momento in cui altre si dimostrano più convincenti. Essa è perciò perennemente in cammino e priva di certezze assolute. Deve accontentarsi di congetture, destinate a successive confutazioni. Non poggia sulla roccia, anzi "l'ardita struttura delle sue tesi si eleva, per così dire, sopra una palude".

Se questo vale per la scienza in genere, nelle cosiddette "scienze umane" le certezze appaiono ancora più fragili. Anche perché qui risulta facile elaborare teorie "elastiche", capaci di adattarsi ad ogni genere di fatti ed a divenire perciò non "falsificabili", non soggette a smentita. Come succede, per esempio, nella psicoanalisi o nelle varie filosofie della storia. E come accadeva, in modo naturalmente più grossolano, in una pseudo scienza come l'astrologia, con affermazioni formulate in modo tale da essere sempre "vere": nella vaghezza delle profezie degli astrologi, si poteva trovare conferma di qualsiasi cosa fosse accaduta.

Se navighiamo in questo mare di incertezze, non possiamo accettare una società chiusa, guidata da chi sa sempre quello che deve fare perché ritiene di avere attinto alla fonte della verità. Bisogna perciò diffidare dei rivoluzionari e delle proposte di un mondo perfetto che esiste solo nella loro immaginazione. È preferibile una società tesa a migliorare attraverso le riforme, procedendo per tentativi ed errori. Una società autenticamente democratica, in cui il potere dei governanti sia sottoposto al controllo di chi glielo ha affidato. Fra il Popper "politico" ed il Popper studioso della scienza, non ci sono dissonanze: la consapevolezza dei nostri limiti genera diffidenza verso chi intende comandare in nome di principi indubitabili.

Nella sua esposizione, il relatore non ha dimenticato di riferirsi all'economia. In apertura Francesco Rossi, preside della Facoltà di economia, ha sottolineato l'importanza delle tesi popperiane proprio nell'ambito del dibattito sulla scientificità di questa disciplina. Inoltre, e su questo punto ha insistito Sergio Noto, docente di Storia dell'Industria, l'Università di Verona ha una sua tradizione in merito alle problematiche economiche considerate in una prospettiva cattolica, e Antiseri è appunto un cattolico ed un liberale.

Per concludere, un cenno sul particolare "clima" in cui la conferenza si è svolta. Difficile, in occasioni del genere, una combinazione così felice: l'incontro fra un pubblico numeroso e partecipe con un relatore capace di accompagnare alla dottrina una vivacità dialettica coinvolgente ed una rara chiarezza. "Quelli che non sanno parlare e scrivere chiaramente, dovrebbero stare zitti", amava dire Popper. Antiseri, evidentemente, è anche in questo il fedele interprete di un grande maestro.

 

 

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