![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 6 GIUGNO 2003 |
|
Tra i tanti
problemi che l'accelerato sviluppo delle scienze mediche ha comportato, non
soltanto nel campo della biologia molecolare, della genetica, in quegli aspetti
di esso, cioè, che accanto a grandi entusiasmi suscitano altrettanto grandi
apprensioni, e dall'attenzione verso i quali è nata quella nuova disciplina che
è la bioetica; tra questi problemi, dicevo, forse il meno controverso è quello
dei trapianti di organi. Gli stessi capitoli VI e VII della Convention sur le
droits de l'homme et la biomedicine , approvata dal Consiglio d'Europa nel
novembre del 1996, riguardano soltanto la donazione tra viventi, e nulla dicono
- ritenendo di non dover nulla aggiungere a precedenti conclusioni - riguardo
la questione che intendo qui trattare, la donazione, cioè, da cadavere a
vivente. Un problema del quale ormai si parla soprattutto in vista della
ricerca dei mezzi, o delle tecniche di persuasione per indurre alla donazione,
per accrescere la disponibilità degli organi da trapiantare; una disponibilità
tuttora assai scarsa, non soltanto a causa di quelle «paure» di carattere
culturale delle squali avrò modo di parlare, ma anche per motivi di carattere
naturale. Tra le difficoltà che si incontrano nel reperimento di organi per i
trapianti vi è soprattutto quella che possono venire utilizzati a questo scopo
soltanto organi prelevati da soggetti deceduti in una fascia di età nella quale
il numero dei decessi - in forza sia delle leggi naturali che del miglioramento
delle condizioni generali di vita e dello sviluppo della medicina, che ha di
molto prolungato la durata della vita stessa - è relativamente più basso; di
soggetti giovani, la cui morte provoca nei familiari uno stato di angoscia, se
non addirittura di disperazione, tali da rendere difficile da parte dei medici
chiedere ai parenti - se il soggetto non aveva già, nei modi e nei termini
previsti, dato il proprio assenso all'espianto - l'autorizzazione a procedere,
appunto, all'espianto degli organi tuttora «vivi» - argomento, quest'ultimo che
sarà in seguito oggetto di ampia discussione. Ma di là di questo fattore, per
così dire, oggettivo, rimangono le «paure» di cui al titolo di questo capitolo;
a proposito del quale devo avvertire che si tratta di una riflessione
filosofica, lontana, o almeno differente, da quelle degli specialisti, siano
essi medici o giuristi, i quali hanno su questi argomenti altra voce e altre
autorità, e devo anche avvertire che il mio intento è di descrivere quelle
paure più che di tentare di interpretarle, o di indicare le vie per superarle.
Dovrò quindi seguire un percorso lungo e tortuoso, affrontando problemi che
talora potranno persino dare l'impressione di essere estranei al tema trattato,
o almeno lontani da esso, ma che mi è sembrato indispensabile introdurre per
cercare di indicare, almeno, da dove vengano le esitazioni, le incertezze,
quando non le paure, che ostacolo la diffusione della «cultura della
donazione», la quale dovrebbe ormai essere definitivamente acquisita dalla
nostra coscienza civile e morale. Esso partirà quindi da molto lontano, perché
è da lontano che vengono quelle paure, anche se ne incontreremo di nuove, dal
momento che la sempre maggiore sofisticazione delle tecnologie medico-chirurgiche
evoca scenari che costringono a guardare al futuro con crescente
preoccupazione. Uno dei più famosi antropologi contemporanei, Claude
Lévi-Strauss, ha detto che a segnare il passaggio dalla «natura» alla «cultura»
è stata la proibizione dell'incesto. Prima di lui, però, e forse con maggiore
efficacia, Giambattista Vico aveva detto che il passaggio dallo stato «ferino»
a quello «civile» poteva essere indicato nel fatto che tutti i popoli della
terra, o, come le chiamava, le nazioni, custodiscono «questi tre umani costumi:
che tutte hanno qualche religione, tutte contraggono matrimoni solenni, tutte
seppelliscono i loro morti»; e che presso ciascuna di esse non «si celebrano
azioni umane con più ricercate cerimonie e più consagrate solennità che religioni
matrimoni e sepolture». Va da sé che è soltanto la terza di queste «cerimonie»
a richiamare la nostra attenzione: essa infatti ci conduce al tema della
«sacralità» della morte, e quindi del «rispetto», per così chiamarlo, dovuto al
cadavere. Non è certo per semplice stravaganza - pur trattandosi di una tesi
più che infondata, non fondata - che i filosofi del positivismo, i quali
pretendevano di radicare tutti gli atti dello spirito in una circostanza
naturale o materiale, collegavano la nascita della religione alla morte e al
suo mistero. Tutto ciò non è senza importanza ai fini del tema che intendo
sviluppare, perché l'antica idea del rispetto del cadavere, per certi aspetti
addirittura più sacro del corpo vivente, è collegata a quella dell'esistenza di
un regno dei morti (nata ovviamente, o probabilmente, dalla «speranza» che la
morte non significasse la fine assoluta, totale: l'idea dell'immortalità
dell'anima è antica, più antica, certo, dello stesso Fedone platonico, dove
essa è sostenuta con rigorosi argomenti logico-dialettici). Un regno nel quale
il defunto, o, meglio, l'anima del defunto poteva entrare soltanto se il suo
corpo aveva ricevuto una sepoltura. A questo proposito vorrei ricordare due
soli, celebri, episodi. Il primo lo si incontra negli ultimi canti dell' Iliade
, e riguarda il duello tra Ettore e Achille. Prima dello scontro finale,
Ettore, come è noto, propone la suo nemico un patto: il vincitore restituirà ai
suoi il corpo intatto del vinto, tattenendo soltanto la sua armatura. Achille,
deciso a fare scempio anche del cadavere di Ettore, rifiuta il patto; e ancora
quando Ettore morente lo supplica di non abbandonare il suo corpo in pasto alle
belve, ma di restituirlo alla sua famiglia per le dovute onoranze funebri,
risponde con inaudita ferocia che il suo desiderio, è appunto, quello di farne
sbranare il corpo dalle belve. Il secondo episodio è quello di Antigone. Quando
Creonte, re di Tebe, dopo avere domato la rivolta del nipote Polinice, ordina
«che nessuno renda onori funebri alla sua tomba e che nessuno lo pianga, ma sia
lasciato insepolto perché cani e uccelli lo divorino, irriconoscibile mucchio
di membra»., Antigone, che di Polinice è sorella, sfidando l'editto del re, lo
seppellisce in nome delle leggi «non scritte ma infallibili degli dei»,
superiori in ogni caso a quelle degli uomini; leggi che esigono la sepoltura -
quali che siano stati i loro comportamenti da vivi - dei morti, le cui spoglie
non possono diventare «di cani e d'augelli orrido pasto», come recita, nella
vecchia traduzione di Vincenzo Monti, uno dei primi versi dell' Iliade . Tutta
la cultura occidentale - antica e moderna - è sempre stata dalla parte di
Antigone, dalla parte di quella legge non scritta che impone non soltanto la
degna sepoltura del cadavere, ma anche e soprattutto il rispetto della sua
integrità fisica.