RASSEGNA STAMPA

6 GIUGNO 2003
GIROLAMO COTRONEO
[ETICA E BIOETICA, I DIRITTI E LA PACE

Anticipiamo un capitolo del saggio di Girolamo Cotroneo «Le idee del tempo»
Donazione: paure antiche e recenti

Per gentile concessione della Rubbettino Editore, anticipiamo una parte del capitolo «La donazione degli organi: paure antiche e recenti», tratto dal nuovo saggio di Girolamo Cotroneo «Le idee del tempo» (pp. 125, Euro 8,00).

Tra i tanti problemi che l'accelerato sviluppo delle scienze mediche ha comportato, non soltanto nel campo della biologia molecolare, della genetica, in quegli aspetti di esso, cioè, che accanto a grandi entusiasmi suscitano altrettanto grandi apprensioni, e dall'attenzione verso i quali è nata quella nuova disciplina che è la bioetica; tra questi problemi, dicevo, forse il meno controverso è quello dei trapianti di organi. Gli stessi capitoli VI e VII della Convention sur le droits de l'homme et la biomedicine , approvata dal Consiglio d'Europa nel novembre del 1996, riguardano soltanto la donazione tra viventi, e nulla dicono - ritenendo di non dover nulla aggiungere a precedenti conclusioni - riguardo la questione che intendo qui trattare, la donazione, cioè, da cadavere a vivente. Un problema del quale ormai si parla soprattutto in vista della ricerca dei mezzi, o delle tecniche di persuasione per indurre alla donazione, per accrescere la disponibilità degli organi da trapiantare; una disponibilità tuttora assai scarsa, non soltanto a causa di quelle «paure» di carattere culturale delle squali avrò modo di parlare, ma anche per motivi di carattere naturale. Tra le difficoltà che si incontrano nel reperimento di organi per i trapianti vi è soprattutto quella che possono venire utilizzati a questo scopo soltanto organi prelevati da soggetti deceduti in una fascia di età nella quale il numero dei decessi - in forza sia delle leggi naturali che del miglioramento delle condizioni generali di vita e dello sviluppo della medicina, che ha di molto prolungato la durata della vita stessa - è relativamente più basso; di soggetti giovani, la cui morte provoca nei familiari uno stato di angoscia, se non addirittura di disperazione, tali da rendere difficile da parte dei medici chiedere ai parenti - se il soggetto non aveva già, nei modi e nei termini previsti, dato il proprio assenso all'espianto - l'autorizzazione a procedere, appunto, all'espianto degli organi tuttora «vivi» - argomento, quest'ultimo che sarà in seguito oggetto di ampia discussione. Ma di là di questo fattore, per così dire, oggettivo, rimangono le «paure» di cui al titolo di questo capitolo; a proposito del quale devo avvertire che si tratta di una riflessione filosofica, lontana, o almeno differente, da quelle degli specialisti, siano essi medici o giuristi, i quali hanno su questi argomenti altra voce e altre autorità, e devo anche avvertire che il mio intento è di descrivere quelle paure più che di tentare di interpretarle, o di indicare le vie per superarle. Dovrò quindi seguire un percorso lungo e tortuoso, affrontando problemi che talora potranno persino dare l'impressione di essere estranei al tema trattato, o almeno lontani da esso, ma che mi è sembrato indispensabile introdurre per cercare di indicare, almeno, da dove vengano le esitazioni, le incertezze, quando non le paure, che ostacolo la diffusione della «cultura della donazione», la quale dovrebbe ormai essere definitivamente acquisita dalla nostra coscienza civile e morale. Esso partirà quindi da molto lontano, perché è da lontano che vengono quelle paure, anche se ne incontreremo di nuove, dal momento che la sempre maggiore sofisticazione delle tecnologie medico-chirurgiche evoca scenari che costringono a guardare al futuro con crescente preoccupazione. Uno dei più famosi antropologi contemporanei, Claude Lévi-Strauss, ha detto che a segnare il passaggio dalla «natura» alla «cultura» è stata la proibizione dell'incesto. Prima di lui, però, e forse con maggiore efficacia, Giambattista Vico aveva detto che il passaggio dallo stato «ferino» a quello «civile» poteva essere indicato nel fatto che tutti i popoli della terra, o, come le chiamava, le nazioni, custodiscono «questi tre umani costumi: che tutte hanno qualche religione, tutte contraggono matrimoni solenni, tutte seppelliscono i loro morti»; e che presso ciascuna di esse non «si celebrano azioni umane con più ricercate cerimonie e più consagrate solennità che religioni matrimoni e sepolture». Va da sé che è soltanto la terza di queste «cerimonie» a richiamare la nostra attenzione: essa infatti ci conduce al tema della «sacralità» della morte, e quindi del «rispetto», per così chiamarlo, dovuto al cadavere. Non è certo per semplice stravaganza - pur trattandosi di una tesi più che infondata, non fondata - che i filosofi del positivismo, i quali pretendevano di radicare tutti gli atti dello spirito in una circostanza naturale o materiale, collegavano la nascita della religione alla morte e al suo mistero. Tutto ciò non è senza importanza ai fini del tema che intendo sviluppare, perché l'antica idea del rispetto del cadavere, per certi aspetti addirittura più sacro del corpo vivente, è collegata a quella dell'esistenza di un regno dei morti (nata ovviamente, o probabilmente, dalla «speranza» che la morte non significasse la fine assoluta, totale: l'idea dell'immortalità dell'anima è antica, più antica, certo, dello stesso Fedone platonico, dove essa è sostenuta con rigorosi argomenti logico-dialettici). Un regno nel quale il defunto, o, meglio, l'anima del defunto poteva entrare soltanto se il suo corpo aveva ricevuto una sepoltura. A questo proposito vorrei ricordare due soli, celebri, episodi. Il primo lo si incontra negli ultimi canti dell' Iliade , e riguarda il duello tra Ettore e Achille. Prima dello scontro finale, Ettore, come è noto, propone la suo nemico un patto: il vincitore restituirà ai suoi il corpo intatto del vinto, tattenendo soltanto la sua armatura. Achille, deciso a fare scempio anche del cadavere di Ettore, rifiuta il patto; e ancora quando Ettore morente lo supplica di non abbandonare il suo corpo in pasto alle belve, ma di restituirlo alla sua famiglia per le dovute onoranze funebri, risponde con inaudita ferocia che il suo desiderio, è appunto, quello di farne sbranare il corpo dalle belve. Il secondo episodio è quello di Antigone. Quando Creonte, re di Tebe, dopo avere domato la rivolta del nipote Polinice, ordina «che nessuno renda onori funebri alla sua tomba e che nessuno lo pianga, ma sia lasciato insepolto perché cani e uccelli lo divorino, irriconoscibile mucchio di membra»., Antigone, che di Polinice è sorella, sfidando l'editto del re, lo seppellisce in nome delle leggi «non scritte ma infallibili degli dei», superiori in ogni caso a quelle degli uomini; leggi che esigono la sepoltura - quali che siano stati i loro comportamenti da vivi - dei morti, le cui spoglie non possono diventare «di cani e d'augelli orrido pasto», come recita, nella vecchia traduzione di Vincenzo Monti, uno dei primi versi dell' Iliade . Tutta la cultura occidentale - antica e moderna - è sempre stata dalla parte di Antigone, dalla parte di quella legge non scritta che impone non soltanto la degna sepoltura del cadavere, ma anche e soprattutto il rispetto della sua integrità fisica.

inizio pagina
vedi anche
Bioetica