![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 27 MAGGIO 2003 |
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UMBERTO
VERONESI.- «Sono preoccupato. Perché
vedo una regressione culturale del mondo, che sembra spesso dimenticare la
forza della ragione, a favore di visioni un po' primordiali. Qualche volta mistiche, qualche volta
miracolistiche, qualche volta sciamaniche.
Sono preoccupato perché sull'onda di questa regressione si stanno
sviluppando dei movimenti antiscientifici.
Il rifiuto di accettare le novità della scienza, anche se benefiche, per
esempio in agricoltura. Oppure, se
parliamo delle cellule staminali, penso la difficoltà che abbiamo ad utilizzare
gli embrioni che sono lì, destinati ad essere buttati nel lavandino. Vedo un nuovo oscurantismo. Basta guardare sui giornali le pagine
dedicate ai maghi, alle chiromanti, molto più lo spazio dedicato agli oroscopi
di quello dedicato alla scienza. C'è un
ritorno alle madonne che piangono.
Siamo alla riscoperta di Satana.
Al dualismo tra la potenza del Male e quella del Bene. Per questo ho sentito il bisogno di creare
una Fondazione di pensiero illuminato, razionale, scientifico».
UMBERTO
GALIMBERTI: «Dovremmo cominciare a considerare il fatto che la tecno- scienza
non è più uno strumento al servizio dell'uomo, perché le sue dimensioni sono
diventate tali che i suoi scopi non sono più antropologici. E' tipico della scienza produrre effetti non
previsti. Perché la ricerca è aperta a
tutto campo e tutto quello che si scopre si scopre. Chi avrebbe pensato 50 anni fa alla clonazione? Nessuno.
La scienza sviluppa metodicamente, grandiosamente, le sue procedure, le
quali sortiscono delle conoscenze che non erano state previste. Hanno questo effetto di imprevedibilità che
è quello che mette in scacco l'etica.
Come si comporta un'etica quando si trova davanti ciò che non è stato
previsto? La fecondazione artificiale
era prevedibile cent'anni fa? No. Però
abbiamo ancora un'etica di cent'anni fa.
Cioè un'etica che si è limitata a regolare i rapporti tra gli
uomini. Ma non è mai entrata a
discutere, per esempio, degli enti di natura.
Non abbiamo avuto un'etica che si è presa cura dell'aria, dell'acqua,
del buco dell'ozono. Perché l'etica
regolava solo i rapporti tra gli uomini.
Ora come si fa a fare interagire una scienza che galoppa, producendo
effetti imprevedibili, con un'etica allo stato attuale così arretrata?
Le
etiche che noi abbiamo in mano sono etiche naturali. Guardano alla natura come il bene. E tutto ciò che fuoriesce dall'ordine naturale diventa sospetto.
C'è un enorme problema di ignoranza. E non si può decidere a colpi di
maggioranza o di sensibilità comune. Non si può rifiutare l'eutana sia perché il senso comune non vuole la morte
e l'eutanasia è inclusa nella morte»
VERONESI: «L'eu tanasia non è altro che un'espressione
dell'autodeterminazione. Il pensiero
laico crede nella libertà di decidere di noi stessi. Mentre il pensiero
religioso parla di sacralità della vita.
Nell'etica laica il diritto all'autodeterminazione arriva a comprendere
anche il diritto a suicidarsi. E
l'eutanasia non è altro che un'assistenza al suicidio. Ma tornando alla scienza, è importante
dividerla dalla tecnologia. La scienza
risponde a dei principi, tradizionalmente quelli galileiani della ricerca della
verità, della riproducibilità, della universalità. Penso alla finzione civilizzatrice della scienza, che ha
riscattato l'uomo da credenze primordiali. L'uomo vuole conoscere. E' più forte
di lui, è una sua necessità interiore. Un bisognoso che ha scritto nel Dna. E la scienza deve conoscere.
Questo è il suo
scopo.
Anche se non ci servirà a nulla di concreto abbiamo bisogno di esplorare
l'universo. La tecnologia, invece, risponde solo al mercato. Risponde solo ai consumi. Pensare che le tre grandi aree di sviluppo
in questo periodo storico sono le biotecnologie, l'informatica e le
telecomunicazioni, mi terrorizza.
Rischiamo di mettere il mondo in mano alla tecnologia, che vive una sua
vita amorale. Priva di intenzioni e di
responsabilità».
GALIMBERTI: «Ecco, se
riusciamo a mantenere le differenze tra scienza e tecnica, se riusciamo a
salvaguardare una differenza tra il pensare e il fare, la scienza potrebbe
diventare l'etica della tecnica. La tecnica procede la sua corsa sulla base del
«si fa tutto ciò
che
si può fare». La scienza, che è il luogo pensante, potrebbe diventare, invece,
il luogo etico della tecnica. Non l'etica tradizionale, che è troppo
arretrata. La scienza potrebbe
diventare il luogo eminente del pensiero che pone un limite. Nel senso di dire "tecnica, poniti
degli scopi nella qualità delle tue ricerche". Perché la scienza ha un'attenzione umanistica. Promuove un agire in vista di scopi. Mentre la tecnica è un fare senza scopi, è
solo un fare prodotti».
VERONESI:
«La tecnologia produce splendidi navigators
per le automobili. Ma nessuno si
preoccupa se avere un navigator sull'auto
possa essere il primo passo verso la perdita della libertà. Il giorno in cui, davanti alla paura del
terrorismo o della criminalità, si obbligherà ogni automobile ad avere un
piccolo sensore sul tetto, con un grande occhio che controlla dal satellite le
auto di tutto il mondo, avremo perso la nostra libertà. Saremo tutti rotelline di un immenso
ingranaggio. La mia preoccupazione maggiore
è che la tecnologia si stacchi dalla scienza,
la superi. E la scienza non riesca
più a starle dietro con un disegno strategico. Questo è il punto: dobbiamo
evitare, in ogni modo, che la tecnologia sia indipendente dal mondo
scientifico. Bisogna creare dei limiti
e dei principi. Bisogna che la
tecnologia torni ad essere quello che era: uno strumento della scienza. E non si trasformi, invece, da strumento a
fine, come è successo, purtroppo, al denaro.
La gente spesso lo accumula e non sa perché lo fa. Il mare che separa il dire dal fare va
adesso percorso in senso inverso.
Affinché il fare non arrivi prima del dire».
GALIMBERTI:
«Certo. Proprio così. Ma la scienza deve fare presto questo
lavoro. Imporre la sua etica. Indicare
le prospettive da raggiungere. Deve
fare presto perché la tecnica, nel frattempo, sta modificando l'uomo. Se io parlo con un computer, invece che con
un uomo, già modifico la mia qualità di comunicazione. La tecnica poi, i cui valori sono
"funzionalità" ed "efficacia", comincia a strutturare il
mio pensiero nella modalità per cui tengo conto solo di ciò che è vantaggioso e
svantaggioso, utile, produttivo.
Categorie che Heidegger chiamava "pensiero calcolante",
pensiero che sa far di conto. Fuor di
lì niente. Lo vediamo tra i giovani,
che hanno più facilità a rapportarsi tecnologicamente che antropologicamente
tra loro».
VERONESI: «io definisco la
medicina un insieme di tre componenti: scienza, arte e magia. Il medico sa di assolvere questi tre
compiti. La scienza è il pensiero
ideativo. L'arte è il saper fare, la tecnologia. E poi c'è la magia, che è un'altra forte componente: la capacità
di influenzare psicologicamente il paziente.
Quasi un'ipnosi. Una specie di
plagio. Con il rischio di manipolare la
sua volontà».
GALIMBERTI: «La salute ha delle grosse parentele con la salvezza. Prima di Ippocrate chi erano i medici se non i sacerdoti? Ma se è vero che la scienza si distacca dalla religione, non è vero che questo distacco avviene sempre nella mente dei pazienti. Nel senso che il paziente investe il medico di una dimensione sacrale. Quando è su un letto, morente, gli chiede la salvezza. Che è troppo. A questo punto non si tratta più di scienza, ma di superstizione scientifica».