[Denudarsi
significa mettersi in rapporto con l’altro
24/5/2003
QUALE può essere il motivo dell'interesse
rivolto al tema del nudo, rispettivamente da uno storico dell'arte e da un
filosofo? Questa potrebbe la domanda preliminare nell'accostarsi ad un libro di
così accattivante fattura come quello scritto da Jean-Luc Nancy insieme a
Federico Ferrari: La pelle delle immagini. Lo studioso dei fenomeni
artistici comincerà col prendere le distanze dalla concezione del nudo come
ideale classico di bellezza, si dimostrerà poi sensibile a nuove prospettive
interpretative che pervertono il nudo attraverso l'esperienza della
profanazione e dell'abiezione, come è accaduto con la Venere recentemente
trasfigurata. Poiché il quadro di Botticelli rimane inalterato, per
giustificare tale innovazione critica, egli dovrà ricorrere alla filosofia
contemporanea, che non è più quella di Marsilio Ficino, ma quella (tra gli
altri) di Sartre, di Lacan, Derrida e infine dello stesso Nancy: il libro si
presenta così come una serie di variazioni sul tema portante della filosofia
nancyana, cioè quello dell'esistenza come esposizione corporea. Se la
peculiarità dell'esistenza è il non avere alcuna essenza, allora il corpo è
l'essere dell'esistenza, il luogo del suo accadere, l'apertura, la spaziatura,
l'effrazione, l'iscrizione del senso; se l'esistenza appare come un'esposizione
corporea, allora il pensiero avrà come oggetto il corpo e l'esperienza del
toccare, l'istituzione del senso nell'estensione e vibrazione dei corpi,
l'unica evidenza di un logos sensibile: questo pensiero corporante è dunque il
risvolto della nudità dell'esistenza, della sua invalicabile finitezza, della
sua vulnerabile ostensione, quale scaturisce dall'abbandono dell'essere. Su
queste premesse del tutto condivise, i due autori hanno prodotto ventisei
variazioni sul tema della nudità, più un preambolo in cui si dice (con un po'
di civetteria) che si tratta di una deambulazione oziosa in cui ci si è
spogliati di ogni sapere: in effetti il libro ha sì una scansione suggestiva
del tutto arbitraria, non argomentativa, ma esprime anche una aristocratica
cultura estetica, fin dalla scelta delle immagini, pittoriche o fotografiche, a
partire dalle quali, dalla loro pelle, esercitare una inconsueta esegesi.
Denudarsi significa esporsi come immagine, trasferire ogni arcana profondità
sulla superficie corporea: così come accade con la Betsabea di Rembrandt, la
cui intimità è violata dal nostro sguardo mentre medita sul significato di una
lettera dal contenuto per noi indecifrabile; il suo essere-in-sé consiste nel
suo essere-fuori-di-sé, ex-statico, emblema della nudità che è la pura
esposizione della superficie del senso, nella quale si annida anche
l'esperienza del dolore, il male che sfigura la bellezza. Già Valéry sosteneva
che "la profondità dell'uomo è la sua pelle": l'esperienza della
nudità induce ad un sapere della superficie, ad una cognizione dell'immanenza
singolare, ad un pensiero della carne finalmente dotato di un attributo
relazionale, derivante da una condizione di esistenza condivisa: "Esiste
una nudità isolata? La nudità non è un essere, né una qualità, è sempre un
rapporto, molteplici rapporti simultanei". Se l'interiorità del soggetto
nudo è superficie incarnata, psiche estesa, allora l'esposizione indifesa del
corpo è anche la soglia dell'eros, un invito a guardare e a toccare,
reciprocamente, a fior di pelle. Paradossale offerta di intimità, mediante
un'assoluta esteriorizzazione, attrazione del pudore verso l'oscenità ("la
nudità oltre la nudità" - secondo Bataille): l'esposizione allo sguardo
altrui, al desidero d'altri, equivale ad una attestazione di esistenza - come
aveva già compreso Sartre ne «L'essere e il nulla». Il soggetto: quodlibet ens,
essere qualunque, effimera traccia di singolarità, ma capace di incontro, di
condivisione affettiva, di provare e offrire piacere, di generare amore. Il
libro contiene un implicito elogio della pittura come ambito di pura manifestazione,
attraverso preziose letture di Bellini e Pontormo, Bacon e Freud, e dissemina
tra le sue pieghe raffinati esercizi di ontologia del con-essere, anche se
Heidegger (così insensibile a tematiche inerenti al corpo) sarebbe
indubbiamente turbato nel leggere che "l'arte non è una messa in opera
della verità, ma la sua messa a nudo". Ma - come suggeriva Rorty - forse
Heidegger è l'ultimo esemplare del filosofo come prete ascetico, il cui
antidoto è pur sempre il buon Nietzsche, il quale si faceva beffe dell'uomo
"ridicolmente vestito di morale", incapace di spogliarsi senza
vergogna. Non miglior sorte sembrerebbe toccare ai discepoli di Freud, che
considerano ancora l'esibizionismo e il voyeurismo come mete perverse della
libido: ora sappiamo che in questo piacere di guardare e di essere guardati è
in gioco la possibilità stessa della nostra esistenza. |