![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 19 MAGGIO 2003 |
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A prima analizzato le
metamorfosi della scrittura in ambiente digitale. Poi ha parlato del suo
Canada, del rapporto tra la natura e l’individuo in un territorio così vasto e
così profondamente segnato dalla storia dell’uomo e delle sue trasformazioni,
tra biologia, tecnologia e creatività. Derrick de Kerckhove, uno dei massimi
esperti mondiali di intelligenza connettiva che si occupa di comunicazione, del
suo significato sociale e dei condizionamenti della tecnologia nel linguaggio,
è uno dei protagonisti di questa Fiera del Libro. Salta da un dibattito a una
conversazione con grande carismatica presenza, da vero guru dei mass-media,
l’ex allievo di Marshall McLuhan con il quale ha lavorato per oltre dieci anni
come traduttore, assistente e coautore di numerosi saggi su cultura, tecnologia
e biologia.
Professor de Kerckhove, partiamo dal suo maestro McLuhan quando diceva che
il medium è il messaggio. Le chiedo: qual è il messaggio proposto da Internet?
«Oggi Internet è il medium di convergenza, il medium per eccellenza fra
tutti quelli che sono prodotti dall’elettricità. Siamo nell’epoca
dell’elettricità, con il doppio controllo: individuale e, con l’accesso al
linguaggio di gruppo, consentito dai media, anche collettivo. Grazie a Internet
c’è una forma di libertà nuova. Il suo messaggio specifico è la connettività,
come anche l’interattività, come anche l’ipertestualità, con la sua possibilità
di andare da un punto all’altro. Internet ci fa accedere a un ambiente vivo,
pressoché organico, ci permette di metterci in contatto con intelligenze umane
perpetuamente al lavoro su qualcosa o su tutto, con potenziale rilevanza per
qualcuno o per tutti. Adesso si può accedere alla memoria individuale come alla
propria. La connettività è una delle risorse più potenti del genere umano. E’
una condizione di crescita accelerata».
Siamo alla Fiera del Libro. Quale futuro vede per il libro con l’espansione
del computer?
«Il libro ha un presente, non parliamo del futuro. Ci sono oggi più libri
che mai, è diventato un problema reale l’obbligo di limitare il numero di
cartelle che si scrivono prima di pubblicarle. Ogni medium non è una forma di
rimpiazzo: la televisione non è rimpiazzata dal computer e da Internet, non si
riverserà su Internet, ma Internet andrà ad affiancarsi alla tv con la Web-tv.
Non penso che il libro sarà abbandonato per l’ipertesto. Non solo perché non
tutti avranno immediato accesso a Internet, ma anche perché penso che la gente
si orienterà, prenderà i due media come oggetti differenti. Come accade alla tv
e al cinema».
Insomma l’esperienza della realtà virtuale non si sostituisce all’esperienza
della lettura?
«L’interattività non contribuisce alla costruzione dell’identità dell’uomo.
Dà più potere: ma non più identità. Oggi, nella storia della nostra cultura, il
testo è l’unico mezzo di comunicazione che ci dà identità. Non l’abbandoneremo
mai. Elaborare informazioni significa controllare un linguaggio. Ma per poter
controllare il nostro linguaggio, per essere padroni delle nostre parole, che è
la condizione per conquistare meglio l’identità, allora c’è bisogno di un
testo».
Lei che è stato tra i primi ad analizzare Internet, si aspettava uno
sviluppo così grande, eccezionale della Rete?
«Me lo aspettavo: la Rete è connettiva. Natura, vita, espansione sono
esattamente la stessa cosa per essa. Incrementando la connettività, aumenta in
egual misura la comunità. C’è una continuità misteriosa nel modo di collegarsi
del pianeta, dalle scoperte e dalle prime applicazioni dell’elettricità».
Nell’ambiente dell’era digitale il corpo sembra destinato ad avere minore
importanza. Non crede?
«Non credo al fatto che stiamo per perdere i nostri corpi. Oggi sappiamo
come funzionano i nostri sensi: il tatto, la vista, l’udito. Sappiamo molto più
di essi. La scienza ha studiato tutto ciò anche in virtù delle esigenze
proprie, della realtà virtuale e delle sue applicazioni. Oggi ciascuno può
raggiungere e ricollegarsi con qualsiasi posto che non può vedere, con Internet
non è importante quale immagine si proietti perché tutto è un artificio. Così
ciascuno diventa soltanto il proprio corpo. E’ la prova fisica, materiale,
dell’esistenza. E’ una riconsiderazione del corpo anche sul piano legale,
personale, psicologico. Il corpo pensa. Oggi scopriamo che se noi non abbiamo
un corpo che lavora in collaborazione con noi non abbiamo nulla».
Dentro il circuito di Internet, ogni idea all’apparenza vale quanto una
qualsiasi altra. Dobbiamo concludere, con René Lévy che l’evoluzione tecnica ha
reso impossibile, per sempre alle nostre spalle, la trascendenza?
«L’intelligenza connettiva allarga i confini mettendo un intero pianeta alla
portata della mente tornata universale. Stiamo diventando responsabili di
quella parte di noi che ora si estende fino al fondo della terra, e intorno ad
essa. Con macchine molto simili alla condizione della mente, e con menti umane
che si connettono attraverso il tempo e lo spazio, il futuro può e dovrebbe
essere più una questione di scelta che di destino. Come un integratore di ordine
complesso, la spiritualità è simile all’elaborazione dell’informazione che ha
luogo a una tale velocità da rendere tutto limpido e trasparente».
La Webness omologa sempre più il nostro pensiero e il nostro senso
dell’essere totale. Lei dice: correndo veloce con i bit, o ci si schianta o ci
si integra.
«Le reti e l’intelligenza umana sulle reti sono la cosa più vicina alla
spiritualità che la tecnologia ci abbia consegnato. Io posso intendere la
spiritualità come la più rapida di tutte le corse, di tutti i processi. E’
talmente rapida che nessuno può vederla. La mente più rapida è più lenta della
spiritualità, e così il sistema più rapido è più vicino, un po’, alla
spiritualità anche se non è spiritualità. Non si può dire che la realtà
virtuale ed Internet siano spirituali. Ma una cosa si può dire: che ci aiutano
a capire che cosa sia la spiritualità. Il sacro è qualcosa di molto più rapido.
Un tema teologico assai interessante dice che la luce è spiritualità rallentata
e la luce è di fatto molto più rapida di qualsiasi altra cosa».
Si è realizzato il villaggio globale ipotizzato da McLuhan oppure si sono
aperte altre possibilità?
«McLuhan parlava di villaggi globali in termini di spazio, quando la
televisione era il medium principale. Nel mondo delle reti non esiste spazio,
lo spazio è solo virtuale, non reale. Internet si distribuisce ovunque con il
pensiero. McLuhan non voleva essere un profeta, diceva sempre che non si
possono prevedere le cose che non sono accadute. Non faceva deduzioni, ma solo riflessioni».
In che cosa sente di più la sua lezione, il suo metodo, le sue non
“profezie"...
«La cosa che sento più mia è la sua idea che indossiamo l’elettronica come
una seconda pelle. Ce ne accorgiamo ogni giorno di più».