![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 7 MAGGIO 2003 |
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Tornare a Gilles Deleuze, il «virtuale». Il Deleuze che fa scomparire la
filosofia nella tana di coniglio di Alice nel paese delle meraviglie, il
Deleuze dell’autoironia e della «spersonalizzazione», per troppo tempo
sacrificato alla «figura reale, ingombrante, perfino enigmatica», associata al
maitre-à-penser del Sessantotto, alla macchina concettuale politica e radicale
dell’«Anti-Edipo». Questa la lettura più provocatoria emersa dalle due giornate
di studio La politica del desiderio. La filosofia di Deleuze e Guattari,
organizzate da Maurizio Zanardi, editore di Cronopio, nell’ambito della
manifestazione «Memoria ribelle», chiuse ieri sera alla Mostra d’Oltremare col
concerto «Riz-o-rama Quatuor». A proporre questa versione «indebolita» di
Deleuze, liberata dalle «strumentazioni interpretative» degli anni Settanta è
stato Pier Aldo Rovatti, tra i maggiori studiosi italiani del filosofo
francese, docente di Estetica all’Università di Trieste, col suo intervento
intitolato «Deleuze, il virtuale» (seguito alle relazioni di Camille Dumoulié,
Clemens-Carl Härle, Franco «Bifo» Berardi e Tiziana Villani).
Professor Rovatti, in che senso il concetto di «virtuale» ci può aiutare a
rileggere Deleuze?
«Prima di tutto ci aiuta a definire meglio la parola "virtuale", oggi
fin troppo abusata. Con Deleuze, e passando per Bergson, essa si muove in una
direzione opposta a quella del significato corrente. È reale senza essere
attuale: ci libera dalla gabbia dell’attuale, allargando le sue dimensioni di
realtà, piuttosto che sostituirvi un elemento di artificio, di simulazione,
come avviene comunemente. In secondo luogo il concetto di "virtuale",
se riferito allo stesso Deleuze, ci fa riscoprire la caratterizzazione del
gesto filosofico del pensatore francese, che è un gesto di minorità, non di
adesione o di hybris interpretativa, è il gesto dell’intellettuale che si
deintellettualizza. In questo senso trovo una sorta di aria di famiglia nei
confronti del "pensiero debole". Credo, cioè, che Deleuze abbia
compiuto un gesto d’indebolimento nei confronti della filosofia, che non è più
"la Filosofia", attraverso l’elemento dell’ironia e dell’autoironia.
Ecco, se provassimo a far reagire il discorso della fragilità e della
superficie della "Logica del senso", con il tono affermativo
dell’"Anti-Edipo", faremmo un buon servizio a Deleuze».
Vuol dire che il successo dell’«Anti-Edipo» è stato il risultato di un equivoco
interpretativo?
«L’equivoco è negli effetti politici dell’"Anti-Edipo", che riguarda
un po’ tutti gli anni Settanta. Nel caso di Deleuze si tratta dell’equivoco di
un filosofo che lancia un "messaggio", senza ricordare però che
questo messaggio va raddoppiato, indebolito».