RASSEGNA STAMPA

4 MAGGIO 2003
MARIO PORRO
[Popper, il filosofo involontario
In una raccolta di saggi, i tratti e gli interessi meno noti del massimo epistemologo del `900
Al di là della scienza. In due volumi editi dalla rivista «Nuova Civiltà delle Macchine», i molteplici ambiti di lavoro del filosofo austriaco

 
Fra le molte iniziative editoriali in ricordo del centenario della nascita di Karl Popper, avvenuta a Vienna nel 1902, un rilievo particolare spetta ai due volumi che la rivista Nuova Civiltà delle Macchine ha pubblicato, con il titolo «Ripensando il razionalismo critico». Merito dei saggi raccolti è proporre un'analisi che percorre i molteplici ambiti di lavoro del massimo epistemologo del `900; emergono così tratti poco noti a quanti conoscono Popper come teorico della falsificabilità quale criterio distintivo delle teorie scientifiche o a quanti ne hanno sentito parlare per le polemiche sulla «cattiva maestra televisione». Dario Antiseri ricorda nella premessa come la discussa tesi de La società aperta ed i suoi nemici, per cui Platone sarebbe l'anticipatore del totalitarismo del XX secolo, abbia comunque imposto di confrontarsi con un'inusuale e feconda prospettiva di lettura: vedere in Platone il Giuda di Socrate, in quanto all'ideale della ricerca ininterrotta della verità sostituisce il monopolio del vero ad opera dei filosofi, ha innegabilmente trasformato l'esegesi platonica. Nel testo inedito del `92 che conclude la raccolta, il filosofo «involontario» Karl Popper ricorda come l'atteggiamento socratico sia uno dei pochi stimoli che il suo pensiero ha tratto dalla storia della filosofia, come attesta il titolo dell'autobiografia, La ricerca non ha fine. Furono le scienze il campo privilegiato della formazione di Popper, la cui grandezza (ricorda Franco Selleri) è più da cercare nella capacità di entrare nel merito delle controversie scientifiche che nelle tesi epistemologiche. Pur trovandosi dalla parte al momento perdente, Popper non esitò a schierarsi a favore di Boltzmann contro Mach in termodinamica, contro il determinismo «parmenideo» di Einstein ma al fianco di quest'ultimo e contro Bohr nel valutare la teoria dei quanti. In genere il principio che lo ispirava era il timore che si diffondessero nella fisica concezioni soggettivistiche per le quali il nostro mondo è solo superficie e si riduce alle percezioni che ne abbiamo. Solo ricorrendo invece alla nozione di profondità diventa possibile comprendere la crescita conoscitiva: la teoria di Newton unifica quelle di Keplero e Galileo, ma le corregge mentre le spiega ed il suo più alto livello di universalità è segno che la nuova teoria è penetrata più in profondità delle precedenti. È per questo che Popper rifiuta la formulazione di Copenaghen della teoria quantistica ed ogni lettura soggettivistica del principio di indeterminazione di Heisenberg. Tale principio introduce il necessario ricorso ad una nozione di probabilità come esito delle propensioni, cioè delle oggettive indeterminazioni presenti nella realtà.

Il criterio stesso di falsificabilità ha la sua genesi nella riflessione sull'opera di Einstein. La possibilità di correggere anche le teorie meglio consolidate, come quella di Newton, l'atteggiamento critico nei confronti del proprio lavoro e la convinzione che non vi sia nessun cammino logico o metodo induttivo che conduca dalle osservazioni alle leggi della fisica, sono tesi già presenti, in forma non solo implicita, nel pensiero einsteniano. Solo la libera inventiva ed il pensiero creativo, custodito soprattutto dalla matematica, consentono l'elaborazione di congetture feconde. I saggi di Eduard Glas e di Carlo Veronesi mostrano come la riflessione di Popper sappia offrire una soluzione convincente al classico dilemma se la matematica sia scoperta o invenzione: prodotti del linguaggio e del pensiero umani, gli oggetti matematici assumono uno statuto autonomo, indipendente dalla coscienza del creatore, al punto da rivelare caratteristiche inattese e da ribellarsi ai propri artefici.

Stefano Gattei, curatore della raccolta, osserva che la razionalità appare a Popper più un compito per l'uomo, qualcosa a cui aspirare, come diceva Bachelard, che una proprietà del conoscere. In tal senso, la scelta a favore della razionalità, intesa come disponibilità alla critica ed al mutamento delle proprie convinzioni, non è a sua volta razionalmente motivata, ma impone il ricorso a decisioni, in quanto, «poggia su una fede irrazionale». Le componenti decisionali fanno emergere l'indistricabile legame fra politica e concezione della scienza; la razionalità della politica, che Popper esprime nella formula della società aperta, basata sulla teoria del controllo democratico, si fonda anch'essa sulla decisione di evitare la tirannide e di risolvere i problemi senza ricorso alla violenza. La domanda radicale che Popper ci ha lasciato in eredità, mutando la prospettiva epistemica e politica della tradizione filosofica sempre in cerca di un'autorità o di un fondamento indiscusso, non è più chi deve governare o quale forza giustifichi le nostre conoscenze, ma come possiamo evitare i danni dei cattivi governanti e di quanti si pretendono custodi del vero. Se nulla può essere giustificato in modo definitivo e tutto è criticabile, la ragionevolezza popperiana si traduce nella disponibilità morale a entrare in comunicazione con l'altro, nella tolleranza e nel rispetto per le argomentazioni critiche. Il nesso fra scienza e politica liberal-democratica era già formulato con chiarezza, osserva Giulio Giorello, nelle «Prediche inutili» di Luigi Einaudi. La socratica consapevolezza della propria ignoranza ci induce a procedere per tentativi ed errori; è questo atteggiamento la migliore risposta al tiranno che pretende di conoscere la verità ed obbliga a renderle omaggio Le norme epistemologiche si inscrivono in un più ampio sistema di valori etici senza i quali la razionalità della scienza non sarebbe possibile; il kantiano primato della ragion pratica presuppone in Popper l'esistenza di una comunità, caratterizzata dalla libera discussione critica. In tal senso, rileva Ian C. Jarvie, bisognerebbe ribaltare la valutazione tradizionale di un Popper in primo luogo studioso delle scienze naturali, in quanto fin da principio Popper pensa socialmente. Scienza e società hanno carattere consensuale, richiedono cooperazione per far funzionare le loro regole; la razionalità della scienza costituirebbe così il modello per la politica democratica, ma su questo nodo forse il vero erede di Popper è Bruno Latour con la sua interrogazione sulle politiche della natura, sul nesso fra gli scienziati come portavoce della natura ed i politici come rappresentanti del popolo. La scienza in realtà è finora sfuggita alla democrazia, suggerisce Latour: le pratiche di laboratorio inducono a credere che, a differenza della discussione ininterrotta propria della politica, il dibattito si possa chiudere ricorrendo a fatti incontrovertibili.

Gli studi di Malachi H. Hacohen, di cui la rivista raccoglie un capitolo da Karl Popper. Gli anni di formazione, 1902-1945 , sono ormai riferimenti ineludibili per comprendere la genesi del pensiero politico popperiano. Negli anni `30 l'obiettivo di Popper è una riforma del socialismo, modellata sull'idealizzazione della democrazia ateniese come primo esempio di società aperta; l'originaria militanza socialdemocratica riemerge negli scambi epistolari con Carnap, commentati da Paolo Parrini che ci ricorda come quanti dicono di ispirarsi a Popper dovrebbero riflettere su una sua lettera del `47: «Credo inoltre, con gran parte dei socialisti, che certi interessi economici siano responsabili di interferire in modo molto pericoloso con la politica e che energiche misure dovrebbero essere adottate (...) per arginare queste influenze».



 
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