[Popper, il filosofo involontario
In una raccolta di saggi, i tratti e gli interessi meno noti del massimo
epistemologo del `900
Al di là della scienza. In due volumi editi dalla rivista
«Nuova Civiltà delle Macchine», i molteplici ambiti di lavoro del filosofo
austriaco
Fra le molte iniziative editoriali in ricordo del centenario della nascita
di Karl Popper, avvenuta a Vienna nel 1902, un rilievo particolare spetta ai
due volumi che la rivista Nuova Civiltà delle Macchine ha
pubblicato, con il titolo «Ripensando il razionalismo critico». Merito dei
saggi raccolti è proporre un'analisi che percorre i molteplici ambiti di lavoro
del massimo epistemologo del `900; emergono così tratti poco noti a quanti
conoscono Popper come teorico della falsificabilità quale criterio distintivo
delle teorie scientifiche o a quanti ne hanno sentito parlare per le polemiche
sulla «cattiva maestra televisione». Dario Antiseri ricorda nella premessa come
la discussa tesi de La società aperta ed i suoi nemici, per cui
Platone sarebbe l'anticipatore del totalitarismo del XX secolo, abbia comunque
imposto di confrontarsi con un'inusuale e feconda prospettiva di lettura:
vedere in Platone il Giuda di Socrate, in quanto all'ideale della ricerca
ininterrotta della verità sostituisce il monopolio del vero ad opera dei
filosofi, ha innegabilmente trasformato l'esegesi platonica. Nel testo inedito
del `92 che conclude la raccolta, il filosofo «involontario» Karl Popper
ricorda come l'atteggiamento socratico sia uno dei pochi stimoli che il suo
pensiero ha tratto dalla storia della filosofia, come attesta il titolo
dell'autobiografia, La ricerca non ha fine. Furono le
scienze il campo privilegiato della formazione di Popper, la cui grandezza
(ricorda Franco Selleri) è più da cercare nella capacità di entrare nel merito
delle controversie scientifiche che nelle tesi epistemologiche. Pur trovandosi
dalla parte al momento perdente, Popper non esitò a schierarsi a favore di
Boltzmann contro Mach in termodinamica, contro il determinismo «parmenideo» di
Einstein ma al fianco di quest'ultimo e contro Bohr nel valutare la teoria dei
quanti. In genere il principio che lo ispirava era il timore che si
diffondessero nella fisica concezioni soggettivistiche per le quali il nostro
mondo è solo superficie e si riduce alle percezioni che ne abbiamo. Solo
ricorrendo invece alla nozione di profondità diventa possibile comprendere la
crescita conoscitiva: la teoria di Newton unifica quelle di Keplero e Galileo,
ma le corregge mentre le spiega ed il suo più alto livello di universalità è
segno che la nuova teoria è penetrata più in profondità delle precedenti. È per
questo che Popper rifiuta la formulazione di Copenaghen della teoria
quantistica ed ogni lettura soggettivistica del principio di indeterminazione
di Heisenberg. Tale principio introduce il necessario ricorso ad una nozione di
probabilità come esito delle propensioni, cioè delle oggettive indeterminazioni
presenti nella realtà.
Il criterio stesso di falsificabilità ha la sua genesi nella
riflessione sull'opera di Einstein. La possibilità di correggere anche le
teorie meglio consolidate, come quella di Newton, l'atteggiamento critico nei
confronti del proprio lavoro e la convinzione che non vi sia nessun cammino
logico o metodo induttivo che conduca dalle osservazioni alle leggi della
fisica, sono tesi già presenti, in forma non solo implicita, nel pensiero
einsteniano. Solo la libera inventiva ed il pensiero creativo, custodito
soprattutto dalla matematica, consentono l'elaborazione di congetture feconde.
I saggi di Eduard Glas e di Carlo Veronesi mostrano come la riflessione di
Popper sappia offrire una soluzione convincente al classico dilemma se la
matematica sia scoperta o invenzione: prodotti del linguaggio e del pensiero
umani, gli oggetti matematici assumono uno statuto autonomo, indipendente dalla
coscienza del creatore, al punto da rivelare caratteristiche inattese e da
ribellarsi ai propri artefici.
Stefano Gattei, curatore della raccolta, osserva che la
razionalità appare a Popper più un compito per l'uomo, qualcosa a cui aspirare,
come diceva Bachelard, che una proprietà del conoscere. In tal senso, la scelta
a favore della razionalità, intesa come disponibilità alla critica ed al
mutamento delle proprie convinzioni, non è a sua volta razionalmente motivata,
ma impone il ricorso a decisioni, in quanto, «poggia su una fede irrazionale».
Le componenti decisionali fanno emergere l'indistricabile legame fra politica e
concezione della scienza; la razionalità della politica, che Popper esprime
nella formula della società aperta, basata sulla teoria del controllo
democratico, si fonda anch'essa sulla decisione di evitare la tirannide e di
risolvere i problemi senza ricorso alla violenza. La domanda radicale che
Popper ci ha lasciato in eredità, mutando la prospettiva epistemica e politica
della tradizione filosofica sempre in cerca di un'autorità o di un fondamento
indiscusso, non è più chi deve governare o quale forza giustifichi le nostre
conoscenze, ma come possiamo evitare i danni dei cattivi governanti e di quanti
si pretendono custodi del vero. Se nulla può essere giustificato in modo
definitivo e tutto è criticabile, la ragionevolezza popperiana si traduce nella
disponibilità morale a entrare in comunicazione con l'altro, nella tolleranza e
nel rispetto per le argomentazioni critiche. Il nesso fra scienza e politica
liberal-democratica era già formulato con chiarezza, osserva Giulio Giorello,
nelle «Prediche inutili» di Luigi Einaudi. La socratica consapevolezza della
propria ignoranza ci induce a procedere per tentativi ed errori; è questo
atteggiamento la migliore risposta al tiranno che pretende di conoscere la verità
ed obbliga a renderle omaggio Le norme epistemologiche si inscrivono in un più
ampio sistema di valori etici senza i quali la razionalità della scienza non
sarebbe possibile; il kantiano primato della ragion pratica presuppone in
Popper l'esistenza di una comunità, caratterizzata dalla libera discussione
critica. In tal senso, rileva Ian C. Jarvie, bisognerebbe ribaltare la
valutazione tradizionale di un Popper in primo luogo studioso delle scienze
naturali, in quanto fin da principio Popper pensa socialmente. Scienza e
società hanno carattere consensuale, richiedono cooperazione per far funzionare
le loro regole; la razionalità della scienza costituirebbe così il modello per
la politica democratica, ma su questo nodo forse il vero erede di Popper è
Bruno Latour con la sua interrogazione sulle politiche della natura, sul nesso
fra gli scienziati come portavoce della natura ed i politici come
rappresentanti del popolo. La scienza in realtà è finora sfuggita alla
democrazia, suggerisce Latour: le pratiche di laboratorio inducono a credere
che, a differenza della discussione ininterrotta propria della politica, il
dibattito si possa chiudere ricorrendo a fatti incontrovertibili.
Gli studi di Malachi H. Hacohen, di cui la rivista raccoglie
un capitolo da Karl Popper. Gli anni di
formazione, 1902-1945 , sono ormai riferimenti ineludibili per comprendere
la genesi del pensiero politico popperiano. Negli anni `30 l'obiettivo di
Popper è una riforma del socialismo, modellata sull'idealizzazione della
democrazia ateniese come primo esempio di società aperta; l'originaria
militanza socialdemocratica riemerge negli scambi epistolari con Carnap,
commentati da Paolo Parrini che ci ricorda come quanti dicono di ispirarsi a
Popper dovrebbero riflettere su una sua lettera del `47: «Credo inoltre, con
gran parte dei socialisti, che certi interessi economici siano responsabili di
interferire in modo molto pericoloso con la politica e che energiche misure
dovrebbero essere adottate (...) per arginare queste influenze».
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