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Qual è lo stato di salute delle nostre società
occidentali?molte questioni - dalle biotecnologie all'inquinamento
-mostrano i limiti della politica e dello Stato. La crescita
dell'individualismo e il ruolo della società civile. Pubblichiamo due
interventi di Ernesto Galli della Loggia e Pierpaolo Donati appuntamenti
Democrazia,
chi decide?
Lo storico: l’agenda della politica decisa dalla scienza
Come ha lucidamente osservato Zygmunt Bauman, la separazione del potere
dalla politica, il sottrarsi del primo al comando della seconda, è la causa
prima e più generale della crisi complessiva che colpisce la sfera della
politica democratica. Tra i due termini del confronto si va determinando
una sproporzione sempre più evidente: mentre il potere, infatti, assiste ad
una progressiva moltiplicazione e diversificazione dei propri ambiti (si
pensi a come si è espanso e si è trasformato negli ultimi due decenni il
potere mediatico e della comunicazione, quello finanziario, il potere della
scienza, del terrorismo, delle grandi Ong transnazionali come Oxfam o
Greenpeace), viceversa, l'influenza e l'incisività della politica, il
numero e l'importanza delle cose che essa può effettivamente decidere,
mostra un calo vistoso. Tale sproporzione dipende essenzialmente dal fatto
che la politica, al dunque, possiede un s olo strumento davvero proprio ed
efficace: lo Stato. Ma la sovranità di questo, com'è ampiamente noto, è
sempre più limitata, se non talora addirittura vanificata, dai processi di
globalizzazione in corso.
Non si tratta solo dell'effettiva perdita o limitazione di sovranità
prodotto dalla globalizzazione, della reale dislocazione fuori dai confini
nazionale dei poteri di decisione. Si tratta anche - e la cosa non è meno
grave - della perdita da parte della politica del potere di agenda, come si
dice, cioè del potere di fissare gli argomenti delle materie su cui
intervenire e decidere, come nel caso esemplare delle scoperte scientifiche
riguardanti la fecondazione artificiale e la genetica, che pongono partiti
e parlamenti di fronte alla alternativa di pronunciarsi a proposito di
argomenti sui quali sentono di non aver alcuna reale competenza o
vocazione, ovvero di lasciare ogni cosa alla scelta individuale ma così
rinunciando in qualche modo al proprio compito.
In realtà, poch e cose come la scala e la complessità delle questioni poste
dal progresso tecnico - penso ad esempio a questioni come quelle
dell'inquinamento o del consumo dei beni naturali non sostituibili -
mostrano i limiti della politica (e dello Stato): c'è bisogno di aggiungere
che però sono proprio tali questioni quelle che sempre più interrogano la
nostra coscienza e la nostra convivenza?
La scienza e la tecnica da un lato e il mercato dall'altro appaiono oggi i
due ambiti maggiormente responsabili dell'incessante erosione che subisce
lo Stato politico, cioè la possibilità della democrazia di adempiere almeno
in parte le sue promesse. Ma pericoli significativi provengono pure da
tutt'altra parte: per esempio dall'evidente perdita di spessore e di
pluralismo ideologico da parte delle nostre società. Non voglio certo dire
che nei paesi dell'Occidente qualcuno vieti di pensare e di dire ciò che
preferisce, ma che di fatto ciò che si pensa e si dice tende sempre di più
a divenire omogeneo, i punti di vi sta a convergere, mentre perdono vigore
quelle prospettive di pensiero, quelle dimensioni culturali, quelle visioni
della vita e del mondo (ho in mente innanzi tutto quanto è legato per
esempio alla dimensione religiosa ma pure a quella per così dire
escatologico-rivoluzionaria) che finora erano state cause non secondarie
dello straordinario dinamismo delle nostre società, sia pure al prezzo di
un inevitabile grado elevato di divisione interna.
Anche per effetto del tendenziale e già accennato deperimento delle grandi
agenzie di orientamento collettivo (lo Stato, la politica, le Chiese) nelle
società occidentali l'individuo tende ad occupare sempre di più un posto
centrale. Ma a questo fatto già di per sé nuovo se ne aggiunge un altro:
che si tratta di un individuo qualitativamente diverso da quello fin qui
conosciuto. È soprattutto un individuo il quale ha un rapporto
progressivamente labile con il passato, e dunque con la tradizione.
Accade così che mentre nei fatti diviene sempre p iù difficilmente
proponibile ogni prospettiva etico-culturale universalistica che non sia di
tipo puramente procedurale, si afferma invece un tipo di soggettività che
può definirsi in senso lato libertaria, che si pensa e si vuole almeno
potenzialmente priva di vincoli, fautrice di una libertà anch'essa senza
vincoli, e dunque impermeabile a qualunque regola generale. Ciò che però
non sembra accordarsi troppo facilmente né con l'idea di una collettività
tenuta insieme da valori condivisi né con una qualunque nozione socialmente
spendibile di "bene comune". Non sembra accordarsi troppo
facilmente, cioè, con quelli che alla fine sono due presupposti essenziali
di quella società democratica nella quale ci piacerebbe vivere.
Il sociologo: cittadinanza
solidale contro il privatismo
di Pierpaolo Donati
na società è capace di sviluppo evolutivo nella misura in cui riesce ad
elaborare un sistema normativo adeguato alla complessità richiesta. Sul ter
reno della democrazia, ciò significa produrre distinzioni che siano in
grado di identificare e differenziare la normatività democratica nei vari
ambiti in cui la società si organizza. Le democrazie occidentali possono
essere distinte in base a questa capacità, che è però generalmente in crisi
ovunque.
Nella prospettiva di una visione sociologica relazionale, la democrazia non
è solo una forma di governo politico, ma anche un modo di gestire
l’economia e di realizzare la solidarietà sociale. Per fare questo, si
richiede che essa disponga di una cultura democratica: una cultura dei
diritti umani. Questo è precisamente il terreno di sfida per le democrazie
occidentali.
Nell’età moderna, la prevalenza di una teoria materialistica centrata
sull’economico e sul politico ha sottovalutato la "base"
culturale della democrazia. Gli aspetti "sociali" della
cittadinanza (welfare state e welfare society) sono stati rappresentati e
perseguiti come dimensioni economiche e politiche, senza ce rcarne una
sufficiente com prensione sul terreno dei diritti propriamente
"umani". Là dove ciò è stato fatto, è prevalsa una nozione vaga e
soggettivistica di tali diritti, svincolata da una visione oggettiva e
vitale.
Il problema si presenta oggi nella contrapposizione fra due culture della
cittadinanza. Si tratta di diverse interpretazioni di che cosa significhi
"cultura dei diritti" dei cittadini. Seguendo una terminologia
ormai invalsa, li chiamerò modello statalista e modello societario. Per
entrambi la cultura della cittadinanza significa allargamento della
"inclusione civica", riferita sia ai soggetti (in particolare
minoranze e challengers del sistema) sia ai loro bisogni. Ma la prima punta
sul binomio Stato-mercato (con priorità dell’azione politica), mentre la
seconda distingue le diverse sfere di cittadinanza come membership e
concepisce quindi diversamente la "scienza dell’eguaglianza" di
cui ha parlato Alexis de Tocqueville.
La prima linea è tutta centrata sul politico. Essa rimprovera alla seconda
di esprimere una cultura particolaristica, che abbandona il perseguimento
di mete collettive a favore di una visione e una pratica tradizionale,
ristretta, non emancipatoria dei bisogni. Questa critica può certamente
cogliere qualche aspetto della realtà empirica, laddove un certo tipo di
volontariato o di privato sociale agisce in assenza di una cultura della
cittadinanza. Ma, se usato come argomento che intende squalificare la
cultura della cittadinanza come cultura delle autonomie sociali, esso va a
infrangersi nella fine del sogno della modernità illuminista.
La seconda linea è invece centrata sulle soggettività sociali (della
persone e dei gruppi di appartenenza in cui si esprime e si svolge). Essa
rimprovera alla prima di essere statalista, o comunque collettivizzante, e
di perseguire mete astratte, con effetti perversi. L’osservazione è che,
quando si usa l’inclusione civica per trasformare i "soggetti" in
"cittadini", bisogna fare molta attenzione a ciò che si oper a
con qu esto spostamento: per esempio, se non vada perduto qualcosa (la
persona, il senso delle solidarietà autonome); se il risultato che si
ottiene rafforzi o meno la responsabilità civica, e così via. Ma questa
seconda via può perdere qualcosa sotto l’aspetto delle garanzie di
universalismo, ove la pratica dell’autonomia venga tradotta in
particolarismo.
E’ importante capire il carattere relazionale, circonflesso, della democrazia
come concezione e pratica della società. Chi mette in antitesi le spinte di
"promozione dal basso" con quelle di "promozione
dall’alto", ovvero le iniziative "pubbliche" con quelle
"private", che storicamente hanno sviluppato la cittadinanza, non
comprende che la democrazia è una combinazione prudente e relazionale di
tutti questi elementi, spinte, fonti normative.
L’inaccettabilità della concezione neo-individualista della democrazia,
anche quando utilizza il linguaggio della cittadinanza (secondo la regola:
accrescere i diritti individuali dei cittadini ), sta nel fatto che essa
restringe indebitamente il campo alle dimensioni strategiche e
tecnico-strumentali, entro il quadro degli interessi e fuori del problema
della identità, e quindi delle appartenenze.
Solo una prospettiva di "piena cittadinanza" può realizzare
insieme più democrazia e più socialità. Una democrazia senza crescita di
socialità sarebbe un’altra cosa.
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