RASSEGNA STAMPA

29 APRILE 2003
ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA
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Qual è lo stato di salute delle nostre società occidentali?molte questioni - dalle biotecnologie all'inquinamento -mostrano i limiti della politica e dello Stato. La crescita dell'individualismo e il ruolo della società civile. Pubblichiamo due interventi di Ernesto Galli della Loggia e Pierpaolo Donati appuntamenti

Democrazia, chi decide?

 

Lo storico: l’agenda della politica decisa dalla scienza

Come ha lucidamente osservato Zygmunt Bauman, la separazione del potere dalla politica, il sottrarsi del primo al comando della seconda, è la causa prima e più generale della crisi complessiva che colpisce la sfera della politica democratica. Tra i due termini del confronto si va determinando una sproporzione sempre più evidente: mentre il potere, infatti, assiste ad una progressiva moltiplicazione e diversificazione dei propri ambiti (si pensi a come si è espanso e si è trasformato negli ultimi due decenni il potere mediatico e della comunicazione, quello finanziario, il potere della scienza, del terrorismo, delle grandi Ong transnazionali come Oxfam o Greenpeace), viceversa, l'influenza e l'incisività della politica, il numero e l'importanza delle cose che essa può effettivamente decidere, mostra un calo vistoso. Tale sproporzione dipende essenzialmente dal fatto che la politica, al dunque, possiede un s olo strumento davvero proprio ed efficace: lo Stato. Ma la sovranità di questo, com'è ampiamente noto, è sempre più limitata, se non talora addirittura vanificata, dai processi di globalizzazione in corso.
Non si tratta solo dell'effettiva perdita o limitazione di sovranità prodotto dalla globalizzazione, della reale dislocazione fuori dai confini nazionale dei poteri di decisione. Si tratta anche - e la cosa non è meno grave - della perdita da parte della politica del potere di agenda, come si dice, cioè del potere di fissare gli argomenti delle materie su cui intervenire e decidere, come nel caso esemplare delle scoperte scientifiche riguardanti la fecondazione artificiale e la genetica, che pongono partiti e parlamenti di fronte alla alternativa di pronunciarsi a proposito di argomenti sui quali sentono di non aver alcuna reale competenza o vocazione, ovvero di lasciare ogni cosa alla scelta individuale ma così rinunciando in qualche modo al proprio compito.
In realtà, poch e cose come la scala e la complessità delle questioni poste dal progresso tecnico - penso ad esempio a questioni come quelle dell'inquinamento o del consumo dei beni naturali non sostituibili - mostrano i limiti della politica (e dello Stato): c'è bisogno di aggiungere che però sono proprio tali questioni quelle che sempre più interrogano la nostra coscienza e la nostra convivenza?
La scienza e la tecnica da un lato e il mercato dall'altro appaiono oggi i due ambiti maggiormente responsabili dell'incessante erosione che subisce lo Stato politico, cioè la possibilità della democrazia di adempiere almeno in parte le sue promesse. Ma pericoli significativi provengono pure da tutt'altra parte: per esempio dall'evidente perdita di spessore e di pluralismo ideologico da parte delle nostre società. Non voglio certo dire che nei paesi dell'Occidente qualcuno vieti di pensare e di dire ciò che preferisce, ma che di fatto ciò che si pensa e si dice tende sempre di più a divenire omogeneo, i punti di vi sta a convergere, mentre perdono vigore quelle prospettive di pensiero, quelle dimensioni culturali, quelle visioni della vita e del mondo (ho in mente innanzi tutto quanto è legato per esempio alla dimensione religiosa ma pure a quella per così dire escatologico-rivoluzionaria) che finora erano state cause non secondarie dello straordinario dinamismo delle nostre società, sia pure al prezzo di un inevitabile grado elevato di divisione interna.
Anche per effetto del tendenziale e già accennato deperimento delle grandi agenzie di orientamento collettivo (lo Stato, la politica, le Chiese) nelle società occidentali l'individuo tende ad occupare sempre di più un posto centrale. Ma a questo fatto già di per sé nuovo se ne aggiunge un altro: che si tratta di un individuo qualitativamente diverso da quello fin qui conosciuto. È soprattutto un individuo il quale ha un rapporto progressivamente labile con il passato, e dunque con la tradizione.
Accade così che mentre nei fatti diviene sempre p iù difficilmente proponibile ogni prospettiva etico-culturale universalistica che non sia di tipo puramente procedurale, si afferma invece un tipo di soggettività che può definirsi in senso lato libertaria, che si pensa e si vuole almeno potenzialmente priva di vincoli, fautrice di una libertà anch'essa senza vincoli, e dunque impermeabile a qualunque regola generale. Ciò che però non sembra accordarsi troppo facilmente né con l'idea di una collettività tenuta insieme da valori condivisi né con una qualunque nozione socialmente spendibile di "bene comune". Non sembra accordarsi troppo facilmente, cioè, con quelli che alla fine sono due presupposti essenziali di quella società democratica nella quale ci piacerebbe vivere.

Il sociologo: cittadinanza
solidale contro il privatismo



di Pierpaolo Donati
na società è capace di sviluppo evolutivo nella misura in cui riesce ad elaborare un sistema normativo adeguato alla complessità richiesta. Sul ter reno della democrazia, ciò significa produrre distinzioni che siano in grado di identificare e differenziare la normatività democratica nei vari ambiti in cui la società si organizza. Le democrazie occidentali possono essere distinte in base a questa capacità, che è però generalmente in crisi ovunque.
Nella prospettiva di una visione sociologica relazionale, la democrazia non è solo una forma di governo politico, ma anche un modo di gestire l’economia e di realizzare la solidarietà sociale. Per fare questo, si richiede che essa disponga di una cultura democratica: una cultura dei diritti umani. Questo è precisamente il terreno di sfida per le democrazie occidentali.
Nell’età moderna, la prevalenza di una teoria materialistica centrata sull’economico e sul politico ha sottovalutato la "base" culturale della democrazia. Gli aspetti "sociali" della cittadinanza (welfare state e welfare society) sono stati rappresentati e perseguiti come dimensioni economiche e politiche, senza ce rcarne una sufficiente com prensione sul terreno dei diritti propriamente "umani". Là dove ciò è stato fatto, è prevalsa una nozione vaga e soggettivistica di tali diritti, svincolata da una visione oggettiva e vitale.
Il problema si presenta oggi nella contrapposizione fra due culture della cittadinanza. Si tratta di diverse interpretazioni di che cosa significhi "cultura dei diritti" dei cittadini. Seguendo una terminologia ormai invalsa, li chiamerò modello statalista e modello societario. Per entrambi la cultura della cittadinanza significa allargamento della "inclusione civica", riferita sia ai soggetti (in particolare minoranze e challengers del sistema) sia ai loro bisogni. Ma la prima punta sul binomio Stato-mercato (con priorità dell’azione politica), mentre la seconda distingue le diverse sfere di cittadinanza come membership e concepisce quindi diversamente la "scienza dell’eguaglianza" di cui ha parlato Alexis de Tocqueville.
La prima linea è tutta centrata sul politico. Essa rimprovera alla seconda di esprimere una cultura particolaristica, che abbandona il perseguimento di mete collettive a favore di una visione e una pratica tradizionale, ristretta, non emancipatoria dei bisogni. Questa critica può certamente cogliere qualche aspetto della realtà empirica, laddove un certo tipo di volontariato o di privato sociale agisce in assenza di una cultura della cittadinanza. Ma, se usato come argomento che intende squalificare la cultura della cittadinanza come cultura delle autonomie sociali, esso va a infrangersi nella fine del sogno della modernità illuminista.
La seconda linea è invece centrata sulle soggettività sociali (della persone e dei gruppi di appartenenza in cui si esprime e si svolge). Essa rimprovera alla prima di essere statalista, o comunque collettivizzante, e di perseguire mete astratte, con effetti perversi. L’osservazione è che, quando si usa l’inclusione civica per trasformare i "soggetti" in "cittadini", bisogna fare molta attenzione a ciò che si oper a con qu esto spostamento: per esempio, se non vada perduto qualcosa (la persona, il senso delle solidarietà autonome); se il risultato che si ottiene rafforzi o meno la responsabilità civica, e così via. Ma questa seconda via può perdere qualcosa sotto l’aspetto delle garanzie di universalismo, ove la pratica dell’autonomia venga tradotta in particolarismo.
E’ importante capire il carattere relazionale, circonflesso, della democrazia come concezione e pratica della società. Chi mette in antitesi le spinte di "promozione dal basso" con quelle di "promozione dall’alto", ovvero le iniziative "pubbliche" con quelle "private", che storicamente hanno sviluppato la cittadinanza, non comprende che la democrazia è una combinazione prudente e relazionale di tutti questi elementi, spinte, fonti normative.
L’inaccettabilità della concezione neo-individualista della democrazia, anche quando utilizza il linguaggio della cittadinanza (secondo la regola: accrescere i diritti individuali dei cittadini ), sta nel fatto che essa restringe indebitamente il campo alle dimensioni strategiche e tecnico-strumentali, entro il quadro degli interessi e fuori del problema della identità, e quindi delle appartenenze.
Solo una prospettiva di "piena cittadinanza" può realizzare insieme più democrazia e più socialità. Una democrazia senza crescita di socialità sarebbe un’altra cosa.

 

 


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vedi anche
Filosofia (e) politica