![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 26 APRILE 2003 |
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C'è
una categoria di persone il cui compito nella vita è costruire (inventare)
Universi. Non si tratta di megalomani o visionari, ma di scienziati molto seri
e importanti alle prese con difficilissime e astruse matematiche, con le quali
cercano di risolvere enigmi cosmici che richiedono -anche al profano per
capirli - un serio impegno intellettuale e culturale. Sono in genere fisici teorici, matematici e astronomi, tutti
compresi sotto la etichetta di «cosmologi».
Per
capire come mai uno scienziato finisce per dedicare una gran parte della
propria esistenza a problemi che in genere non consentono allo stato alcuna
soluzione osservativa (ad esempio: se l'Universo è curvo o piatto ed eventualmente
che raggio di curvatura ha, da dove è venuta la materia, cosa è accaduto
qualche milionesimo di secondo dopo il Big Bang e persino perché c'è qualcosa
in. vece che il Nulla?) è il caso di leggere una sorta di diario-biografia, di
uno di questi protagonisti (pochi, in realtà, al mondo: alcuni, e non degli
ultimi, italiani) di questa caccia laica all'Assoluto: è un fisico portoghese,
ma allevato in Inghilterra nelle austere cattedrali scientifiche di Cambridge,
e si chiama Joáo Magueijo, che in un libro in questi giorni edito anche in
Italia (Più veloce della luce.
l'avventura di uno rivoluzione, Rizzoli, pagg. 346, curo 18) racconta come,
trovandosi alle prese con uno dei tanti enigmi che costellano il tentativo di
narrare la storia dell'Universo, ebbe un'idea che aveva il pregio (ai suoi
occhi) di contraddire alcuni dei cardini sui quali, a partire dalle intuizioni
di Einstein ai primi del secolo scorso, si fonda praticamente la fisica
moderna: la costanza della velocità
della luce nel vuoto, e anche di proporre la violazione di uno dei principi
sacri della fisica, la conservazione dell'energia.
Si
trattava in pratica di un sovvertimento violento dell'ordine costituito, la cui
portata - almeno nelle intenzioni dell'autore - potrebbe essere pari a quello
con cui Einstein rovesciò alcuni dei cardini dell'edificio del mondo tracciato
nientemeno da Isacco Newton. Mentre
infatti per Newton la macchina del mondo (stelle, pianeti, gravità etc.) si
muove all'interno d'una gabbia di riferimenti assoluti, indipendenti da ogni
osservatore (il tempo, lo spazio ...), per Einstein l'unica costante universale
è la velocità della luce nel vuoto (com'è noto, 300mila chilometri al
secondo). Ma era proprio questo il
bersaglio scelto da Magueijo, scegliendo come punto di partenza la battaglia -
in corso da anni nel mondo dei cosmologi per eliminare alcuni difetti e
incongruenze del modello, quasi universalmente accettato, del Big Bang: ossia
dell'origine dell'universo da una improvvisa esplosione che avrebbe dato
origine a spazio, materia, tempo, insomma al Tutto. Ma, dal punto di vista fisico, il modello del Big Bang conteneva
alcune incongruenze: per spiegare come mai un evento in origine così simmetrico
(dimostrato tra l'altro dalla omogeneità della radiazione «fossile» di fondo
che pervade l'intero universo) abbia dato luogo a un universo che è simmetrico
solo su larga scala, ma in realtà è «granulare» (cioè, ove la materia è
distribuita apparentemente in modo caotico in stelle, galassie, nubi di polveri
cosmiche, etc; una distribuzione che uno scienziato italiano, citato nel lavoro
di Magueijo, Luciano Pietronero, definisce di tipo «frattale»).
Per
spiegare l'effetto di distribuzione apparentemente irregolare della materia nel
cosmo, un fisico statunitense, Alan Guth, ha proposto che l'universo appena
nato, piccolissimo, abbia attraversato una gigantesca inflazione: una
espansione enormemente veloce della piccola bolla originaria, che ha «spianato»
l'universo, dandogli la forma attuale, ma conservando e amplificando le piccole
irregolarità della bolla originaria che hanno dato poi luogo a galassie etc.
Ma
anche la teoria dell'inflazione - rilevava il giovane Joáo - non spiegava molte
delle incognite iniziali. e principalmente non spiegava se stessa. E allora, come Einstein ha disinvoltamente
detronizzato spazio e tempo, ha pensato il fisico portoghese, col supporto di
altri astrofisici, perché non togliere di mezzo quell'altra costante assoluta
della fisica, la costanza della velocità della luce? E allora con l'aiuto di abili
e difficili calcoli e della geometria differenziale, eccolo dar vita alla
«VSI», (Varyng Speed of Light- velocità
variabile della luce), una teoria - alla cui costruzione hanno contribuito
altri membri della banda di «costruttori di universi» che risolverebbe una
buona parte almeno delle difficoltà del modello del Big Bang, aiuterebbe a
trasformare il vuoto carico di energia in materia, a modificare insomma la
forma, la struttura e la storia del cosmo, e si collega ad altre teorie oggi
presenti sulla piazza cosmologica, come la teoria delle stringhe, che trasforma
le familiari particelle elementari in pezzetti di spago penzolanti, arrotolati
o snodati, facendo piazza pulita di credenze abbandonate ormai solo ai libri di
testo.
Nessuno si scandalizza eccessivamente a questo giovanile irrompere di eresie sull'austero mercato della scienza. Ma chi ha detto che fare ricerca scientifica non deve essere una impresa avventurosa e ricca di fantasia? Le stesse difficili matematiche che presiedono a queste ricerche, oltre alla loro intrinseca difficoltà, contengono o lasciano intravedere spiragli stupefacenti che convincono - se è vero che le matematiche descrivono il reale -che il mondo non è proprio come ci appare. Perciò l'impresa di Magueijo e dei suoi colleghi tuttora in corso - potrebbe essere una fola. Ma il racconto di come questa idea nacque e si sviluppò può servire se non altro a suggerire quanta creatività richiedono, non ostante i suoi rigidi vincoli - l'immaginazione scientifica - spesso contro l'ostilità dei soloni accademici e le idee innovativi, quelle idee che, nel bene e nel male, trasformano il nostro mondo. O almeno, più modestamente, l'universo.