![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 20 APRILE 2003 |
|
Pubblichiamo uno stralcio da «L'arte di
conoscere se stessi» di Arthur Schopenhauer, in libreria nei prossimi giorni
per le edizioni Adelphi.
Tutti i sorprendenti ed eclatanti esempi di
cattiveria, malvagità, tradimento, trivialità, invidia, stupidità e perversità
che uno deve subire e sopportare non vanno buttati al vento, bensì utilizzati
come alimenta misantropiae. Vanno continuamente richiamati e rievocati
per avere sempre davanti agli occhi le reali qualità degli uomini e per non
compromettersi in alcun modo con loro.
Si troverà infatti che spesso frequentavano già da anni quelli con cui
abbiamo fatto esperienze del genere senza che li credessimo capaci di tanto, e
dunque, è stata solo l'occasione che ha consentito di distinguerli. Quando si comincia a familiarizzare con
qualcuno, bisogna sempre pensare che, una volta conosciutolo meglio,
probabilmente lo si dovrebbe disprezzare od odiare.
Quando a prima vista nelle fisionomia e nei modi di fare degli uomini se ne
percepiscono molto vividamente gli aspetti ripugnanti, si è trattenuti dal fare
di loro una conoscenza più ravvicinata, cosa che nella maggior parte dei casi è
puro guadagno.
Gli uomini sono come il loro aspetto: e
non si può dire di loro niente di peggiore. Basta osservare i loro volti ai
quali non si è ancora abituati perché spesso ci si vergogni di essere un uomo.
E' sempre sconcertante e spesso pericoloso se apparenza e realtà distano molto
l'una dall'altra: per questo preferisco che il mondo appaia
ai miei occhi tanto desolato quanto lo è
per la mia ragione.
Si può paragonare la società comune a
quella musica di corni russa in cui ogni corno dispone di un'unica nota, e solo
dalla perfetta sintonia di tutti risulta una musica.
Poiché la sensibilità e la mente della
maggior parte degli uomini sono monotone come questo corno unisono: già
dall'aspetto, infatti, molti di loro danno l'impressione di aver sempre un
unico e medesimo pensiero, incapaci di averne un qualsiasi altro.
Nei momenti di infelicità penso sempre
a che cosa significhi il fatto che un uomo come me possa vivere l'intera vita
sviluppando le proprie predisposizioni e la propria vocazione innata. E penso a tutti quelli che invece mi davano
contro sostenendo che così non andava e che sarei stato molto infelice. Se a volte mi sono sentito infelice, è
accaduto più per una méprise, per uno
sbaglio di persona, perché mi sono creduto un altro rispetto a quello che sono, e ho compianto la miseria di costui: per esempio quando
pensavo di essere un libero docente che non riesce a diventare
professore e non ha studenti; o uno di
cui quel tale filisteo parla male e quella tale pettegola maligna; o un accusato
in quel processo per offese; o l'amante al quale la fanciulla di cui si era invaghito non vuole dare ascolto; o il
paziente costretto a casa dalla propria malattia; o altre persone tormentate da
analoghe miserie. Io non sono stato niente
di tutto questo, è tutta stoffa a me estranea, di cui è fatto semmai l'abito
che ho indossato per un poco, e che poi ho smesso per un altro. Ma chi sono mai
io? che ha scritto Il mondo come volontà e rappresentazione e che ha dato una soluzione al grande
problema delll'esistenza, tale da rendere forse obsolete le precedenti, e che
comunque occuperà i pensatori per i secoli a venire. Questo sono io, e che cosa
potrebbe tangermi negli anni che mi restano ancora da vivere?
Gli uomini con i quali vivo possono
essere nulla per me. Perciò mio massimo godimento nella vita sono i monumenti,
i pensieri tramandati di esseri simili
a me, che un tempo si sono affannati, come me, tra quelli. La loro lettera morta mi parla in un tono
più familiare che non la viva esistenza dei bipedi. Per l'emigrato, infatti, una lettera da casa vale più di una
conversazione con gli stranieri che gli stanno intorno. E' così per i viaggiatore su isole deserte:
le tracce di esseri umani che un tempo sono passati di lì sono più familiari di
tutte le scimmie e i cacatua sugli alberi.
Mi sia consentito sperare che il sole mattutino della mia fama indori con i suoi primi raggi la sera della mia vita togliendole la cupezza.