![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 18 APRILE 2003 |
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Abbiamo
trattato il mondo come se fosse un villaggio (globale), l'abbiamo percorso in
ogni suo angolo come se fosse il cortile di casa nostra. Non abbiamo avuto rispetto. Assistiti dalla nostra tecnica (medica), ci
siamo sentiti immuni dai rischi che la natura, che noi pensavamo di dominare,
riserva nella sua ininterrotta mutazione, che è poi la sua vita nel bene e nel
male. Poi scopriamo che l'agente
infettivo della mucca pazza oltrepassa la barriera di specie e arriva all'uomo,
e oggi che il corona virus della polmonite atipica ti raggiunge senza che tu
assuma particolari comportamenti a rischio, ma semplicemente perché sei lì, a
portata d'aria, solo perché respiri.
La
globalizzazione ha anche di questi effetti: non solo la circolazione illimitata
delle merci e del denaro, non solo la libertà di movimento degli uomini, non
solo l'accessibilità a tutte le possibili informazioni, ma anche l'esposizione
a tutte le malattie, contro cui i nostri organismi, ancora arcaici perché
"localistici", non hanno difese.
Qui
le riflessioni che si impongono sono sostanzialmente due. La prima è che non abbiamo dominato la
natura come la nostra onnipotenza tecnica ci fa credere. La natura l'abbiamo usata, anzi usurata, ma
non domata. Nella sua vita sotterranea
e segreta, la natura, che gli uomini hanno sempre conosciuto come benefica e
malefica, conserva ancora la sua potenza, contro cui la potenza tecnica degli
uomini troppo spesso, come in questo caso, annaspa.
La
seconda riflessione è che la globalizzazione è avvenuta troppo rapidamente
rispetto alle possibilità "biologiche" dell'uomo che, sotto questo
aspetto, non è uguale in tutte le parti della terra. E solo il suo delirio di onnipotenza gli fa trascurare questo
dato, con tutte le conseguenze che ne derivano rispetto all'imprevedibile, che
della natura è il tratto caratteristico, nonostante tutte le nostre
conoscenze. Abbiamo fatto scienza per
domare la natura, dimentichi della sapienza greca che, per bocca di Eraclito,
ci ricorda che: «La natura ama nascondersi».
E
il suo segreto si sottrae a quella visione semplicistica con cui noi oggi,
uomini dell'età della tecnica, la vísualizziamo quando la riduciamo a semplice
«materia prima». In questo sguardo
miope e semplicistico abbiamo perso la giusta misura. Ma perdere la giusta misura significa creare squilibrio, e, nello
squilibrio, lo sconvolgimento dei mari, lo scioglimento dei ghiacciai, la
desertificazione delle terre, l'inquinamento dell'acqua e dell'aria, la deforestazione
che creano un contesto che più favorevole non può essere per forme nuove e
mutanti di batteri, virus e microrganismi, da cui un giorno è nata e, oggi, a
condizioni ambientali ormai ampiamente squilibrate, minacciano di distruggerla,
E
per tutto ciò non disponiamo non solo di difese per il presente, ma neppure di
un'etica del comportamento per il futuro.
Perché le etiche che finora abbiamo concepito regolano solo i rapporti
tra gli uomini, ma non si fanno carico degli enti di natura come l'aria,
l'acqua, la flora, la fauna, che tutte le etiche finora formulate concepiscono
come mezzi al servizio dell'uomo, quando ormai sono diventati fini da
salvaguardare, espressioni della natura da tutelare e da proteggere.
E
allora viene il sospetto che questo sopravanzare della tecnica sulla natura,
con conseguente delirio di onnipotenza dell'uomo dell'età della tecnica, abbia
il suo contrappasso nel ricondurre l'uomo a quello stadio primitivo e
dimenticato dove il pericolo era l'epidemia e il terrore era il contagio. Con una differenza, che gli uomini che ci
hanno preceduto avevano gli strumenti psichici per affrontare ciò da cui non
potevano difendersi, perché la malattia contagiosa rientrava nell'esperienza,
se non proprio quotidiana, certamente non episodica; mentre noi, acclimatati
alla potenza della tecnica (medica) retrocediamo a quel primitivismo che è il
trovarsi senza difese di fronte all'imprevedibile. Dove l'imprevedibilità non è più dovuta all'ignoranza degli
uomini, ma alla loro incuria della natura, accompagnata dalla persuasione di
averla in ogni suo aspetto dominata.
I biologi ci dicono che ci vorranno anni per trovare il vaccino capace di rendere innocui gli effetti del corona virus della polmonite atipica, mentre basterebbero pochi mesi per legiferare sul rispetto della terra. Sappiamo tutti che non sarà così. E allora attendiamo i rischi biologici a cui la qualità della nostra storia e il nostro modo arcaico di considerare la natura (esclusivamente come suolo e sottosuolo da sfruttare) ci espone. Sappiamo però almeno che di questa esposizione in gran parte siamo anche responsabili.