RASSEGNA STAMPA

17 APRILE 2003
ALBERTO OLIVETTI
[Per una filosofia della pace infinita
Presso l'università di Siena, un convegno internazionale su «Guerra e pace». Una riflessione non distaccata sulla furia delle armi
Pensieri a buon fine. Alimentata dalla visione apocalittica di un conflitto perpetuo, si è innescata la pratica di una guerra permanente. Ma un sapere costruttivo di pace è ancora possibile

 
La pace e la guerra ragionate secondo una prospettiva filosofica nel corso di tre giorni, mentre la guerra insanguina e devasta la regione tra i due fiumi dove è fiorita tanta parte del retaggio civile dell'umanità. Presso l'Università degli Studi di Siena si è discusso di Guerra e pace, come recita l'intestazione del convegno internazionale promosso dal Centro per la Filosofia italiana presieduto da Giuseppe Prestipino, in collaborazione con l'Istituto Italiano di Studi filosofici e con il Centro Mario Rossi per gli studi filosofici. Una riflessione di filosofi, dunque distaccata, svolta nelle separate stanze della Certosa di Pontignano, nelle stesse ore in cui la furia delle armi abbatte uomini a migliaia, distrugge ed offre al saccheggio un patrimonio di memorie antichissime, le poche risparmiate dal volgere di millenni? No. Esercitata sine ira ac studio, la filosofia è responsabilità di intelligenza. E sta in questa responsabilità, forse, quel superiore prender parte che appare dote intrinseca al pensiero filosofico e che, in ogni caso, ha contraddistinto le molte, variate voci che hanno animato le quattro intense sedute del convegno aperto da Bernard Bourgeois. Citando l'Aristotele della Metafisica, Bernardo e Tommaso, fin dalla sessione d'inizio Marcello Sanchez Sorondo, Cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze, ha richiamato il «culto disinteressato della verità» come fine del sapere. La verità, ha aggiunto, che «è fine a se stessa, ma, insieme, per il bene» sicchè solo un sapere secondo verità consente l'incessante «opera di edificazione continua della pace».

E quale il possibile compito di un sapere costruttivo della pace quando sia innescata la pratica di una guerra permanente, alimentata dalla dimensione apocalittica di «una guerra perpetua, ultima, della fine della storia», definita «preventiva» e dichiarata dagli Stati Uniti d'America dopo l'attentato dell'11 settembre 2001, ma, come molti hanno precisato (Maria Luisa Boccia, Mario Tronti, Danilo Zolo, tra gli altri) elaborata a partire dal 1991, allorché «sul Cremlino cala la bandiera rossa e sale il vessillo della vecchia Russia» (Tronti)?

Raniero La Valle ha detto puntuali parole su questa guerra «mai vista prima», che «rinuncia alla legittimità, mentre chiede legittimazione alla vittoria» e Tom Rockmore ha sottolineato il pericolo gravissimo che gli Usa corrono rischiando, nel nome d'una guerra alla tirannia, un regime di «dittatura antidemocratica». In quali termini è necessario considerare le leggi della guerra ovvero le categorie specifiche elaborate per giudicare della sua legittimità quando, identificato il nemico come «pura negazione e terrore cade ogni distinzione e confine tra militare e civile» (Boccia) ed è «la guerra contro il terrorismo a porsi fuori di ogni legge ed a fondare il terrorismo» (Angelica Nuzzo) in un più ampio contesto di «nemicizzazione» dell'Altro (Annamaria Rivera)? Argomenti che Luigi Ferrajoli e Danilo Zolo hanno considerato in rapporto alla esigenza di un diritto internazionale che «sappia sottoporre l'uso della forza a regole minimali per ridurre i disastri della guerra» (Zolo); che Domenico Losurdo ha approfondito analizzando alcuni aspetti della cultura politica statunitense; che Carla Ravaioli, Domenico Jervolino e Teresa Serra hanno trattato riflettendo sulla economia neoliberista, sulle culture della pace e sulle nuove soggettività politiche in rapporto ad una «filosofia della liberazione».

Della guerra in atto - oggi scelta come violenza adeguata ad imporre regole di convivenza civile - e della pace - oggi predicata come meta ideale e negata come prassi capace di compensare ineguaglianze e dirimere conflitti - si è dunque tentato di ragionare. Lo si è fatto secondo i costrutti del sapere filosofico, riconoscendo nell'aderenza al tema in questione e nell'intento ad una sua determinazione circostanziata, un modo del conoscere in filosofia.

Tra le armi tacciono le leggi - silent leges inter arma - ammaestra Cicerone: si intende che con la guerra le leges non hanno campo e, interdette, sospese, il loro corso interrotto riprenderà, dopo la parentesi, con la pace restaurata? Ovvero si vuol dire che la guerra interdice leges obsolete per affermare con le armi un equilibrio nuovo e perciò fondativo d'un nuovo diritto? Tronti si è chiesto in che modo instaurare una forza di dissuasione quando, come oggi accade, il mondo è dominio d'una sola parte, se è vero che «per la pace contro la guerra è più efficace una pratica di equilibrio delle forze che una regola al di sopra delle parti».

Antichi dilemmi. Erasmo ne Il lamento della pace, citando Omero, constata come gli uomini siano presi da «sazietà anche per cose gradite come il sonno, il cibo, le bevande, le danze, la musica, mentre dell'infelicità della guerra non si è mai sazi». Ci si è di nuovo interrogati sul perché di questa permanenza della guerra, come non se ne riesca ad estirpare la radice. E quanto, in corrispondenza, sia dichiarata universalmente una volontà di pace. Un antico adagio recita più o meno così: ecco tra noi la guerra viene a spargere bugie e falsità. Ha scritto Marc Bloch nel 1921 che la falsità con la guerra «non si propaga, non si amplia, non vive che a una condizione: trovare nella società in cui si diffonde un terreno di coltura favorevole. In essa, inconsciamente, gli uomini esprimono i loro pregiudizi, i loro odi, i loro timori, tutte le loro emozioni forti. Grandi stati d'animo collettivi sono i soli ad avere il potere di trasformare in una leggenda una percezione distorta». Un enorme portato delle guerre risiede nelle poderose rappresentazioni di identità e di appartenenza costruite attraverso la morte nella speranza d'una vita nuova. E' forse per questo che la realizzazione effettiva della pace, lungo il corso dei secoli, si è creduto necessario autorizzare e legittimare dalla guerra? Nessuna risposta definitiva dal convegno Guerra e pace, ma un richiamo alle parole di Marc Bloch che ci invitano a meditare sulle cruente giornate di questi mesi di «guerra preventiva infinita»: «Ora, dal momento in cui l'errore aveva fatto versare sangue, esso era definitivamente convalidato». Che fare perché questo non sia?
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vedi anche
Filosofia (e) politica