[Per una filosofia della pace infinita
Presso l'università di Siena, un convegno internazionale su «Guerra e
pace». Una riflessione non distaccata sulla furia delle armi
Pensieri a buon fine. Alimentata dalla visione
apocalittica di un conflitto perpetuo, si è innescata la pratica di una guerra
permanente. Ma un sapere costruttivo di pace è ancora possibile
La pace e la guerra ragionate secondo una prospettiva filosofica nel corso
di tre giorni, mentre la guerra insanguina e devasta la regione tra i due fiumi
dove è fiorita tanta parte del retaggio civile dell'umanità. Presso
l'Università degli Studi di Siena si è discusso di Guerra e
pace, come recita l'intestazione del convegno internazionale
promosso dal Centro per la Filosofia italiana presieduto da Giuseppe
Prestipino, in collaborazione con l'Istituto Italiano di Studi filosofici e con
il Centro Mario Rossi per gli studi filosofici. Una riflessione di filosofi,
dunque distaccata, svolta nelle separate stanze della Certosa di Pontignano,
nelle stesse ore in cui la furia delle armi abbatte uomini a migliaia,
distrugge ed offre al saccheggio un patrimonio di memorie antichissime, le
poche risparmiate dal volgere di millenni? No. Esercitata sine ira
ac studio, la filosofia è responsabilità di intelligenza. E sta in
questa responsabilità, forse, quel superiore prender parte che appare
dote intrinseca al pensiero filosofico e che, in ogni caso, ha contraddistinto
le molte, variate voci che hanno animato le quattro intense sedute del convegno
aperto da Bernard Bourgeois. Citando l'Aristotele della
Metafisica, Bernardo e Tommaso, fin dalla sessione d'inizio
Marcello Sanchez Sorondo, Cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze,
ha richiamato il «culto disinteressato della verità» come fine del sapere. La
verità, ha aggiunto, che «è fine a se stessa, ma, insieme, per il bene» sicchè
solo un sapere secondo verità consente l'incessante «opera di edificazione
continua della pace».
E quale il possibile compito di un sapere costruttivo della
pace quando sia innescata la pratica di una guerra permanente, alimentata dalla
dimensione apocalittica di «una guerra perpetua, ultima, della fine della
storia», definita «preventiva» e dichiarata dagli Stati Uniti d'America dopo
l'attentato dell'11 settembre 2001, ma, come molti hanno precisato (Maria Luisa
Boccia, Mario Tronti, Danilo Zolo, tra gli altri) elaborata a partire dal 1991,
allorché «sul Cremlino cala la bandiera rossa e sale il vessillo della vecchia
Russia» (Tronti)?
Raniero La Valle ha detto puntuali parole su questa guerra
«mai vista prima», che «rinuncia alla legittimità, mentre chiede legittimazione
alla vittoria» e Tom Rockmore ha sottolineato il pericolo gravissimo che gli
Usa corrono rischiando, nel nome d'una guerra alla tirannia, un regime di
«dittatura antidemocratica». In quali termini è necessario considerare le leggi
della guerra ovvero le categorie specifiche elaborate per giudicare della sua
legittimità quando, identificato il nemico come «pura negazione e terrore cade
ogni distinzione e confine tra militare e civile» (Boccia) ed è «la guerra
contro il terrorismo a porsi fuori di ogni legge ed a fondare il terrorismo» (Angelica Nuzzo) in un più ampio
contesto di «nemicizzazione» dell'Altro (Annamaria Rivera)? Argomenti che Luigi
Ferrajoli e Danilo Zolo hanno considerato in rapporto alla esigenza di un
diritto internazionale che «sappia sottoporre l'uso della forza a regole
minimali per ridurre i disastri della guerra» (Zolo); che Domenico Losurdo ha
approfondito analizzando alcuni aspetti della cultura politica statunitense;
che Carla Ravaioli, Domenico Jervolino e Teresa Serra hanno trattato
riflettendo sulla economia neoliberista, sulle culture della pace e sulle nuove
soggettività politiche in rapporto ad una «filosofia della liberazione».
Della guerra in atto - oggi scelta come violenza adeguata ad
imporre regole di convivenza civile - e della pace - oggi predicata come meta
ideale e negata come prassi capace di compensare ineguaglianze e dirimere
conflitti - si è dunque tentato di ragionare. Lo si è fatto secondo i costrutti
del sapere filosofico, riconoscendo nell'aderenza al tema in questione e
nell'intento ad una sua determinazione circostanziata, un modo del conoscere in
filosofia.
Tra le armi tacciono le leggi - silent
leges inter arma - ammaestra Cicerone: si intende che con la guerra le leges non hanno campo e, interdette, sospese, il loro corso
interrotto riprenderà, dopo la parentesi, con la pace restaurata? Ovvero si
vuol dire che la guerra interdice leges
obsolete per affermare con le armi un equilibrio nuovo e perciò fondativo d'un
nuovo diritto? Tronti si è chiesto in che modo instaurare una forza di
dissuasione quando, come oggi accade, il mondo è dominio d'una sola parte, se è
vero che «per la pace contro la guerra è più efficace una pratica di equilibrio
delle forze che una regola al di sopra delle parti».
Antichi dilemmi. Erasmo ne Il
lamento della pace, citando Omero, constata come gli uomini siano presi da
«sazietà anche per cose gradite come il sonno, il cibo, le bevande, le danze,
la musica, mentre dell'infelicità della guerra non si è mai sazi». Ci si è di
nuovo interrogati sul perché di questa permanenza della guerra, come non se ne
riesca ad estirpare la radice. E quanto, in corrispondenza, sia dichiarata
universalmente una volontà di pace. Un antico adagio recita più o meno così:
ecco tra noi la guerra viene a spargere bugie e falsità. Ha scritto Marc Bloch
nel 1921 che la falsità con la guerra «non si propaga, non si amplia, non vive
che a una condizione: trovare nella società in cui si diffonde un terreno di
coltura favorevole. In essa, inconsciamente, gli uomini esprimono i loro
pregiudizi, i loro odi, i loro timori, tutte le loro emozioni forti. Grandi
stati d'animo collettivi sono i soli ad avere il potere di trasformare in una
leggenda una percezione distorta». Un enorme portato delle guerre risiede nelle
poderose rappresentazioni di identità e di appartenenza costruite attraverso la
morte nella speranza d'una vita nuova. E' forse per questo che la realizzazione
effettiva della pace, lungo il corso dei secoli, si è creduto necessario
autorizzare e legittimare dalla guerra? Nessuna risposta definitiva dal
convegno Guerra e pace, ma un richiamo alle
parole di Marc Bloch che ci invitano a meditare sulle cruente giornate di
questi mesi di «guerra preventiva infinita»: «Ora, dal momento in cui l'errore
aveva fatto versare sangue, esso era definitivamente convalidato». Che fare
perché questo non sia?
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