RASSEGNA STAMPA

13 APRILE 2003
GIANNI FOCHI
[Quando Lavoisier sbarcò in Italia

Un nuovo contributo alla storia della scienza italiana ed europea è ora fornito dalla giovane studiosa Raffaella Seligardi e dall'editore Olschki.  Si tratta d'un saggio molto ampio e complesso sugli effetti della rivoluzione chimica nelle varie realtà scientifiche italiane: un panorama assai sfaccettato, che dimostra quanto sia semplicistico voler ridurre il fenomeno all'esistenza di due partiti, quello dei favorevoli e quello dei contrari alle idee di Lavoisier.

Il caso italiano nel libro della Seligardi viene inserito nel quadro generale del dibattito se il grande francese abbia avviato una vera rivoluzione, se cioè rappresenti una discontinuità rispetto alla chimica del suo          tempo, o se invece abbia contribuito all'evoluzione d'un pensiero sviluppatosi nel corso del diciottesimo secolo. L'autrice propende per la seconda tesi: accetta di parlare di rivoluzione, ma protrattasi un sessantennio, sebbene certamente "autoinventatasi" dopo il 1787-1788.  In quegli anni Lavoisier, Guyton de Morveau, Berthollet e Fourcroy pubblicarono il trattato Méthode de nomenclature chimique e uscì il celeberrimo volume lavoisieriano Traité élémentaire de chimie.

Al di fuori della Francia i professori universitari di chimica continuarono in maggioranza abbastanza a lungo a insegnare la teoria del flogisto. Rifiutavano le idee nuove, dimostrando così che almeno loro le percepivano come rivoluzionarie. Nei vari stati italiani solo pochi chimici le accettarono rapidamente; gli altri non se la sentivano d'affidarsi a Lavoisier, che non vedevano come un chimico completo, ma piuttosto solo come uno specialista dei gas.  Magari non s'accorgevano che anche il loro modo di reagire era, per altro verso, molto settoriale; a coloro che, per esempio, s'interessavano di chimica come base della farmacopea non piaceva una nomenclatura basata su singoli composti puri: sembrava incapace d'individuare le sostanze medicinali, le cui proprietà farmacologiche dipendevano anche dalle impurezze legate alla materia prima.

Nell'insieme è interessantissimo notare come «gli scienziati italiani, sistematicamente ignorati per anni dagli storici della rivoluzione chimica di lingua inglese, non fossero affatto marginali nel dibattito europeo», anche se preferiremmo non trovare un altro esempio del diffusissimo vizio di costruire il discorso in modo incauto (qui il testo farebbe pensare che di lingua inglese fosse la rivoluzione e non gli storici).  L'interesse è tanto alto, che al chimico resta un rammarico.

Questa pregevolissima opera è infatti riservata agli storici di professione. Non può attrarre i chimici come tali, cosa che sarebbe invece benemerita.  Per far loro superare lo scoglio di moltissime pagine piene di concetti lontani da quelli che essi imparano oggi, agli autori di testi di questo genere serve una preparazione chimica abbastanza approfondita che permetta loro di tradurre le idee d'un paio di secoli fa in espressioni comprensibili per un chimico moderno (un'operazione del genere può aiutare gli stessi storici a capir davvero gli esperimenti di cui parlano, altrimenti equiparabilí a idee astratte).

E' vero che alla fine del libro c'è un glossario di termini d'epoca, ma non è pensabile che si debba ricorrervi di continuo e ricostruire il pensiero attraverso parole singole.  Senza dire che proprio nel glossario stesso un po' più di precisione chimica ci starebbe bene.

 

Raffaella Seligardi, «Lavoisier in Italia - la comunità scientifica italiana e la rivoluzione chimica», Leo S. Olschki, Firenze 2002, 410 pagine, 49 41,00.
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vedi anche
Storia della filosofia