[Sorprese
di un viaggio all'arcipelago Aristotele
Il libro di Lo Piparo
Alla fondazione Basso di Roma, domani, la discussione del testo su «Aristotele
e il linguaggio», tra i più originali a memoria di anni
Qual è il rapporto tra
natura e cultura? Tra fine anni `60 e inizio anni `70, le scienze umane (e in
prima fila linguistica e filosofia del linguaggio) avevano una soluzione: non
c'è nessun rapporto. La cultura era definita come il luogo della sola storia (a
volte con tonalità storiciste), come uno spazio indipendente, anzi autonomo e remoto
rispetto alla natura. La nozione primaria, marcata, era quella di cultura, e
quella di natura aveva carattere correlativo e contrapposto, residuale. A
reggere questa visione c'era Saussure, ma letto mettendo da parte i pochi ma
importanti riferimenti alla facoltà di linguaggio e alla materialità del
segnale, e di Hjelmslev la distinzione tra forma e sostanza, ma non le
osservazioni importanti sulla materia. La nozione di arbitrarietà (in due
versioni: arbitrarietà debole o convenzionalismo e arbitrarietà radicale)
veniva definita interamente all'interno dei rapporti di significazione, come
una proprietà primaria e quasi magica di spostarne i confini, e al limite di
invertirne i termini. Oggi, al posto di quella soluzione sviante, abbiamo
riguadagnato un vero problema, perché riconosciamo quasi tutti (in forme
diverse) che vi è una connessione, e stabilirne i modi è il centro del
dibattito. Il materialismo è tornato in gioco: ora deve fare i conti con la
complessità dei problemi. La coppia natura-cultura è effettivamente
asimmetrica: è la nozione di natura che doveva essere ed è stata rilavorata.
Occorre una nozione di natura che includa la cultura: la locuzione «seconda
natura» è una buona spia del problema, anche se non è ancora - ovviamente - la
soluzione. E possiamo anche riconquistare un nuovo senso forte e positivo di
`arbitrarietà', approfondendo Saussure e Wittgenstein. La pietra di paragone
della naturalizzazione è il linguaggio (e l'esempio non è casuale, perché tutte
le istituzioni culturali lo implicano). La realizzazione orale delle lingue
parlate era allora considerata assolutamente accidentale: per quella visione le
lingue umane sarebbero le stesse se fossero realizzate con il codice Morse, o
tamburellando sul ventre, e si cercavano ragioni pratiche, funzionali, alla
«scelta» della voce. Oggi invece le condizioni biologiche che orientano le
lingue ad una specifica vocalità sono chiare; e le lingue dei segni dei sordi
sono il terreno cruciale della precisazione (rimedio, per quanto adeguato, ad
un handicap, oppure possibilità equivalente alternativa?)
Così, da più di dieci anni, discutono di natura le
monografie di filosofia del linguaggio e della mente e per questo riesaminano
lingue orali e lingue scritte, operazioni cognitive, eventi mentali e fatti del
mondo, significati linguistici e concetti sensorio-motori, fondamenti della
significazione, specificità dei segni linguistici rispetto ad altri tipi di
segni, rapporto tra natura umana e linguaggio, tra l'animale politico e
l'animale logico-linguistico, continuità e discontinuità della specie umana
rispetto agli animali non umani, attività strumentale e attività finale,
cercando di articolare un nuovo nesso.
Il libro di Franco Lo Piparo riesamina a fondo tutti
questi aspetti e li riorganizza in una teoria del linguaggio che sposta i
confini acquisiti delle nozioni correnti (l'esempio migliore è nel capitolo III
«Una nozione non simbolica di simbolo»), alla luce anche di una discussione
epistemologica su due modelli di natura e di scienza: uno lineare e
unidirezionale (capitolo II «I paradossi dell'architettura lineare»), e l'altro
pluridimensionale e circolare (epilogo «Un'architettura biolinguistica
circolare e tridimensionale»). La nozione di natura e la nozione di scienza che
così ci fa apparire sono più vicine a quelle delle scienze naturali
contemporanee (della nuova fisica, in particolare), e giustificano il rilievo
che acquistano nozioni matematiche e geometriche nella considerazione dei
fenomeni linguistici e cognitivi.
Lo Piparo aveva iniziato il suo percorso di ricerca dalla
partecipazione piena a quella prospettiva di trent'anni fa, e da una
insoddisfazione crescente per quel quadro teorico, e giunge ora ad una nuova
sistemazione complessiva di grande originalità e fascino. Avrebbe potuto avere
Wittgenstein come interlocutore, in questo volume che ridisegna l'orizzonte
della nuova naturalità linguistica, come in effetti lo ha avuto in alcuni dei
saggi che hanno segnato l'evoluzione della sua ricerca, rileggendolo oltre le
facili schematizzazioni. Ha invece scelto Aristotele, che è stato, insieme a
Wittgenstein, il suo autore di riferimento negli ultimi anni. Ma - attenzione -
l'origine della ricerca è propriamente teorica: Aristotele è stato incontrato
presto, perché in quegli anni veniva presentato come il campione del
convenzionalismo che costituiva il complemento necessario di quella idea
parziale di natura, e anzi per quella prospettiva si parlava proprio di
«aristotelismo linguistico». Il linguaggio in Aristotele era studiato su un ridotto
insieme di passi: il proemio di «Sulla Interpretazione», il capitolo 20 della
«Poetica», e pochi altri. Lo Piparo ha preso invece in considerazione il
linguaggio come risulta da tutto il vasto e articolato complesso dell'opera di
Aristotele: le opere etico-politiche, quelle biologiche, quelle fisiche.
Interrogare i testi partendo da una domanda teorica, e senza compiere peccati
di omissione, legando teoria e storia, porta a risultati non scontati.
Con una scelta ardita e felice di esposizione a spirale,
dopo il primo capitolo («L'animale linguistico») che pone i fondamenti della
ricerca, i capitoli dal II al VII partono ciascuno da uno dei problemi teorici
e filologici che costellano il breve e densissimo testo del proemio di «Sulla
Interpretazione» (le righe 16a 3-8), facendo convergere su questo gli altri e
determinanti contesti di Aristotele, e le progressive acquisizioni teoriche,
fino a darne nell'epilogo una nuova traduzione completa, e chiudere così il
cerchio della teoria proposta. Ci sono infatti due modi intrecciati di leggere
questo libro. I lettori interessati a una teoria della natura e del linguaggio
umani troveranno una monografia matura, avvincente e personale, una voce
autorevole nel dibattito attuale. I lettori interessati al pensiero (non solo
linguistico) di Aristotele troveranno un libro sconvolgente, il più originale
che sia stato scritto, in Italia e fuori, da moltissimi anni.
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