[Il buon
governo dell'ignoranza
Limiti e prerogative del pensiero critico in una indagine condotta sui
confini tra la ragione e i suoi paradossi. Una «Storia filosofica
dell'ignoranza» scritta da Stefano Velotti per Laterza
In un'epoca come la nostra, nella quale l'ignoranza si presenta con il
volto di un fenomeno sociale dilagante, tentare di legittimarla sul piano
filosofico può apparire un'operazione equivoca, una ratifica del senso comune
che si rifugia nel meno dispendioso dei patrimoni dell'intelligenza per
difendersi dalle sfide della complessità e trovar scampo dall'impossibilità di
ricondurre quel che accade negli schemi di una comprensione ordinata. La
rivendicazione di un tratto barbarico è stata un ingrediente non irrilevante
delle lotte rivoluzionarie del passato, laddove a una buona dose di «sana» e
demistificatrice ignoranza si attribuiva la virtù di mettere in luce la
differenza tra valori autentici e inautentici, cioè rispondenti ai bisogni reali
dell'umanità oppure prodotti dall'artificialità di un sistema di vita fondato
su meccanismi alienanti. Oggi, però, l'ignoranza è l'elemento più vistoso che
accomuna gran parte della gens nova salita
alla ribalta degli scenari del potere mondiale, è un virus che ha attecchito
ovunque e di cui facciamo continuamente prova in prima persona, nelle più
piccole manifestazioni della nostra esistenza quotidiana. Non potendola più
considerare una forza positiva, né tantomeno liberatoria, il problema di fronte
al quale ci troviamo sembra essere quello di difenderci dall'ignoranza, non di
concederle spazio. Ma come tracciare i confini dell'ignoranza se, per
definizione, essa indica ciò che non si conosce? E come pensare di arginarla o
contenerla se la sua fonte risiede in una sproporzione insuperabile, ovvero,
come diceva Karl Popper, «nel fatto che la nostra conoscenza può essere solo
finita, mentre la nostra ignoranza non può essere che, di necessità, infinita»?
Scrivendo una singolare e ben riuscita Storia filosofica dell'ignoranza (Laterza, pp. 22,
E.18,00), Stefano Velotti ha cercato di rendere meno oscuro questo terreno
sabbioso e pieno di insidie, nel quale la ragione rischia di rimanere vittima
dei suoi stessi paradossi. Non riabilitare l'ignoranza, ma imparare a
conoscerla meglio, per così dire, è l'obiettivo di un'analisi che suona, nei
fatti, come una schietta dichiarazione di fiducia nei confronti del pensiero
critico, consapevole tanto dei suoi limiti quanto delle sue prerogative. Esiste,
in filosofia, una solida tradizione della «buona» ignoranza che risale per un
verso a Socrate, alla saggezza del suo «sapere di non-sapere», per un altro al
neoplatonismo, all'idea che il nostro sapere sia solo congetturale, essendo la
verità irraggiungibile e la sapienza di cui ci vantiamo, dunque, solo una
«dotta ignoranza», come insegnava Niccolò Cusano. Ed esiste una tradizione
scettica dell'ignoranza le cui radici affondano negli argomenti dell'antica
sofistica, quelli che definivano la conoscenza impossibile e che screditavano,
perciò, ogni forma di sapere positivo. Velotti ripercorre con agilità questa
storia, così come passa in rassegna e distingue con precisione molti dei
numerosi significati che attribuiamo alla parola «ignoranza», cercando di
evidenziare quali siano filosoficamente rilevanti. Il suo studio, però, si
sofferma soprattutto sulla traccia che quella storia ha lasciato nel presente,
negli sforzi compiuti dal pensiero del nostro tempo per mantenersi in
equilibrio sul difficile crinale che divide e lega insieme, con un solo gesto,
sapere e ignoranza.
«Non si scrive che al limite del proprio sapere», ha
affermato Deleuze, «su quella punta estrema che separa il nostro sapere e la
nostra ignoranza, e che fa passare l'una nell'altra». Credere che l'ignoranza sia
solo un residuo, un margine destinato a ridursi con il progresso delle
conoscenze, è un'illusione. Nell'ignoranza, sostiene Velotti, dobbiamo vedere
piuttosto una condizione interna della nostra esperienza. Meglio ancora, è il
sintomo del fatto che esperienza e conoscenza non sono la stessa cosa, e che se
la conoscenza si fonda sull'esperienza, questa rinvia a sua volta a una matrice
inconoscibile, eppure continuamente attiva nei nostri processi di comprensione.
L'ignoranza da ripensare, dunque, non è quella che paralizza la ragione, ma è
semmai quella che la riporta a terra, le indica i suoi limiti la riconsegna a
un orizzonte di senso nel quale non domina, inconstrata, la nostra pretesa di
conoscere tutto.
Sulla scorta di Kant, al quale sono dedicati ampi passaggi
del libro, si potrebbe definire «critica» l'ignoranza di cui Velotti parla ed
«estetica», in particolare, la dimensione nella quale essa si colloca. È
infatti l'ultimo Kant, quello della Critica della
facoltà di giudizio, a offrire numerosi spunti utili a superare l'impasse nella quale finisce per chiudersi gran parte del
dibattito filosofico contemporaneo: quello americano, al quale l'autore si
riferisce di continuo, ma anche quello «continentale», al quale rinviano le
analisi di Merleau-Ponty, di Jankélévitch e dello stesso Deleuze. Sono le
indagini di Kant sul giudizio estetico a mostrare come il fondo di ignoranza
sul quale poggia ogni nostra esperienza sia qualcosa di indeterminato e
tuttavia produttivo, qualcosa di non ulteriormente razionalizzabile e tuttavia
capace di articolarsi in contenuti, qualcosa di soggettivo e tuttavia
universale, cioè comunicabile e condiviso da chiunque faccia esperienza. Che
una simile condizione sia «estetica» non significa che essa si applichi solo ai
fenomeni della bellezza o a ciò che siamo soliti chiamare «opera d'arte»: al
contrario, è una condizione che riguarda ogni nostra esperienza, conoscitiva e
non conoscitiva, dato che - come scrive Velotti - noi «pensiamo sempre più di
quel che possiamo esibire sensibilmente» e «sentiamo sempre più di quel che
possiamo rendere concettualmente». Un pensiero capace di assegnare
all'ignoranza il posto che le spetta fra le componenti attive della nostra
esperienza, allora, non potrà che declinarsi come un'estetica in senso
kantiano, cioè come un'analisi dell'esperienza non limitata esclusivamente alla
bellezza e alle opere d'arte. Se queste ultime conservano un ruolo
privilegiato, non è perché rappresentino l'oggetto dell'estetica, ma appunto
perché funzionano «come cerniere fra il sapere e il non sapere, tra la
conoscenza e l'ignoranza», dunque perché mantengono aperto uno sguardo su quel
fondo della nostra esperienza da cui il progetto di una conoscenza priva di
lati oscuri tende inevitabilmente a distaccarsi.
Molti episodi della storia dell'estetica confermano questa
impostazione. Velotti ne studia diversi, a cominciare da quelle teorie
settecentesche che individuano in una sorta di «non so che» la disposizione
sensibile che non possiamo spiegare, ma che pure avvertiamo, quando facciamo
esperienza del bello. Fra i casi presi in esame, tuttavia, di particolare
interesse è quello di John Keats, con la sua idea di una «capacità negativa»
che ci trattiene dal «correre dietro ai fatti e alla ragione» per trattenerci
all'altezza del «mistero» e dell'«incertezza». Keats, commenta Velotti, non
pensa in questo caso a un'ignoranza che paralizza il pensiero, ma a una
capacità di «non fare», a una sorta di uso critico della «indolenza» vissuta
come freno di fronte al rischio fondamentale insito nel progetto della scienza
moderna, quello che espropria l'esperienza dei suoi contenuti rimettendoli di
una conoscenza metodica e rigorosa.
L'espressione «capacità negativa» - forse accostabile a
quella che Giorgio Agamben, così interpretando la teoria aristotelica, ha
definito «potenza di non» fare o essere - indica la prospettiva sulla quale si
aprono le pagine di questa Storia filosofica
dell'ignoranza: un esercizio di libertà che si identifica con il lavoro
della critica e con la possibilità di restituire consistenza a quei contenuti
indeterminati della nostra esperienza dalla cui articolazione in uno spazio
pubblico può venire, forse, anche un argine contro le forme spurie
dell'ignoranza contemporanea.
|