RASSEGNA STAMPA

19 MARZO 2003
STEFANO CATUCCI
[Il buon governo dell'ignoranza
Limiti e prerogative del pensiero critico in una indagine condotta sui confini tra la ragione e i suoi paradossi. Una «Storia filosofica dell'ignoranza» scritta da Stefano Velotti per Laterza
 
In un'epoca come la nostra, nella quale l'ignoranza si presenta con il volto di un fenomeno sociale dilagante, tentare di legittimarla sul piano filosofico può apparire un'operazione equivoca, una ratifica del senso comune che si rifugia nel meno dispendioso dei patrimoni dell'intelligenza per difendersi dalle sfide della complessità e trovar scampo dall'impossibilità di ricondurre quel che accade negli schemi di una comprensione ordinata. La rivendicazione di un tratto barbarico è stata un ingrediente non irrilevante delle lotte rivoluzionarie del passato, laddove a una buona dose di «sana» e demistificatrice ignoranza si attribuiva la virtù di mettere in luce la differenza tra valori autentici e inautentici, cioè rispondenti ai bisogni reali dell'umanità oppure prodotti dall'artificialità di un sistema di vita fondato su meccanismi alienanti. Oggi, però, l'ignoranza è l'elemento più vistoso che accomuna gran parte della gens nova salita alla ribalta degli scenari del potere mondiale, è un virus che ha attecchito ovunque e di cui facciamo continuamente prova in prima persona, nelle più piccole manifestazioni della nostra esistenza quotidiana. Non potendola più considerare una forza positiva, né tantomeno liberatoria, il problema di fronte al quale ci troviamo sembra essere quello di difenderci dall'ignoranza, non di concederle spazio. Ma come tracciare i confini dell'ignoranza se, per definizione, essa indica ciò che non si conosce? E come pensare di arginarla o contenerla se la sua fonte risiede in una sproporzione insuperabile, ovvero, come diceva Karl Popper, «nel fatto che la nostra conoscenza può essere solo finita, mentre la nostra ignoranza non può essere che, di necessità, infinita»?

Scrivendo una singolare e ben riuscita Storia filosofica dell'ignoranza (Laterza, pp. 22, E.18,00), Stefano Velotti ha cercato di rendere meno oscuro questo terreno sabbioso e pieno di insidie, nel quale la ragione rischia di rimanere vittima dei suoi stessi paradossi. Non riabilitare l'ignoranza, ma imparare a conoscerla meglio, per così dire, è l'obiettivo di un'analisi che suona, nei fatti, come una schietta dichiarazione di fiducia nei confronti del pensiero critico, consapevole tanto dei suoi limiti quanto delle sue prerogative. Esiste, in filosofia, una solida tradizione della «buona» ignoranza che risale per un verso a Socrate, alla saggezza del suo «sapere di non-sapere», per un altro al neoplatonismo, all'idea che il nostro sapere sia solo congetturale, essendo la verità irraggiungibile e la sapienza di cui ci vantiamo, dunque, solo una «dotta ignoranza», come insegnava Niccolò Cusano. Ed esiste una tradizione scettica dell'ignoranza le cui radici affondano negli argomenti dell'antica sofistica, quelli che definivano la conoscenza impossibile e che screditavano, perciò, ogni forma di sapere positivo. Velotti ripercorre con agilità questa storia, così come passa in rassegna e distingue con precisione molti dei numerosi significati che attribuiamo alla parola «ignoranza», cercando di evidenziare quali siano filosoficamente rilevanti. Il suo studio, però, si sofferma soprattutto sulla traccia che quella storia ha lasciato nel presente, negli sforzi compiuti dal pensiero del nostro tempo per mantenersi in equilibrio sul difficile crinale che divide e lega insieme, con un solo gesto, sapere e ignoranza.

«Non si scrive che al limite del proprio sapere», ha affermato Deleuze, «su quella punta estrema che separa il nostro sapere e la nostra ignoranza, e che fa passare l'una nell'altra». Credere che l'ignoranza sia solo un residuo, un margine destinato a ridursi con il progresso delle conoscenze, è un'illusione. Nell'ignoranza, sostiene Velotti, dobbiamo vedere piuttosto una condizione interna della nostra esperienza. Meglio ancora, è il sintomo del fatto che esperienza e conoscenza non sono la stessa cosa, e che se la conoscenza si fonda sull'esperienza, questa rinvia a sua volta a una matrice inconoscibile, eppure continuamente attiva nei nostri processi di comprensione. L'ignoranza da ripensare, dunque, non è quella che paralizza la ragione, ma è semmai quella che la riporta a terra, le indica i suoi limiti la riconsegna a un orizzonte di senso nel quale non domina, inconstrata, la nostra pretesa di conoscere tutto.

Sulla scorta di Kant, al quale sono dedicati ampi passaggi del libro, si potrebbe definire «critica» l'ignoranza di cui Velotti parla ed «estetica», in particolare, la dimensione nella quale essa si colloca. È infatti l'ultimo Kant, quello della Critica della facoltà di giudizio, a offrire numerosi spunti utili a superare l'impasse nella quale finisce per chiudersi gran parte del dibattito filosofico contemporaneo: quello americano, al quale l'autore si riferisce di continuo, ma anche quello «continentale», al quale rinviano le analisi di Merleau-Ponty, di Jankélévitch e dello stesso Deleuze. Sono le indagini di Kant sul giudizio estetico a mostrare come il fondo di ignoranza sul quale poggia ogni nostra esperienza sia qualcosa di indeterminato e tuttavia produttivo, qualcosa di non ulteriormente razionalizzabile e tuttavia capace di articolarsi in contenuti, qualcosa di soggettivo e tuttavia universale, cioè comunicabile e condiviso da chiunque faccia esperienza. Che una simile condizione sia «estetica» non significa che essa si applichi solo ai fenomeni della bellezza o a ciò che siamo soliti chiamare «opera d'arte»: al contrario, è una condizione che riguarda ogni nostra esperienza, conoscitiva e non conoscitiva, dato che - come scrive Velotti - noi «pensiamo sempre più di quel che possiamo esibire sensibilmente» e «sentiamo sempre più di quel che possiamo rendere concettualmente». Un pensiero capace di assegnare all'ignoranza il posto che le spetta fra le componenti attive della nostra esperienza, allora, non potrà che declinarsi come un'estetica in senso kantiano, cioè come un'analisi dell'esperienza non limitata esclusivamente alla bellezza e alle opere d'arte. Se queste ultime conservano un ruolo privilegiato, non è perché rappresentino l'oggetto dell'estetica, ma appunto perché funzionano «come cerniere fra il sapere e il non sapere, tra la conoscenza e l'ignoranza», dunque perché mantengono aperto uno sguardo su quel fondo della nostra esperienza da cui il progetto di una conoscenza priva di lati oscuri tende inevitabilmente a distaccarsi.

Molti episodi della storia dell'estetica confermano questa impostazione. Velotti ne studia diversi, a cominciare da quelle teorie settecentesche che individuano in una sorta di «non so che» la disposizione sensibile che non possiamo spiegare, ma che pure avvertiamo, quando facciamo esperienza del bello. Fra i casi presi in esame, tuttavia, di particolare interesse è quello di John Keats, con la sua idea di una «capacità negativa» che ci trattiene dal «correre dietro ai fatti e alla ragione» per trattenerci all'altezza del «mistero» e dell'«incertezza». Keats, commenta Velotti, non pensa in questo caso a un'ignoranza che paralizza il pensiero, ma a una capacità di «non fare», a una sorta di uso critico della «indolenza» vissuta come freno di fronte al rischio fondamentale insito nel progetto della scienza moderna, quello che espropria l'esperienza dei suoi contenuti rimettendoli di una conoscenza metodica e rigorosa.

L'espressione «capacità negativa» - forse accostabile a quella che Giorgio Agamben, così interpretando la teoria aristotelica, ha definito «potenza di non» fare o essere - indica la prospettiva sulla quale si aprono le pagine di questa Storia filosofica dell'ignoranza: un esercizio di libertà che si identifica con il lavoro della critica e con la possibilità di restituire consistenza a quei contenuti indeterminati della nostra esperienza dalla cui articolazione in uno spazio pubblico può venire, forse, anche un argine contro le forme spurie dell'ignoranza contemporanea.

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