![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 10 MARZO 2003 |
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«L’anima?
Solo una reazione biochimica»
Francis Crick, «padre» del Dna: è un processo che dipende
da un piccolo gruppo di cellule del cervello
ROMA - La sua tesi da
anni irrita i cattolici. Ma Francis Crick, il padre del Dna, insiste. E, in
coincidenza con il cinquantenario della scoperta della doppia elica, torna a
battere il tasto su un tema che lo appassiona. L’anima, sostiene lo scienziato
ottantaseienne, non ha niente di soprannaturale, di spirituale. Non è altro che
il risultato di un processo neurobiologico che dipende da un piccolo gruppo di
cellule cerebrali. Banale prodotto dell’organo della mente, il cervello, come
potrebbero essere una emozione o un movimento. Assieme al co-autore Christopher
Koch, il vincitore del premio Nobel, certo che anima e promessa di vita eterna
non esistono, condensa le sue conclusioni in un articolo pubblicato sull’ultimo
numero della rivista britannica Neuroscience , ampiamente ripreso
anche dalla stampa anglosassone dove sono particolarmente sensibili a questo
dibattito.
«La convinzione è che le nostre menti, il comportamento dei nostri cervelli,
possono essere interamente spiegati dall’interazione dei neuroni», ha più volte
affermato Crick nel commentare i suoi studi su pazienti con lesioni cerebrali,
in particolare affetti da epilessia, e animali. «E’ ormai evidente che la
coscienza nasce da reazioni biochimiche - conviene Koch, professore di Scienze
neurologiche all’Istituto di tecnologia della California, citando una frase del
lavoro appena pubblicato -. Per la prima volta abbiamo uno schema coerente e
complessivo di quello che è la coscienza in termini filosofici, psicologici e
neuronali».
Affermazioni capaci di riaccendere l’antica miccia. Il reverendo Michael Reiss,
dell’Università di Londra, ha l’aria di non voler dar peso alla teoria di
Crick, liquidandola con un gesto della mano. «Ha solo scoperto le componenti
neurologiche della coscienza, sarebbe come dire che la cattedrale è un insieme
di pietre. Evidenza innegabile, ma semplicistica e non rende l’idea».
Perplessi i commentatori italiani. Il contenuto dell’articolo su Neuroscience
non suona certo come una novità assoluta. Secondo Paolo Nichelli,
Dipartimento di neuroscienze all’Università di Modena e Reggio Emilia, studioso
delle emozioni, non convince neppure il metodo di indagine che è servito a
Crick per chiudere il cerchio: «La sua tesi non è verificabile. Non c’è
evidenza che i pazienti con un certo tipo di lesioni abbiano perso la coscienza
di sé, l’anima. Inoltre esistono tanti livelli di coscienza, è difficile
distinguere tra l’uno e l’altro. Non c’è la prova che questa dipenda da un
gruppo ben circoscritto di strutture nervose, come vorrebbero farci credere. Conclusioni
di questo genere sono riduttive».
Non arriva inatteso il commento di Adriano Pessina, direttore del Centro di
bioetica dell’Università Cattolica a Milano: «Fantascienza». E chiarisce bene
la distinzione tra coscienza e cervello: «La prima è la capacità dell’uomo di
rendersi conto di esistere. L’anima è ciò che lo fa esistere. E’ la causa della
coscienza, esiste prima di essa. Ecco perché diciamo che l’embrione, fin dagli
inizi della vita, ha un’anima anche se ancora privo di cervello». Nell’accezione
cattolica l’anima è il principio unificatore dell’organismo umano e distingue
l’uomo da animali e piante: «Crick e compagni ripercorrono la strada indicata
da Cartesio e ormai abbandonata - continua Pessina -. A differenza di quanto
affermano non può esistere nessuna identità tra spirito e mente».