RASSEGNA STAMPA

28 FEBBRAIO 2003
HANS GEORG GADAMER
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L’INEDITO Il grande filosofo tedesco alle prese con la sfida del pensiero popperiano

GADAMER Una via per far ritorno a Platone

 

Guardando indietro, ai lunghi decenni di lavoro su Platone, nei quali si è cercato in modo particolare di trovare una via produttiva verso il pensiero di Platone sullo Stato, ci si trova confrontati ad una critica complessiva. Si tratta della sfida che oggi è specialmente legata al nome di Karl Popper, ma che non deve la sua presenza nella nostra coscienza filosofica solo al Popper del 1980, e nemmeno solo al Popper del 1950. Si tratta di un problema antico (...).

Il contributo dato da Popper alla questione si inserisce in una grande tradizione, che parte da Hobbes e che, attraverso Grote, il Positivismo, Hegel e Nietzsche, attraverso i filologi e gli storici della filosofia viennesi - gente del calibro di Theodor e Heinrich Gomperz (ma anche Toynbee appartiene a questa linea ) - conduce fino a Popper. Il libro di Popper fu scritto tra il 1938 e il 1943 in Nuova Zelanda. Laggiù, nel luogo più lontano possibile, letteralmente agli antipodi degli spaventosi eventi che accadevano nella nostra Mitteleuropa egli, leggendo Platone e Hegel e Marx, cercò di fare la resa dei conti, riflettendo sullo sprofondamento della vita civile nella più terrificante barbarie della quale, come appartenente al mondo culturale tedesco, con orrore crescente veniva via via a sapere anche a quella immensa distanza. Il libro venne prima pubblicato in Nuova Zelanda, nel 1944, poi negli Stati Uniti nel 1950, mentre l'edizione tedesca è del 1955. Dunque, sono passati circa quaranta anni da quando il libro è stato scritto. È molto tempo. E, di fatto, tra le cose più notevoli che ci si possano aspettare da chi oggi voglia dire la sua sul pensiero di Platone riguardo allo Stato, c'è proprio una presa di posizione su questo giudizio contrario espresso da Popper.

Ora, non ci si aspetterà certo da me che io svolga una critica ed una confutazione filologica dettagliata degli errori di Popper. Vorrei invece riflettere sulla concezione preliminare(Vorverständnis), sulla base della quale Popper e la tradizione cui egli appartiene hanno sviluppato una loro lettura di Platone, e vorrei poi tentare di criticare questa concezione preliminare verificandola sui testi, e cercando di interpretare in quale modo essa sia stata applicata qua e là.

In questa operazione, la prima cosa da chiarire è che gli scritti di Platone sullo Stato rappresentano per noi tutti una grossa sfida; infatti, è una sfida straordinaria quella che Platone lancia all'Umanesimo - che onora in Platone uno dei suoi grandi eroi - così come alla coscienza cristiana e a quella liberale moderna. Oggi, la nostra coscienza storica è cresciuta a sufficienza da farci essere coscienti del fatto che, qui, abbiamo a che fare con formazioni sociali e rapporti politici i quali, in quanto "laici", non sono affiancati da alcuna chiesa. Non ho detto "religione", ma "chiesa". L'ordinamento sacrale della vita antica non conosceva unacivitas che fosse solo laica, all'interno della quale rappresentare il costituirsi politico della vita sociale, così come è intesa dal pensiero statale moderno. E dunque è chiaro che, se seguiamo le comuni tradizioni di pensiero, ci troviamo fin dall'inizio in un rapporto duplice e singolare con il pensiero platonico. Da un lato, infatti, abbiamo una massa di idee politiche, cresciuta fin quasi all'estremo, che ci è estranea e che ci si contrappone a mo' di sfida, e, dall'altro lato, Platone ci tocca come un'anima naturaliter christiana. È questa la tensione nella quale viene inevitabilmente a trovarsi la nostra concezione preliminare. La socraticadocta ignorantia, l'istanza socratico-platonica dell'ultima resa dei conti, che si pone nel dialogo e nella dialettica, contribuisce a costituire l'idea di sé dell'uomo occidentale, ed è entrata nel complesso unitario dellaWirkungsgeschichte, cioè della determinazione storica del platonismo cristiano. Il potere che tale determinazione storica detiene nella creazione di tradizioni è così forte che noi, per prima cosa, dobbiamo leggere tutti i testi antichi che ci sono stati tramandati con gli occhi di questo platonismo cristiano. Tuttavia, nel corso del XIX secolo, questa ovvia unità della determinazione storica del Platonismo cristiano si è dissolta sotto il peso della storia, e oggi si deve essere coscienti del fatto che anche l'interpretazione filosofica di Platone ha letto l'opera platonica in base ad una concezione preliminare mutata. Per rendere tutto ciò più chiaro, qui di seguito vorrei utilizzare per prima cosa alcuni concetti di Popper, in modo che risulti più chiaro il riferimento ai problemi in questione.

Alcune categorie

interpretative popperiane

Il primo concetto è quello dell'essenzialismo. Si tratta di una parola che Popper usa per il realismo concettuale della tradizione medievale, giacché egli, a ragione, considerava il "realismo" della dottrina degli universali come un concetto alquanto oscuro e fuorviante per i profani. È chiaro che la sua critica dell'essenzialismo esprime la sua stessa posizione nei confronti dell'idealismo. In realtà, egli intende l'idealismo platonico a partire dalla sua forma medievale e pre-kantiana. Tuttavia, questo essenzialismo si è trasformato proprio attraverso l'idealismo tedesco e le sue conseguenze; esso è effettivamente nato dalla grande tradizione del realismo concettuale della scolastica, ma poi si è trasformato quasi nel proprio contrario. Questo appare evidente nella filosofia del XIX secolo. Così, la scuola neokantiana di Marburgo insegnava che, in verità, l'idea altro non è che la legge naturale. L'idea rappresenterebbe la permanente durevolezza di ciò che resta, di ciò che permane a dispetto di qualsiasi cambiamento, ed è dunque contrapposta ai fenomeni mutevoli che obbediscono invece alla legge naturale. Ma tale idea possiede soltanto il valore di un'ipotesi. Questa fu già l'interpretazione di Platone nello spirito di Galilei fatta da Natorp, il quale si rifaceva al giovane Cohen. In realtà, Galilei si era richiamato a Platone nel criticare l'aristotelismo mummificato del proprio secolo. Ancora più facile fu per il neo-kantismo riprendere Kant, e leggere poi Platone completamente alla luce di Kant.De mundi sensibilis atque intelligibilis forma et principii era il platonizzante titolo della dissertazione di Kant. Ma non fu questo neo-platonismo metafisico che Kant rinnovò; si trattò piuttosto di una difesa del mondo sensibile contro la sua negazione da parte del razionalismo della dominante metafisica di scuola. Fu poi grande merito di Hegel (e, io credo, anche l'averlo reso plausibile nei suoi lavori) il fatto di essersi anch'egli spinto, nel suo percorso all'indietro fino ai filosofi greci, al di là della "metafisica della sostanza" (Substanz-Metaphysik), e dunque al di là dell'essenzialismo secondo Popper. Il suo sforzo valse a colui che l'aveva compiuto il produttivo superamento dei concetti di soggettività e di coscienza, che anche ai suoi occhi rappresentava la verità propria dell'era moderna, e la possibilità di dimostrare la mediazione tra il generale ed il particolare come percorso specifico del pensiero speculativo.

Infine, accanto a Paul Natorp, non si dovrebbe dimenticare,honoris causa, l'importantissimo storico della filosofia e studiosi di Platone di quest'epoca, Julius Stenzel, che ha liberato l'interpretazione neo-kantiana da tutti i suoi anacronismi. Tutti questi studiosi hanno articolato l'essenzialismo concepito da Popper attraverso argomentazioni critiche che, per molti aspetti, hanno tolto terreno all'idea stessa di Popper. L'unica eccezione in questo campo è rappresentata da Heidegger, il cui pensiero ha esercitato il massimo influsso sulla mia generazione e la cui interpretazione di Platone è più vicina a quella di Popper, nella misura in cui Heidegger ha subordinato totalmente il pensiero platonico al concetto aristotelico di metafisica. Egli concepiva infatti la metafisica come onto-teologia, vale a dire come il progetto di una dottrina dell'essere che compie la vera esperienza della realtà dell'essere (Sein) e del senso dell'essere proprio inciò che è (Seiend) al massimo grado, cioè nel divino. Tutto lo sforzo del pensiero platonico non era per Heidegger che una prefigurazione di questa metafisica. E tuttavia è proprio il giovane Heidegger - come possiamo verificare grazie alle recenti pubblicazioni nell'opera omnia heidegggeriana - ad aver attraversato il platonismo antico di Plotino e di Agostino e seguito - nelle sue lezioni su Teeteto e sui sofisti - il concetto dellaAlétheia, che a Platone, come pure ad Aristotele, si mostrava in una luce completamente diversa da quella del nostro essenzialismo medievale e del nostro idealismo dell'epoca moderna.

Tutto questo può bastare a caratterizzare il punto di inserimento del mio lavoro, e di ciò che mi sembra degno di discussione. Intendo con ciò, in primo luogo, la svolta ermeneutica, che mi pare inevitabilmente collegata allo studio dei dialoghi platonici. In un certo senso, questa era stata già l'esigenza posta dal Romanticismo tedesco, da Schlegel e da Schleiermacher per primi, gli scopritori del principio dialogico come schema metafisico di fondo dell'identificazione della verità.

Esistono però buone ragioni del perché non sia affatto facile - anche per i tanti e vari conoscitori dell'artigianato dei concetti - mettere a fuoco, nel dialogo platonico, la realtà vivente del discorso e dell'essere umano coinvolto nel discorso. I moderni studi su Platone, a partire dal periodo post-Schleiermacher fino ad arrivare al nostro secolo avanzato, non hanno dedicato la benché minima attenzione allaMìmesis drammatica dei dialoghi platonici. A ciò si è aggiunto il fatto che l'analisi filosofica non ha affatto riflettuto sul paradosso ermeneutico del quale noi siamo preda quando mettiamo a confronto tra loro, come se fossero due fonti della stessa natura, le analisi e le carte di lavoro aristoteliche da un lato con i dialoghi platonici dall'altro. Di questo rischio aveva già avvertito, fin dal 1912, Werner Jaeger. (...)

(Titolo originale:Il pensiero platonico

nelle utopie, una interpretazione,

copyrightI libri di Reset, 2003)

 

 

 

 

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vedi anche
Filosofia (e) politica