RASSEGNA STAMPA

25 FEBBRAIO 2003
editoriale
[Così la scienza cambia il diritto

«Attenzione a non confondere la biologia con la biografia, e a non lasciarsi catturare dalla ”mistica del Dna” che, portata all’estremo, finisce per identificare l’uomo con i suoi geni». Il monito lanciato ieri da Stefano Rodata nel concludere il suo intervento su ”Bioetica e diritti fondamentali”, e più in generale la sua disamina sui ”nuovi diritti” legati all’applicazione dell’innovazione scientifica al ciclo della vita, hanno probabilmente offerto più di uno spunto di riflessione ad una comunità universitaria che ha da poco inaugurato un corso di laurea sulle Biotecnologie e che ha in Giurisprudenza un altro dei suoi punti di forza. Rodotà, che è docente di Diritto civile presso l’Università ”La Sapienza” di Roma, ma è conosciuto soprattutto come ”Garante per la privacy” (oltre che come coautore della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea) ha toccato tutti i temi caldi del dibattito scientifico: la clonazione, la nuova nozione di salute, la procreazione assistita, i trapianti. «Le innovazioni che riguardano la vita umana - ha ammesso - sono le più difficili da metabolizzare. Ecco perché c’è una forte richiesta di regole anche in ambiti in cui dovrebbe prevalere il libero arbitrio degli individui. Le regole, in questi casi, servono a metterci al riparto da scelte troppo impegnative». Scelte legate all’esercizio di un nuovo corpus di diritti magari non ancora espressamente codificati da molti ordinamenti ma sempre più spesso richiamati da sentenze, codici deontologici, accordi internazionali. Il diritto di procreare, ad esempio, anche al di fuori della vita di coppia; il diritto di nascere, ma anche il diritto di non nascere: a questo proposito Rodotà ha citato una sentenza della corte suprema francese che ha riconosciuto ad una persona nata con un grave handicap il diritto di essere risarcita da parte di chi l’aveva messa al mondo nonostante tutto. E poi, ancora, il diritto dei genitori di scegliere il sesso del nascituro, in genere collegato alla necessità di evitare la trasmissione di malattie genetiche, o il diritto dei figli di genitori ignoti di conoscere la propria origine biologica; il diritto di morire rifiutando l’accanimento terapeutico, e il diritto di non subire discriminazioni quando la nostra ”carta d’identità” genetica rende più probabile l’instaurarsi di alcune patologie. Ultime battute dedicate al problema dei brevetti che fanno lievitare il costo di farmaci che potrebbero salvare la vita a milioni di persone, e a quello dei trapianti tra viventi per scopo di lucro: «Occorre assolutamente evitare - ha concluso Rodotà - che il mondo si divida in produttori e consumatori di organi».

 

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