RASSEGNA STAMPA

15 FEBBRAIO 2003
FRANCA PORCIANI
[IL DIBATTITO SCIENTIFICO
Non andava immolata, era importante studiare la sua malattia


Il biologo Sgaramella: qualcosa non va. Rapporto Usa sui cloni: condizioni di salute scadenti

Dolly è stata «immolata», non si sa bene perché. Come sottolinea Vittorio Sgaramella, professore di Biologia molecolare all’Università della Calabria, sarebbe stato importante per la ricerca scientifica vedere come evolveva la sua malattia. La morte precoce della pecora più famosa del mondo dimostra, comunque, che qualcosa non va negli animali clonati. Esemplari rari ufficialmente - duecento quelli oggetto di pubblicazione scientifica -, assai più numerosi in realtà. In Giappone esisterebbero, addirittura, più di duecento «fotocopie» di specie diverse. La fattoria della clonazione dal ’97 ad oggi si è arricchita di mucche, tori (come Galileo clonato nel ’99 da Cesare Galli a Cremona), vitelli, capre, maiali, topi e un gatto, nato in America alla fine del 2001 nei laboratori della Texas A&M University. Prodigi di una genetica avveniristica, ma imperfetti, vulnerabili.
I dati pubblicati l’anno scorso negli Stati Uniti dalla National Academy of Sciences dimostrano che le loro condizioni di salute sono scadenti, fermo restando che già nascere da un processo così artificioso è difficile. Spiega Cesare Galli, direttore del Laboratorio di tecnologie della riproduzione di Cremona : «Per i ruminanti, complessivamente, la percentuale di gravidanze che arriva a termine non supera il 5%. Il problema più vistoso è il cattivo funzionamento della placenta, talvolta anche in una fase avanzata, al settimo o all’ottavo mese della vita intrauterina».
Sta di fatto che di questi animali replicati meno dell’1% raggiunge la vita adulta. Un’ecatombe. Ma anche fra i sopravvissuti i guai non mancano: problemi polmonari, cardiaci e renali. Nei maiali sono evidenti anche malformazioni a carico degli occhi e alterazioni delle giunture, mentre nei topi compaiono con una certa frequenza ernie ombelicali e obesità.
Ma c’è un animale nel quale la clonazione riesce un po’ meglio?
«Sì, la capra - risponde Galli -. Non presenta alcuna malformazione. I problemi più gravi si vedono, invece, con le pecore che spesso soffrono di patologie renali e cardiache».
Secondo Vittorio Sgaramella, però, si tratta di problemi difficilmente superabili al momento attuale perché il meccanismo della clonazione si trova davanti ostacoli enormi di manipolazione genetica. Qua li esattamente? «La tecnica con cui è nata Dolly - risponde il biologo - e dopo di lei tutti gli altri animali clonati si basa sul trasferimento del nucleo di una cellula adulta in una cellula uovo (ovocita) privata di quello originario. Innesto che dà luogo al "clone", ad un embrione, assolutamente identico all’animale che ha fornito il nucleo. Ma il patrimonio genetico contenuto in quest’ultimo è ormai depositario di informazioni specializzate, dirette alle funzioni che quella cellula deve svolgere nella vita adulta. Ben diverso è il genoma che deriva, nella fecondazione naturale, dalla fusione dell’ovocita con la spermatozoo, il cosiddetto zigote. Questo è ancora dotato di enormi potenzialità, tanto che darà poi vita ad un individuo completo. Bisognerebbe far regredire il nucleo della cellula adulta a questo programma primordiale, ma evidentemente non ne siamo capaci. E dubito che lo saremo anche in un prossimo futuro».

 

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