![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 15 FEBBRAIO 2003 |
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E
Bonaventura batte Tommaso
Un dibattito ancora vivo che ripropone la validità
della «via francescana» alla filosofia
La storia di Lorenzo,
«insieme lunga e sacra, piana ed enigmatica (...); in termini concreti, essa si
riduce a poca cosa: un operaio civile italiano mi portò un pezzo di pane e gli
avanzi del suo rancio ogni giorno per sei mesi, mi donò una sua maglia piena di
toppe; scrisse per me in Italia una cartolina e mi fece avere la risposta. Per
tutto questo non chiese né accettò alcun compenso, perché era buono e semplice
e non pensava che si dovesse fare il bene per un compenso (...). Lorenzo era un
uomo; la sua umanità era piena e incontaminata, egli era al di fuori di questo
mondo di negazione. Grazie a Lorenzo mi è accaduto di non dimenticare di essere
io stesso un uomo». È questo un episodio della sua vita di internato ad
Auschwitz che Primo Levi ricorda nel suo libro Se questo è un uomo. Si tratta –
commenta Orlando Todisco nel suo più recente ed impegnativo lavoro Lo stupore
della ragione: il pensiero francescano e la filosofia moderna – «della
riscoperta del volto divino dell’essere, che è quello della gratuità, cui è
arduo restar fedele, ma il cui tradimento trascina nella rovina il nostro
essere più profondo. Il vero è autentico se buono e il bene è tale se
gratuito».
Senonché, annota Todisco, nello sforzo di cancellare le tracce della gratuità
dell’esistenza, gran parte del razionalismo occidentale, nel suo percorso a
Dio, «si è lasciato guidare dal vero senza il bene o dal vero contro il bene». Ebbene,
esattamente contro l’«abuso della Ragione», Todisco argomenta a favore della
validità delle idee fondamentali della Scuola francescana, nella quale al
primato del vero e dell’intelletto, come luogo del potere, viene opposto il
primato del bene e della volontà come prassi di senso.
L’autore subito tiene a precisare che «la Scuola francescana non propone
l’alternativa: ragione o volontà, verità o bontà, bensì il trascendimento
dell’una ad opera dell’altra». L’obiettivo, dunque, non è quello di non
pensare, ma di trascendere il pensabile, e di non pensare c he il tutto della
realtà sia riducibile alla realtà catturabile dalla nostra ragione. Insomma,
non si tratta di pensare «come se Dio non ci fosse», quanto piuttosto di
pensare «come se Dio ci fosse». Di questo, afferma Todisco, fu ben consapevole
Giovanni Peckham – successore di Bonaventura sulla cattedra parigina e poi
arcivescovo di Canterbury – nella sua polemica con Tommaso d’Aquino.
Il 1° di giugno del 1285 Peckham indirizza al vescovo di Lincoln una lettera da
cui appare con chiarezza la sua preoccupazione al riguardo delle dottrine (in
sostanza l’aristotelismo tomista) che venivano insegnate nella scuola d’Europa.
In questa lettere, tra l’altro, si legge: «Noi non censuriamo assolutamente gli
studi teologici, ma biasimiamo le novità profane del linguaggio introdotte da
vent’anni nelle profondità della teologia contro la verità filosofica e a danno
dei santi Padri, le cui posizioni risultano disdegnate e disprezzate. Quale
dottrina è più solida e più sana? Quella dei figli di san Francesco, cioè
quella di frate Alessandro, di frate Bonaventura e altri simili, che si
appoggiano ai Padri filosofi esenti da censura, o quella dottrina nuova, quasi
completamente contraria, che invade tutto il mondo con discussioni verbali,
indebolendo e distruggendo radicalmente ciò che insegna Agostino (...)?».
Diversamente dal razionalismo aristotelico-tomista, la Scuola francescana
«privilegia il tema del bene, territorio dove, più che l’argomentazione, conta
la contemplazione, e la ragione si trova trascesa, non negata. Dio vuole il
bene perché il bene è bene: sostengono i razionalisti; ma per il francescano: il
bene è bene perché Dio lo vuole. Presumere di conoscere, al di fuori della
Rivelazione, il Bene e il Male significa aver ceduto alla tentazione del
serpente: «Eritis sicut dei cognoscentes bonum et malum». Ma questo evita
esattamente il volontarismo francescano che –scrive Todisco – ha cercato di
tenere a freno la forza concupiscenziale della ragione, contenendone il prim
ato.
Ai nostri giorni, la filosofia contemporanea, nella sue punte più avanzate e
scaltrite (si pensi, per esempio, a Popper, Gadamer, Wittgenstein, Kelsen,
Hayek), può venir vista come una progressiva realizzazione del programma
kantiano relativo ai limiti della umana ragione. E in siffatto orizzonte la
Scuola francescana entra facilmente in una specie di «colloquio a distanza» con
autori contemporanei, come Todisco dimostra negli ultimi tre capitoli del libro
dedicati a: René Girard sull’orma di san Bonaventura; l’io e l’altro secondo
Duns Scoto e Lévinas, e Guglielmo d’Occam e Ludwig Wittgenstein: dal Dio
nominabile al Dio ineffabile.
«Le vie per raggiungere la verità rimangono molteplici; tuttavia, poiché la
verità cristiana ha un valore salvifico, ciascuna di queste vie può essere
percorsa, purché conduca alla meta finale, ossia alla Rivelazione di Gesù
Cristo». Questo passo della Fides et ratio è di per sé sufficiente a mostrare
la sostanziale inconsistenza dell’antico – e carico anche di tante sofferenze –
interrogativo su quale sia la «vera», l’unica ortodossa filosofia cristiana. E,
tuttavia, resta da chiedersi quale sia oggi la prospettiva più capace di
articolare il rapporto tra ragione e fede. In questo sta il valore di questa
importante opera di Orlando Todisco, «che non mancherà di suscitare polemiche»,
pur se prima di lui Joseph Ratzinger ha dichiarato che «il razionalismo neoscolastico
è fallito nel suo tentativo di voler ricostruire i Preambula fidei con una
ragione del tutto indipendente dalla fede, con una certezza del tutto
razionale».
Orlando Todisco
Lo stupore della ragione
Il pensare francescano e la filosofia moderna
Edizioni Messaggero Padova
Pagine 606. Euro 40,00